EditorialiLe elezioni americane e i videogiochi 

Oggi si elegge il nuovo presidente degli USA: ecco cosa pensano dei videogiochi Hillary Clinton, Donald Trump e gli altri candidati

Anche se a tratti politica e videogiochi si lanciano timidi segnali d'amore, la tradizione vuole che il loro rapporto non sia idilliaco. Nel corso degli anni si è infatti perso il conto delle volte in cui esponenti legati a schieramenti, correnti e colori diversi hanno preso l'elemento violento del gioco di turno come pretesto per sparare a zero contro tutto l'intrattenimento elettronico, mostrandosi poco interessati a conoscere l'argomento in modo un po' più approfondito. Una situazione che come stiamo per vedere non va a migliorare particolarmente neanche uscendo dall'Italia, visto che nel giorno delle elezioni presidenziali americane abbiamo deciso di andare a curiosare nelle posizioni dei vari candidati in materia di videogiochi. Per quanto riguarda i candidati più importanti, Hillary Clinton e Donald Trump, vi anticipiamo da subito che le speranze di vedere un successore di Barack Obama in grado di rompere la triste tradizione di cui sopra sono piuttosto deboli. Le cose migliorano un pochino dando uno sguardo alle dichiarazioni dei candidati minori Gary Johnson e Jill Stein, anche se per ovvie ragioni esse sono di rilievo contenuto rispetto a quelle dei due contendenti principali alla Casa Bianca.

Cosa pensano dei videogiochi Hillary Clinton, Donald Trump e gli altri candidati alle elezioni USA?

Hillary Clinton

Partiamo dunque dalla candidata del partito democratico, per scoprire che da parte di Hillary Clinton non esiste traccia di dichiarazioni recenti legate ai videogiochi. Per trovare qualcosa dobbiamo tornare indietro fino al 2005, anno in cui la Clinton - anche allora senatrice - presentava il Family Entertainment Protection Act. Le elezioni americane e i videogiochi Le elezioni americane e i videogiochi Si trattava di una proposta di legge in base alla quale negli Stati Uniti vendere giochi classificati per adulti ai minori sarebbe potuto diventare un vero e proprio atto criminale, mentre una seconda parte avrebbe spinto la Federal Trade Commission a indagare sulle classificazioni errate. Il tutto nasceva dalla polemica sui contenuti a sfondo sessuale nascosti in Grand Theft Auto: San Andreas, "dimenticati" da Rockstar Games. Nell'introdurre il FEPA, Hillary Clinton parlava così: "Siamo determinati nel fermare una situazione in cui videogiochi con contenuti pornografici e violenti siano venduti ai nostri bambini. Abbiamo quarant'anni di ricerche che ci dicono che i media violenti sono un male per i piccoli, [...] i videogiochi violenti aumentano gli atteggiamenti aggressivi così quanto l'esposizione abbassa il quoziente intellettivo". Nelle intenzioni della Hillary Clinton del 2005, i videogiochi violenti dovevano essere trattati "nel modo in cui trattiamo tabacco, alcool e pornografia". Volendo spezzare una lancia a favore della candidata democratica, dobbiamo dire che la sua lotta ci sembra essere stata dedicata al rispetto delle restrizioni nella fruizione da parte dei minori dei contenuti violenti, piuttosto che su una censura collettiva (di cui è stata comunque accusata). Neanche nel 1999, quando in seguito al massacro della Columbine High School la Clinton inseriva i videogiochi tra i media in grado di causare la perdita d'empatia nei più giovani, auspicando già alla fine del secolo scorso dei maggiori controlli sui contenuti ai quali essi avrebbero dovuto avere accesso. Gli sforzi della Clinton contro i videogiochi partono quindi da un'idea condivisibile, unita però a modi e frasi a effetto (quarant'anni di ricerche?) che almeno fino al 2005 lo erano abbastanza meno. Anche all'epoca, il FEPA fu criticato duramente dall'Entertainment Software Association, oltre a essere visto dalle malelingue come un tentativo di guadagnare consensi tra i conservatori. Chiudiamo questa parte con due piccole curiosità: la prima è la foto qui accanto, datata 1993, in cui ci viene mostrata una versione di Hillary Clinton appassionata videogiocatrice su Game Boy. La seconda è legata alla campagna elettorale del 2016, durante la quale l'ex first lady ha organizzato un evento promozionale nei pressi di un PokéStop di Madison Park a Lakewood, in Ohio, sfruttando la momentanea attenzione dedicata da molti a Pokémon GO.

Donald Trump

Da un personaggio come il candidato repubblicano sarebbe lecito aspettarsi di tutto e di più anche su un tema secondario come i videogiochi, ma purtroppo da parte di Donald Trump non ci sono tantissime dichiarazioni in questo senso. La sua posizione più recente arriva da un tweet del 2012, postato quindi prima ancora di dare il via alla cavalcata elettorale, in cui il magnate accusava la violenza nei videogiochi di creare mostri, insieme alla glorificazione(?!) dell'intrattenimento elettronico. Le elezioni americane e i videogiochi Una visione più colorita, in pieno stile Trump, ma nei contenuti apparentemente simile a quella di Hillary Clinton, anche se poco dettagliata in quanto riassunta nei 140 caratteri imposti da Twitter. Dallo stesso social network arriva anche un retweet di Donald Trump di un messaggio d'apprezzamento inviatogli da @CommissarofGG, sedicente leader del famigerato GamerGate. Dubitiamo che Trump abbia anche lontanamente idea di cosa sia stata questa controversia nel mondo dei videogiochi, per cui ci appare più probabile che egli abbia semplicemente schiacciato il bottone di retweet su un post di supporto nei suoi confronti. Come nel caso della principale concorrente per il ruolo di prossimo presidente degli Stati Uniti, anche in questo caso abbiamo qualche curiosità. La prima lega in Donald Trump alla violenza in un modo completamente diverso: nel 2007, in occasione di WrestleMania XXIII, fu addirittura protagonista su un ring di wrestling, con tanto di body slam ai danni di Vince McMahon. La seconda è ancora più vecchia e risale al 2004, anno in cui Trump mise in atto insieme a Microsoft un video promozionale per l'E3. In piena console war contro Sony, il filmato era una parodia dello show The Apprentice con lo stesso Trump, in cui il ricco investitore incaricava due diversi team di creare un MMORPG sulla sua variopinta esistenza. Non si lega ovviamente alla posizione del Trump politico nei confronti dei videogiochi, ma vari elementi (tra cui il cammeo finale di Bill Gates) lo rendono comunque imperdibile.

Jill Stein e Gary Johnson

Non saranno destinati alla Casa Bianca coi loro voti, ma ai videogiocatori risulteranno comunque più simpatici i candidati del partito dei verdi e di quello liberal. Le elezioni americane e i videogiochi Partiamo con Jill Stein, che chiamata in causa sull'argomento ha risposto che "la ricerca sulla relazione tra videogiochi violenti e violenza nella realtà è ancora troppo limitata per trarre conclusioni", oltre ad affermare che "le cause principali della violenza nella nostra società siano più profonde dei videogiochi", puntando il dito contro problemi come povertà, discriminazione, bullismo e la possibilità di ottenere armi d'assalto. La voce del liberale Gary Johnson è come prevedibile quella più aperta nei confronti dei videogiochi, ritenuti dal candidato una possibile causa di violenza non maggiore rispetto a libri, televisione e altre forme d'intrattenimento. Secondo Johnson il governo dovrebbe farsi garante dei diritti sanciti dal Primo emendamento della costituzione americana, piuttosto che impegnarsi nel decidere che tipo di contenuti mostrare ai consumatori. Tale ruolo spetterebbe invece ai genitori e al mercato. A meno di 24 ore dall'esito delle elezioni, a questo punto non ci resta che aspettare di sapere chi sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti. Da videogiocatori resteremo a guardare il suo operato con curiosità, ma non nascondiamo anche un pizzico di preoccupazione per quelle che potrebbero essere le politiche messe in atto da Hillary Clinton o Donald Trump, in base alle dichiarazioni da essi stessi fatte in passato.