Homefront: The RevolutionQui si fa la rivoluzione! 

Siamo volati a Londra per dare uno sguardo più approfondito alla campagna di Homefront: The Revolution

In principio era Homefront, sparatutto uscito nel marzo del 2011 con alcuni elementi interessanti per quanto riguarda il gameplay, ma una storia che nonostante lo spunto intrigante si rivelò asettica e frettolosa, condizionando inevitabilmente l'interessa attorno a un titolo che dopo letteralmente una manciata di ore passate con il pad tra le mani aveva completamente esaurito le frecce al proprio arco. Tuttavia, tanto bastò a mettere in cantiere il secondo capitolo, che dopo essere sopravvissuto al fallimento di THQ e a numerosi passaggi di consegne tra diversi studi di sviluppo, è finalmente di dirittura d'arrivo. Dopo averlo provato in diverse occasioni, tra cui una corposa beta multiplayer per Xbox One pubblicata a febbraio, è arrivato finalmente il momento di mettere mano al single player, radicalmente cambiato rispetto al titolo precedente: se infatti in quell'occasione si trattava di un classico sparatutto molto guidato, qui abbiamo a disposizione un open word diviso in zone e distretti da esplorare liberamente. Siamo quindi volati a Londra per dare uno sguardo approfondito alla campagna, farci un'idea più precisa sulla narrazione dietro al titolo sviluppato dagli inglesi di Dambuster Studios, esplorare una parte di Philadelphia e sforacchiare di proiettili le truppe coreane che ne hanno preso il controllo.

Abbiamo finalmente provato la campagna open world di Homefront: The Revolution

I primi passi in città

Homefront: The Revolution riprende in parte i capisaldi narrativi del titolo precedente, riproponendo l'invasione degli Stati Uniti d'America da parte della Corea del Nord in un futuro neanche troppo distante dal nostro (cronologicamente, sia chiaro). Kim Jong-un è riuscito a riunire la penisola coreana sotto un'unica bandiera e approfitta della crisi americana per sferrare un attacco su larga scala agli USA, partendo dalle coste californiane per poi espandersi progressivamente verso est fino ad arrivare a Philadelphia, città nella quale è ambientata l'ultima fatica di Dambuster Studios. Qui si fa la rivoluzione! Qui si fa la rivoluzione! Due anni dopo le vicende narrate nel primo Homefront ci siamo ritrovati a vestire i panni di Ethan "Birdy" Brady, nuovo membro della resistenza che grazie all'appoggio di un manipolo di compagni cercherà in tutti i modi di liberare la capitale della Pennsylvania e i suoi cittadini dal KPA (Korean People's Army), fermando l'invasione. La virata verso la formula open world ha portato con sé la creazione di un'ambientazione estesa e liberamente esplorabile a piedi o in moto, divisa in tre zone differenti a cui sono associate esperienze di gioco differenti. Le prime missioni ci hanno portato subito nella Red Zone, la parte più esterna di Philadelphia, più pericolosa e ricca di truppe della KPA, praticamente già distrutta durante l'invasione e completamente inabitabile. Qui abbiamo fatto la conoscenza di Dana, leader della resistenza, che ci ha introdotto alla difficile condizione della città per poi guidarci alla nostra prima missione, l'assalto a un convoglio militare di pattuglia in una strada adiacente al nostro nascondiglio. Una situazione preparata ad hoc ovviamente, con il potente corazzato della KPA fatto saltare in aria con l'ausilio di un paio di barili esplosivi piazzati nei punti giusti della mappa, ma questo primo assaggio in realtà ci ha mostrato subito la vera dimensione di quello che ci aspetta in Homefront: The Revolution: una guerra impari, giocata su un campo insidioso contro un avversario che dispone di mezzi, truppe e armamenti drasticamente superiori rispetto ai nostri e che non esiterà ad attaccarci non appena faremo un passo falso. Il Guerrilla Warfare tra miliziani e civili armati alla bell'e meglio è ricreato alla perfezione e rappresenta forse il punto di maggiore espressione della filosofia della software house inglese.

Guerra ìmpari

Di fatto, Homefront in questa giornata di prova ci ha costretto a pianificare attentamente le nostre mosse, a muoverci con circospezione evitando di venire avvistati da droni e sentinelle, e soprattutto dosare con gran parsimonia i proiettili a disposizione, che tendono ad esaurirsi velocemente nelle situazioni più concitate. Qui si fa la rivoluzione! Qui si fa la rivoluzione! Se nella Red Zone non ci sono civili e chiunque venga avvistato viene subito marchiato come nemico, una volta passati nella Yellow Zone la situazione cambia parzialmente, costringendo il giocatore ad adottare un approccio più furtivo rispetto alla porzione più esterna della città. Qui è dove sono segregati e sorvegliati a vista i cittadini di Philadelphia, le strade sono costantemente pattugliate, ci sono telecamere ad ogni angolo e i droni svolazzano liberi quasi senza far rumore. Da una parte abbiamo la possibilità di sfruttare a nostro vantaggio edifici, vie secondarie, tetti e nascondigli, ma dall'altra far scattare un allarme significa attirare l'attenzione di decine di nemici con tanto di mezzi corazzati al seguito, ritrovandoci in un batter d'occhio in una situazione di assoluto svantaggio dalla quale non è per nulla facile uscire vivi. In tal senso, pur senza volerlo, ci viene inaspettatamente in aiuto la claudicante intelligenza artificiale che anima i nemici, troppo lenta nell'accorgersi della minaccia tanto da permetterci di ammazzare indisturbati una coppia di miliziani con un attacco corpo corpo senza farci scoprire. Insomma, finché non si fa scattare l'allarme va tutto bene, anche perché dopo i nemici si moltiplicano come funghi, i proiettili sono scarsi e le granate incendiare o a frammentazione potrebbero non bastare a garantirci una via d'uscita. Praticamente ogni tipologia di esplosivo bisogna fabbricarsela da sé, ed è quindi necessario saccheggiare scatoloni e armadietti per avere nuovi componenti sempre a disposizione da utilizzare per il crafting. Nella peggiore delle ipotesi possono essere venduti in cambio di moneta sonante da spendere nel negozio dove si possono comprare nuove bocche da fuoco e munizioni, ma anche le modifiche per le armi (silenziatori, mirini...) ed equipaggiamento utile a migliorare le statistiche: ad esempio uno zaino più capiente permette di portare più medikit e una nuova giacca di essere riconosciuti più lentamente. Allo stesso modo, l'arsenale funziona grazie ai kit di conversione che mantengono intatto solo il calcio dell'arma per poi modificarne i restanti componenti: ecco allora che una normale pistola diventa una piccola mitraglietta da affiancare a balestra, shotgun e lanciarazzi, ma tutte hanno mostrato un feedback dei colpi ancora impreciso che ci auguriamo venga aggiustato in tempo per l'uscita.

Esplorando Philly

Il cambio di strategia richiesto per portare a termine le missioni nella Zona Gialla è un altro aspetto di Homefront: The Revolution che ci ha lasciato positivamente colpiti: la possibilità di hacking dei veicoli, il vasto arsenale di bombe e i gadget a disposizione garantiscono un'interessante varietà al gameplay. Per le situazioni più spinose possiamo arruolare altri rivoluzionari presenti sulla mappa, ma talvolta la soluzione migliore soprattutto nella red zone è saltare in sella alla nostra fidata motocicletta e darcela a gambe in direzione dell'obiettivo più vicino. Qui si fa la rivoluzione! Qui si fa la rivoluzione! Una volta entrati in città, ci siamo però ritrovati di fronte a una serie di missioni secondarie piuttosto banali ma in alcuni casi necessarie a progredire nella trama principale, con il pericolo di rallentare eccessivamente il ritmo di gioco. Liberare i prigionieri sparsi per il quartiere, disattivare i ripetitori, assassinare i comandanti del KPA, riprendere il controllo degli impianti di produzione di energia sono tutti compiti che ci aiutano a riconquistare i vari quartieri e rimpolpare le fila della rivoluzione convincendo i cittadini a ribellarsi e a scendere in strada al nostro fianco, andando a cambiare anche la fisionomia degli edifici che da anonimi parallelepipedi di mattoni e cemento vengono ravvivati con drappi e striscioni colorati. Per quanto riguarda Philadelphia, dopo essere stati sedotti dalla decadente New York post contagio di The Division e dalla sua rara potenza visiva, dobbiamo ammettere di aver trovato la capitale della Pennsylvania un po' troppo anonima durante queste prime ore di gioco. C'è da dire che Philly manca di quel richiamo e di quegli scorci immediatamente riconoscibili della Grande Mela, ma girando per le sue vie semidistrutte abbiamo colto davvero pochi richiami degni di nota. La situazione dovrebbe cambiare nella Green Zone, la parte centrale della città, nella cui Independence Hall sono state firmate la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d'America nonché la Costituzione degli States e che ora è diventata il quartier generale dall'invasione coreana. Nell'attesa di esplorare anche questa porzione della città, possiamo dire che a livello tecnico il risultato del lavoro fatto dai ragazzi di Dambuster Studios con il CryEngine 3 è molto positivo su PC per quanto riguarda dettagli dei modelli poligonali e ricchezza delle ambientazioni, così come gli effetti particellari. Il meteo e il ciclo giorno/notte non solo ne impreziosiscono la resa visiva, ma vanno anche a influenzarne il gameplay con le differenti condizione di luminosità che spingeranno il KPA a muoversi diversamente. Dopo cinque anni d'attesa non ci resta dunque che aspettare ancora qualche mese per mettere finalmente le mani sul seguito di Homefront e sapere se ne è valsa la pena aspettare tutto questo tempo.

Certezze

  • Ottimo senso di disparità tra miliziani e rivoluzionari
  • Marcate differenze di strategia tra le varie zone
  • Bello da vedere su PC...

Dubbi

  • ...ma come se la cava su console?
  • Intelligenza artificiale poco reattiva