EditorialiPerché Switch non deve avere blocchi regionali 

Nintendo deve evitare di spararsi sui piedi abbandonando una pratica antistorica e antitecnologica

Siamo a maggio del 2015 e Nintendo stupisce tutti lanciando l'Humble Nindie Bundle. L'offerta è di quelle davvero ghiotte per i possessori delle sue console, visto che con un solo dollaro consente di portarsi a casa Guacamelee! Super Turbo Championship Edition per Wii U, Woah Dave! per Nintendo 3DS e Mighty Switch Force! sempre per Nintendo 3DS. Pagando invece almeno dieci dollari si ottengono anche Stealth Inc. 2 per Wii U e SteamWorld Dig sia per Wii U, sia per Nintendo 3DS. Infine, pagando più della media delle offerte si acquistano The Fall per Wii U, OlliOlli sia per Wii U, sia per Nintendo 3DS e Moon Chronicles Episode 1 per Nintendo 3DS. Insomma, spendendo un'inezia ci si riempie di bei giochi e si fa un po' di carità a nome di Nintendo, che ne ha un bel ritorno d'immagine. Cosa può andare storto? Molto, in verità. Wii U e Nintendo 3DS hanno i blocchi regionali, quindi il bundle non è acquistabile in tutto il mondo, ma solo in alcuni territori. Per inciso in Nord America e in alcune aree del Centro e del Sud America. Di fatto una delle offerte più ghiotte di Nintendo ai giocatori da quando è entrata nel mondo console non è riuscita a comprenderli tutti. Ovviamente gli esclusi si sono fatti sentire e il bundle a diffusione limitata è diventato un boomerang niente male per Nintendo, che si dovuta giustificare con mezzo mondo e ha dovuto investire risorse per rendere il bundle accessibile a tutti.

Cerchiamo di capire perché Nintendo Switch non deve avere blocchi regionali

Caos New 3DS

Perché Switch non deve avere blocchi regionali Altro caso, sempre molto recente: siamo nel 2014 e Nintendo annuncia il New Nintendo 3DS e il New Nintendo 3DS XL, ma decide di dilazionarne il lancio in diversi territori (può essere utile per vedere le reazioni del mercato alla novità partendo da un campione rappresentativo del pubblico potenziale). Nel 2014 escono prima in Giappone, quindi in Australia. Dopo qualche mese, a gennaio 2015, la versione XL viene lanciata in Nord America. Noi europei dobbiamo attendere febbraio 2015 per avere entrambe le versioni, mentre gli americani fino a settembre per poter acquistare la versione normale. Come se la situazione non fosse già abbastanza caotica di suo, ci hanno pensato i blocchi regionali a peggiorarla. Mettiamo che uno statunitense avesse voluto acquistare la versione standard della console a febbraio, quando è stata resa disponibile in Europa, cosa avrebbe potuto fare? Senza blocchi regionali l'avrebbe presa d'importazione e sarebbe finita lì, ma con i blocchi ha semplicemente dovuto aspettare, a meno di non rinunciare ad acquistare i giochi nel suo stato o, nel caso possedesse già un Nintendo 3DS, di abbandonare la libreria già accumulata (o far convivere due console, che è anche fattibile, ma poco pratico).

L'anacronismo dei blocchi regionali

Per chi non lo sapesse, i blocchi regionali sono una forma di DRM (Digital rights management) che impediscono l'utilizzo di prodotti o servizi al di fuori di un certo territorio. In passato erano molto diffusi nell'industria videoludica e non era certo solo Nintendo ad applicarli. Ad esempio PlayStation e PlayStation 2 erano bloccate territorialmente, così come Xbox e Xbox 360 (ma in questo caso gli sviluppatori potevano rendere i giochi liberi). Negli anni ci sono state forme di blocchi regionali molto particolari, come quello del Mega Drive/Genesis di SEGA che aveva cartucce di forma differente a seconda della regione. Perché Switch non deve avere blocchi regionali Non pensiate però che i blocchi regionali riguardino solo i videogiochi, perché sono molto più diffusi di quanto si pensi. Esistono addirittura delle stampanti bloccate regionalmente, oppure dei software con funzioni chiuse in determinati territori, mentre alcuni servizi online hanno dei limiti dettati dagli accordi commerciali con le diverse aree geografiche (pensate a Netflix). I blocchi regionali non vanno demonizzati e a volte sono semplicemente necessari, ma nel mondo dei videogiochi e, più in generale, in quello dell'intrattenimento, sono diventanti un bel peso. I casi di cui abbiamo parlato in precedenza non esauriscono l'intero spettro dei problemi causati da questa forma di protezionismo: in una società in cui uomini e cose si spostano per l'intero globo, spesso alla velocità della luce (quando sono digitali), imporre dei limiti del genere è fuori dal tempo. Si finisce per proteggere alcune realtà economiche, comunque limitate, sfavorendo però gli utenti. Attenzione: il problema in sé sembra toccare solo un ristretto numero di persone (chi acquista d'importazione), ma in realtà influisce su tutti. I blocchi regionali infatti servono soprattutto per mantenere il controllo dei prezzi: per un produttore hardware può rivelarsi svantaggioso che gli utenti possano acquistare giochi in territori dove costano di meno e non solo per il minore guadagno nell'immediato. Il problema di Nintendo è però un altro: ormai è rimasta sola nella politica dei blocchi regionali. Microsoft e Sony hanno capito da tempo che non hanno senso e che devono rivolgersi al mondo e non al singolo territorio quando parlano della loro merce. Non è solo un problema pratico, ma anche filosofico: perché tenere in piedi simili arcaismi viene interpretata come una forma di chiusura, che se sommata ai ritardi di Nintendo in altri campi come l'online, fonda un'immagine ambigua che finisce per intimorire alcuni dei potenziali acquirenti.

Domande da porsi

Una delle domande che molti si porranno davanti a Switch, che nascerà dal confronto con le concorrenti dirette, sarà infatti legata al livello dei servizi offerti dalla console; tra questi ultimi ci dovrà anche essere quello di potersi rivolgere a un mercato più ampio invece che soltanto a quello locale. Switch è la cartina di tornasole per Nintendo, che per renderla una console vincente deve evitare di dover giustificare scelte controverse e anacronismi, comprendendo la maggior parte delle possibili risposte nell'offerta. Perché Switch non deve avere blocchi regionali Non devono esserci dubbi nelle capacità online di Switch, in che cosa la console può o non può fare a livello tecnico e, perché no, nella possibilità di acquistare un gioco d'importazione, magari perché non ne è prevista una versione ufficiale nel territorio in cui si vive o anche perché lo si vuole giocare in lingua originale. Dover spiegare significa perdere, perché qualsiasi motivazione, per quanto valida, sarà letta negativamente dagli utenti. Pensiamo poi a come funziona la concorrenza: se PlayStation 4 e PlayStation Vita fossero state bloccate regionalmente, molti non avrebbero potuto acquistare Dead Or Alive Xtreme 3 e non avrebbe avuto senso per il publisher aggiungere la lingua inglese nell'edizione asiatica; oppure non sarebbe mai nato il mercato delle visual novel in lingua originale per console che, seppur molto piccolo, conta comunque un discreto numero di appassionati. Ma torniamo a guardare in casa Nintendo: se il Nintendo DS non fosse stato sbloccato regionalmente (sì, anche la casa di Mario ha provato le gioie della libertà), capolavori come Radiant Historia di Atlus sarebbero stati praticamente sconosciuti dalle nostre parti. Di esempi fattibili ce ne sarebbero molti altri (pensate ai limiti al collezionismo), ma il discorso dovrebbe essere ormai chiaro: Nintendo non può più ragionare in termini di territori, pertanto deve scrollarsi di dosso questa e altre eredità del passato se vuole tornare a essere grande nel mercato dei videogiochi. Oltretutto sarebbe paradossale che una console dalla natura mobile come Switch fosse chiusa. Se non dimostrerà di aver capito, magari farà breccia ancora una volta nei cuori dei suoi fan storici, ma dopo Switch, le console su cui vedremo correre Super Mario saranno marchiate Microsoft e Sony.