We Happy FewSorrisi amari 

In We Happy Few l'unico modo per essere accettati è drogarsi

We Happy Few, ovvero "Noi pochi, noi felici pochi", una citazione dell'Enrico V di Shakespeare che simboleggia la fratellanza d'armi, lo spirito di una Nazione che sa raccogliersi nei momenti di difficoltà, un simbolo di unione contro gli altri che nelle mani sbagliate può trasformarsi nel lato oscuro di ogni governo che cerca a tutti i costi di renderci felici: una distopia in cui ogni voce contraria viene eliminata nel peggiore dei modi. Proprio di questo parla We Happy Few, un titolo a metà tra il roguelike e il survival che ci obbligherà a sfuggire da una città in cui un quartiere è pieno di gente pazza e l'altro di gente drogata, non male!

We Happy Few ci chiede di lottare per non essere felici a tutti i costi

Benvenuti a Wellington Wells

Siamo nei favolosi anni '60, ma al posto che essere il centro dell'amore libero, della disco music e delle rivoluzioni culturali, l'Inghilterra è in guerra contro l'Unione Sovietica in quella che viene chiamata la Terza Guerra Mondiale. L'esito non lo conosciamo, sappiamo solo che ci troviamo nelle vicinanze di una città posta su un'isoletta chiamata Wellington Wells. Sorrisi amari Tutti in città sono strafatti di Joy, una droga che fa vedere tutto bellissimo e permette di ignorare le conseguenze morali delle proprie azioni; insomma, ti fa sentire come uno che cerca di cambiare il mondo mettendo like su Facebook. Chi non si droga o chi c'è rimasto troppo sotto, i cosiddetti "Drowner", viene esiliato ai margini della città in una zona che sembra distrutta dai bombardamenti, costretto a vivere tra macerie, paranoia e resti di una vita normale. Questo nel migliore dei casi, altrimenti ci pensano i poliziotti con i loro manganelli. Il nostro obiettivo è entrare a Wellington Wells per poi fuggire, prima che la città collassi a causa dell'eccessivo uso di Joy. Per farlo dovremo rubare, uccidere, nasconderci e, occasionalmente, assumere dosi di Joy sufficienti a integrarci ma non così forti da darci allucinazioni o ucciderci. L'aspetto più affascinante di We Happy Few è senza dubbio rappresentato dall'ambientazione che si ispira ai temi della Swinging London degli anni '60, mescolandoli con una lugubre ispirazione giunta probabilmente da BioShock e dalla sua idea di società perfetta finita in malora. In questi giorni di tensione mondiale è senza dubbio attuale il tema principale del gioco, che ci racconta di una società in cui l'orrore è tutto intorno a noi, ma scegliere di ignorarlo per troppo tempo porta a distaccarsi dalla realtà, lasciando che sia qualcun altro a scegliere per noi, mentre ci rinchiude in una prigione dorata in cui ci illudiamo che tutto vada bene. Insomma, un'altra bellissima giornata a Wellington Wells!

Risvegli sotterranei

Il nostro alter ego si chiama Arthur Hastings, un impiegato che deve togliere gli articoli tristi dai quotidiani. Scartabellando nell'archivio Arthur si imbatte in un vecchio pezzo sulla guerra in cui si parla di suo fratello, la tristezza del ricordo lo porta a interrompere l'assunzione di Joy e a vedere l'orribile realtà che lo circonda. Scoperto dei colleghi è costretto a fuggire e nascondersi fuori città. Il gioco inizia in un rifugio sotterraneo, nel quale potremo raccogliere le prime risorse per iniziare a esplorare la superficie: una borraccia, un'arma rudimentale, qualche pezzo di metallo, del nastro adesivo e qualche razione. Sorrisi amari Sorrisi amari Essendo un roguelike, ogni morte azzererà completamente i nostri progressi non salvati e rimescolerà lo scenari intorno a noi, quindi ogni volta avremo cose diverse ed emergeremo in uno scenario differente. Essendo anche un gioco con forti componenti survival dovremo fin da subito scandagliare i dintorni per trovare risorse utili per il crafting: parti meccaniche, batterie, pillole per l'avvelenamento da cibo, acqua pulita, piante medicinali e un'arma più efficace. Per dormire potremo tornare nel sotterraneo oppure schiacciare un pisolino nelle case circostanti, a nostro rischio e pericolo. Sì perché i Drowner avranno un comportamento imprevedibile nei nostri confronti. Alcuni saranno persi nei ricordi di una vita felice, altri arrabbiatissimi e pronti a scagliarsi contro gli estranei, altri ancora saranno addirittura organizzati in bande e quindi da evitare assolutamente. Il combattimento del gioco è infatti interamente basato sulle armi bianche e sulla stamina: se si viene accerchiati è molto facile morire sotto una gragnola di colpi che arrivano da tutte le parti oppure rimanere feriti e sanguinanti, senza una benda con cui curarsi. Il modo migliore per sopravvivere è avere un atteggiamento tranquillo, nascondersi quando possibile, salutare chi si incontra, così da neutralizzare eventuali atteggiamenti ostili, rubare solo quando non visti e colpire alle spalle. Rispetto a quando lo abbiamo provato un po' di tempo fa, il gioco è rimasto sostanzialmente invariato, ma sono state aggiunte alcuni piccoli dettagli che lo rendono meno draconiano nella difficoltà. Intanto sono state introdotte delle piccole quest che permettono di esplorare il gioco con uno scopo, poi c'è la possibilità di non dover per forza uccidere ogni Drowner che si incontra, così da rendere il gioco un po' più agevole se non si può o non si vuole combattere continuamente. Come detto ci sono alcune piccole missioni che si incontrano esplorando i dintorni di Wellington Wells e che sono propedeutiche per il proseguimento del gioco. Ad esempio, una volta arrivati a uno dei posti di blocco che sorvegliano l'ingresso in città, lo troveremo senza guardie e senza energia elettrica. L'occasione è ghiotta, ma prima dovremo alimentare il tutto. Per farlo dovremo salvare un tizio che nelle vicinanze sta per essere malmenato da tre bulli, così lui per riconoscenza ci donerà una batteria. Adesso non resta altro che drogarsi e entrare in città!

Happy! Shalalala!

I dintorni sono interessanti, ma il vero cuore del gioco è entrare in Wellington Wells. In città è proibito essere tristi, trasandati e diversi dalla "normalità", quindi dovremo trovare abiti adeguati, oppure fabbricarli con il sistema di crafting del gioco, e ingoiare pillole di Joy per non destare sospetti. L'effetto dell'assunzione della droga è senza dubbio una delle caratteristiche meglio riuscite del gioco. Dopo l'uso del Joy i fiori saranno più colorati, il cielo più azzurro, le persone più belle, le strade pulite e i palazzi privi di difetti, cammineremo con un'aria felice e anche il tono della nostra voce sarà decisamente più squillante. Sorrisi amari Sorrisi amari Di fatto possiamo dire che il vero gioco inizia una volta arrivati in città, perché sarà qua che la situazione si farà più difficile e i nemici più tosti, inoltre non potremo quasi mai fare uso della forza, a meno di non essere in luoghi isolati, perché ci sarà sempre qualcuno pronto a chiamare le guardie. Per fortuna anche in città ci saranno dei rifugi che potremo utilizzare per riprendere fiato e farci una bella dormita, ma proprio come un fuggitivo vero e proprio, a spingerci verso il rischio saranno i bisogni primari, come il cibo e l'acqua e nove volte su dieci moriremo proprio perché o non siamo riusciti a trovarne in tempo o perché siamo stati scoperti mentre rubavamo in cucina di qualcuno e non siamo riusciti a fuggire. In questo il gioco è assolutamente perfetto nel suo ricreare una realtà inquietante e sorvegliata, un finto velo di normalità che nasconde soprusi, violenza e controllo sociale. Il merito va anche alle terrificanti maschere indossate dai cittadini, sorrisi forzati e occhi sbarrati, simbolo della negazione dell'orrore e del voler guardare dall'altra parte. Ma non di sola paura si alimenta We Happy Few, come ogni survival/roguelike che si rispetti, questo titolo è infatti costituito in buona parte di frustrazione, dato l'alto grado di difficoltà richiesto per sopravvivere. Chiunque rimanga affascinato dall'ambientazione sappia infatti che si troverà di fronte un gioco abbastanza tosto, ma d'altronde non poteva essere altrimenti. Per quanto la mappa possa essere procedurale, lo scopo del gioco è sempre fuggire da Wellington Wells e anche volendo variare gli approcci di partita in partita difficilmente lo rigiocherete una volta raggiunto l'obiettivo, dunque un po' di difficoltà è assolutamente necessaria. We Happy Few è un interessante esperimento, un gioco che sa mescolare bene dinamiche survival, messaggio sociale e un pizzico d'azione. Senza dubbio non è un titolo per tutti, ma pensato per chi ha pazienza, adora giocare in stealth e le situazioni in cui le probabilità di riuscita sono scarse. Assolutamente sconsigliato invece per chi preferisce i giochi d'azione e le soluzioni basate sullo scontro. Wellington Wells non ama i violenti!

Consigliato

9.3

Lettori (4)

Pro

  • Ambientazione interessante
  • Sempre diverso
  • Simulazione degli effetti della droga esilaranti

Contro

  • A volte può essere eccessivamente punitivo e frustrante
  • Forse un po' limitato nel lungo termine

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