Censura contro censura  104

Il corto circuito nel caso del licenziamento di Alison Rapp da parte di Nintendo of America

Durante l'ultima settimana avrete sentito parlare a più riprese di Alison Rapp, dipendente di Nintendo of America fino a pochi giorni fa. Il motivo di tante discussioni è altrettanto noto: la donna è stata licenziata a fine marzo, evento che ha dato definitivo risalto a una vicenda che in realtà andava avanti su Internet da molto tempo. Nonostante Nintendo sostenga di aver allontanato Alison Rapp per altri motivi, il tempismo del provvedimento ha portato a credere che la decisione presa dall'azienda sia legata all'ennesima campagna di attacchi personali scatenatasi su Internet. Prima che il suo licenziamento diventasse un nuovo caso all'interno dell'industria, Alison Rapp aveva infatti raccolto per mesi insulti e minacce di vario tipo, da parte di persone che hanno deciso di rivolgersi contro di lei per i motivi che andremo a vedere. Dopo l'esplosione definitiva dell'argomento maturata in seguito all'inaspettata mossa di Nintendo, abbiamo deciso di fare chiarezza su una vicenda che ha del clamoroso per diversi aspetti.

L’origine della storia

Per capire cos'è successo, partiamo dall'inizio. E cioè da quando Alison Rapp è diventata il nuovo bersaglio preferito della nuova "guerra di cultura" che va avanti ormai da anni all'interno dei videogiochi. Il suo profilo su LinkedIn parla chiaro: da metà 2013, ha ricoperto il ruolo di Product Marketing Specialist presso la Treehouse di Nintendo of America, occupandosi della promozione di titoli come Yoshi's New Island, The Legend of Zelda: Majora's Mask 3D, Mario Party 10 e altri ancora.

Nonostante né sul social network, né altrove, ci siano prove dirette di un ulteriore lavoro di adattatrice per il Nord America di contenuti provenienti dal Giappone, Alison Rapp è stata individuata come responsabile di alcune modifiche volute da Nintendo per portare al di là dell'Atlantico titoli come Fire Emblem Fates e Xenoblade Chronicles X, provenienti dalla nazione asiatica. Nel primo caso, a non andare giù ad alcune persone è stata la pesante modifica della parte di gameplay relativa alle coccole che il giocatore può fare alle protagoniste del gioco nella sua versione giapponese, ritenuta poco adatta al mercato americano. Per quanto riguarda invece il secondo gioco, nel passaggio da Giappone a Nord America a farne le spese è stato un parametro di personalizzazione dei personaggi femminili, che permetteva di determinarne la grandezza del loro seno a proprio piacimento. Mentre le proteste montavano su Internet, Alison Rapp è diventata per alcuni il principale obiettivo a cui rivolgersi per queste modifiche, frutto del lavoro d'adattamento realizzato dallo staff collocato nella famosa Treehouse di Nintendo. Senza nessun nesso logico apparente, visto che l'ufficio si occupa sì delle conversioni dei prodotti creati nel Paese d'origine di Nintendo, ma anche della loro promozione in Nord America, compito al quale era dedicata Alison Rapp. Come se non bastasse, il primo paradosso riscontrabile nell'intera vicenda è che la donna era in realtà tra coloro i quali volevano il "boob slider" all'interno di Xenoblade Chronicles X, come da lei stessa annunciato via Twitter. A questo punto, l'ipotesi che dietro l'intera vicenda ci sia molto di più si è già fatta più forte, e infatti quanto descritto in questo paragrafo rappresenta solo l'inizio della storia.

Le accuse di appoggio alla pedofilia

In condizioni normali, l'assenza di prove concrete del coinvolgimento di Alison Rapp nelle decisioni che abbiamo appena riportato sarebbe stata sufficiente a evitare che alcuni fan si scatenassero contro di lei, come invece è accaduto. Se nel 2014 avete seguito la nascita e le attività portate avanti dal cosiddetto GamerGate in difesa di una cultura conservatrice nel mondo dei videogiochi, saprete ormai qual è la prassi quando una persona viene presa di mira da questo "movimento": oltre a ricoprirla d'insulti e molestie di vario tipo, si scava nel suo passato e presente, finché non si trova uno scheletro nell'armadio in grado d'infliggere il colpo del knockout nei suoi confronti. Questo è successo anche ad alcuni uomini, ma è innegabile che il bersaglio preferito siano donne come Zoe Quinn, Anita Sarkeesian e Brianna Wu, per motivi differenti individuate come simboli di un motivo diverso di pensare che non andava giù ai paladini del GamerGate.

La difesa dell'etica nel giornalismo videoludico diventò subito solo un pretesto per portare avanti un'attività discriminatoria nei confronti di queste donne: lo stesso si può dire nel caso di Alison Rapp, probabilmente presa di mira perché schierata in modo aperto in difesa delle donne all'interno dell'industria videoludica. Risalire al GamerGate come autore degli attacchi nei suoi confronti è in realtà difficile, in quanto come ogni gruppo distribuito esso vede spin-off che agiscono per conto proprio, lasciando che l'anonimato e le maglie di Internet facciano il resto. Al di là di chi ci sia dietro tutto questo, per Alison Rapp le cose sono partite più o meno come sempre, vale a dire con una serie d'insulti rivolti alla sua persona tra social network, forum e board vari, e un'etichetta da "Social Justice Warrior" che l'ha di fatto segnata come bersaglio della nuova campagna di protesta per le politiche d'adattamento dei titoli da parte di Nintendo. Il colpo del knockout di cui parlavamo prima è arrivato quando qualcuno ha iniziato ad accusarla di apologia della pedofilia, tirando fuori un suo articolo accademico risalente al 2011. Il titolo in italiano suona più o meno così: "Discorsi che odiamo: discussione sulla cessazione delle pressioni internazionali sul Giappone per irrigidire le sue leggi contro la pornografia infantile". Spinti dalla curiosità prima, e dalla necessità nello scrivere questo articolo poi, abbiamo letto tutto il documento e dobbiamo dire di trovarci in grosso disaccordo con numerosi suoi passaggi. Come quello in cui Alison Rapp parla dell'assenza di pericoli e conseguenze nella creazione d'illustrazioni pedopornografiche che non contengano bambini in carne e ossa, sostenendo questa tesi con il fatto che l'80% di questo tipo d'immagini provengano dal Giappone, dove invece la percentuale di molestie ai bambini è inferiore rispetto ad altre nazioni. La visione ci è sembrata quantomeno superficiale, nel non considerare per esempio che tantissimi casi del genere non vengono denunciati, o nel non chiarire come sia determinata questa percentuale inferiore. Allo stesso tempo, però, dopo aver letto l'articolo non ci sentiremmo mai di accusare Alison Rapp di appoggiare la pedofilia, visto che al suo interno viene chiesto un inasprimento delle pene per chi invece realizza materiale pedopornografico con la presenza di bambini reali. Lo ripetiamo perché sia ben chiaro: non siamo d'accordo con buona parte del documento, del quale tuttavia per analizzare la nostra faccenda dobbiamo tenere presente lo scopo. Per quanto contorto, l'articolo vuole difendere la libertà d'espressione del Giappone contro la censura che l'Occidente vorrebbe imporgli nell'ambito specifico della pedopornografia, usando moralità e leggi molto più restrittive presenti nell'ovest della Terra come strumento di colonizzazione culturale. Il secondo paradosso, sicuramente il più grande dell'intera vicenda, è stato questo: Alison Rapp è stata accusata di essere tra i responsabili delle censure a Fire Emblem Fates e Xenoblade Chronicles X negli Stati Uniti, e per farlo è stato tirato fuori come mezzo principale nell'attacco nei suoi confronti una sua tesi contro l'azione di censura degli stessi USA verso la cultura giapponese. Un vero e proprio corto circuito, che non è servito purtroppo a far sì che qualcuno dei personaggi che hanno montato la protesta si fermasse un attimo a riflettere.

Il coinvolgimento di Nintendo

Gli attacchi ad Alison Rapp non sono stati indirizzati solo in modo diretto alla sua persona, ma anche a Nintendo, raggiungendo dimensioni abbastanza importanti grazie all'ingresso nel coro di soggetti esterni. Da questo punto di vista, è emblematica la serie di tweet di Jamie Walton: la co-fondatrice della Wayne Foundation, che si occupa di combattere il traffico di bambini per scopi sessuali, sarebbe stata fomentata con materiale non reale da alcuni personaggi. In modo simile, il sito neo-nazista Daily Stormer ha invitato le persone a contattare Nintendo per chiedere l'allontanamento di Alison Rapp, mentre su Internet gli autori della protesta portavano avanti petizioni che ne chiedevano il licenziamento.

Nel comunicato pubblicato dopo quest'ultimo, Nintendo ha negato il legame di qualsiasi parere personale della donna con la decisione di mandarla via dal proprio staff, e alla cosa crediamo: non vogliamo neanche pensare che prima di assumerla nessuno si sia preso la briga di fare una ricerca su Google e trovare "Speech We Hate", visto che quest'ultimo è elencato in bella mostra sul profilo LinkedIn di cui sopra. Allo stesso modo, Nintendo ha negato che la campagna nei confronti di Alison Rapp abbia avuto un ruolo nella decisione, motivata invece con la seconda attività che la donna svolgeva al di fuori dell'ufficio. La natura di questo ulteriore lavoro non è molto chiara, visto che lei stessa afferma di averlo portato avanti sotto pseudonimo, ma diversi indizi portano a pensare a un'attività di posa per alcune fotografie:niente di scandaloso, intendiamoci, ma per dovere di cronaca dobbiamo dire che crediamo sia comunque in grado di ricadere su un brand come quello di Nintendo, rivolto anche a famiglie e bambini. È fondamentale capire che il problema a questo punto non è il licenziamento: se Alison Rapp ha violato qualche regolamento interno di Nintendo, la società aveva tutto il diritto di allontanarla. La vera colpa dell'azienda è stata a nostro giudizio quella di mantenere durante tutto l'accaduto un silenzio diventato sempre più rumoroso, almeno quanto la violentissima eruzione delle ingiurie nei confronti di Alison Rapp. Nel comunicato di cui parlavamo prima, l'azienda ha anche affermato di "rifiutare fermamente la molestia a individui in base al loro sesso, razza o credo personale". La prima a mettere in discussione questo aspetto è stata la stessa Rapp, denunciando quella che sarebbe stata un'attività interna per metterla in secondo piano rispetto al suo status precedente di portavoce, iniziata a suo dire proprio insieme alle proteste. Tra le parole d'appoggio più significative raccogliamo quelle di Brandon Sheffield, sviluppatore indipendente che con un post su Gamasutra ha motivato la sua decisione di protestare cancellando il gioco che stava realizzando per Wii U: "Se sei contro le molestie, devi dimostrare di esserlo. Devi essere contro mentre queste avvengono, non dopo aver allontanato qualcuno, quando è conveniente e facile. Devi essere contro le molestie quando è difficile e doloroso, scomodo e sconveniente, perché è quando conta esserlo. Altrimenti sono solo parole". L'atteggiamento di Nintendo è quindi sembrato quasi come un appoggio indiretto all'attività in corso nei confronti di Alison Rapp. Da questo punto di vista, il licenziamento non ha fatto che peggiorare le cose, visto che dopo un silenzio così lungo esso ha assunto un'importanza collaterale, diventando un simbolo malato della vittoria da parte di chi per mesi ha preso di mira la donna online. Alla fine, in realtà, escono tutti sconfitti: anche lo stesso GamerGate, che non otterrà alcun cambiamento nelle politiche di adattamento di Nintendo, visto che per mesi ha preso di mira un soggetto che nulla aveva a che vedere con esse.