EditorialiLe community e il concetto di rispetto 

Come si può giocare online senza rischiare di essere disturbati da utenti poco cordiali? Davvero l'accettare la situazione è l'unica alternativa?

Altro giro altro speciale legato alla regolamentazione del mondo del gaming. Se pochi giorni fa in modo molto provocatorio vi abbiamo proposto un pezzo relativo alla mancanza di policy che possano tutelare la qualità dei contenuti delle piattaforme video, oggi ci caliamo in qualcosa di ancora più complesso e sentito per gli amanti dei videogiochi: il comportamento dei giocatori online. Che i troll esistano e continueranno ad esistere è un dato di fatto che non si può cambiare e che il più delle volte va sconfitto semplicemente con un po' di sarcasmo, ma quando il troppo... stroppia?

Esiste un modo per esigere il rispetto nelle community online?

Semplice ma efficace

Le community e il concetto di rispetto Ci sono molti modi per infastidire il prossimo giocando online, dal linguaggio inappropriato in chat ai comportamenti sgradevoli in-game. Analizzando esclusivamente la parte verbale della comunicazione ci si può imbattere in giocatori che emettono rumori fastidiosi solo per il gusto di far innervosire l'avversario fino ad arrivare a delle vere e proprie aggressioni verbali. Ormai è quasi impossibile trovare community online senza impostazioni di privacy per il proprio account, dove scegliere ad esempio chi può contattarci se amici o sconosciuti; ma c'è sempre il "pericolo" che dopo una match, una partita, un co-op online si ricevano messaggi poco gradevoli come le aggressioni verbali di cui accennavamo poc'anzi. Per quale motivo un giocatore che rispetta le regole dovrebbe barricarsi dietro a filtri di privacy per la paura di ricevere insulti via chat? E prima che qualcuno insorga dicendo "sono solo le parole di uno sconosciuto", ricordiamo che non tutti abbiamo lo stesso livello di tolleranza. Di soluzioni intelligenti ne sono state trovate negli anni e due sono particolarmente interessanti. Il primo è il sistema perfezionato nel tempo per League of Legends; se per alcuni LOL è un divertente passatempo, saprete anche che il titolo di RiOT viene giocato ad altissimi livelli competitivi nel mondo e di certo chi gioca e si allena non ha il benché desiderio di essere disturbato durante i suoi match. Inizialmente a detta di Jeffrey Lin, Lead Game Designer of Social System di RiOT, la segnalazione dei giocatori colpevoli di comportamento scorretto era troppo lenta e i ban arrivavano in ritardo, un problema parecchio sentito dallo stesso Lin che sul palco della Game Developer's Conference di San Francisco nel 2015 ha spronato gli sviluppatori ad impegnarsi di più sulla tutela dei contenuti e dei singoli giocatori. Le community e il concetto di rispetto Le community e il concetto di rispetto Il motivo per cui poi il fenomeno sia così presente nei videogiochi è lo stesso legato alla spavalderia dei leoni da tastiera: l'anonimato ti fa sentire intoccabile. Per questo motivo dall'anno scorso il team sta lavorando per rendere questo processo di ban e individuazione dei comportamenti scorretti assolutamente meccanico ed istantaneo, programmando intelligenze artificiali capaci di estirpare alla radice il problema, anche se pare che l'ostacolo più grande sia quello linguistico-culturale. Altra idea molto semplice ma che elimina un sacco di rogne e fa dormire Blizzard sonni tranquilli sono le frasi predefinite di Hearthstone, le cosiddette Emotes. La spiegazione è abbastanza semplice visto che Hearthstone è l'unico titolo legato a Warcraft ad avere una classificazione PEGI diversa da tutti gli altri giochi, precisamente un 7+ contro il canonico 12+. È molto interessante poi leggere una piccola ricerca pubblicata sulla sezione Reddit dedicata proprio al gioco dove un utente ha indagato sul modo in cui i giocatori utilizzano le Emotes in Hearsthstone. Su 5100 utenti intervistati solo il 14% utilizza i messaggi predefiniti in modo sincero, senza farsi trasportare da sarcasmo o rabbia mentre alla domanda "come pensi che le persone usino le Emotes verso di te?" il 34% è convinto che vengano usate con sarcasmo. La vera chiave del discorso non è capire quale sia il metodo giusto ma, come diceva Lin, essere attivi e presenti sulla questione, i modi poi sono a gusto dello sviluppatore. Perché è bene ricordare che fino a che una software house detiene i diritti di un videogioco è suo diritto decidere come gestire e regolamentare la community. Ecco perché la cosa peggiore non è vedere giocatori scorretti ma produttori che li incoraggiano ad esserlo...

Halo, Cod e tazze di tè

Esistono alcuni titoli dove storicamente il comportamento dei giocatori supera davvero i limiti o dove, peggio ancora, questo comportamento è ritenuto accettabile e fa ridere, senza che vengano forniti strumenti ai videogiocatori per evitarlo e prevenirlo per il futuro. Se prendete parte ad un invasione (o venite invasi) da un spirito in Dark Souls o v'imbattete in un Cacciatore poco simpatico in Bloodborne avrete a disposizione un oggetto per ritornare al vostro mondo o cacciare lo spirito invasore: estremo ma del tutto legittimo. Le community e il concetto di rispetto Le community e il concetto di rispetto In Halo al contrario abbiamo visto nel corso degli anni, a partire da Halo 2, alla comune accettazione di tanti comportamenti scorretti, tra cui il teabagging, usato come gesto di umiliazione sull'avversario. Per chi non masticasse il gergo, nel gaming "teabagging" significa mostrare all'avversario (in modo figurato) i testicoli attraverso una posa o semplicemente accucciandosi sul corpo dell'avversario sconfitto, immaginando che gli attributi maschili pendano come le bustine di tè in una tazza. Elegante, vero? Inizialmente può far ridere, specialmente se lo fate, ma il teabagging in realtà è una parola nata nello slang americano per indicare un certo tipo di (vi lasciamo immaginare quale) aggressione sessuale. Quindi simulare lo stupro di un cadavere per sottolineare la propria vittoria diciamo che nel migliore dei casi è di cattivo gusto e nel peggiore è proprio fuori luogo. Ma quando si pensa di aver toccato il fondo c'è sempre Activision pronta a fare un balzo scattante e superare per poca decenza tutta la concorrenza. In Call of Duty: Ghost uno dei field order, ovvero dei compiti speciali introdotti nel gioco, recitava testualmente "humiliate the next enemy you kill" ovvero "umilia il prossimo nemico che uccidi"; come se non bastasse uno degli spot commerciali del gioco vede due colleghi in ufficio dove uno fa il bullo con l'altro ricordandogli come l'ha battuto la sera prima, intingendo ripetutamente una bustina di tè nella tazza.Ora, è giusto che i gamer vogliano giocare in modo competitivo, magari calandosi così tanto nell'azione da esserne particolarmente coinvolti, ma è lecito utilizzare un messaggio che incita ad una condotta scorretta con il solo scopo pubblicitario? Forse sarà poco democratico ma in certi casi è meglio avere un sistema di comunicazione tra giocatori più limitato ma per lo meno controllato che giocare nel far west dove tutto è lecito e l'unica soluzione è trovarsi un gruppo ristretto di amici senza avere interazioni con nessun altro. Magari ad Activision e compagnia non interessa dei giocatori scontenti, perché una cosa è certa: per ogni cafone trovato online c'è sempre un giocatore onesto che alla centesima offesa pensa "sapete che c'è? Io questo gioco lo mollo".

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