I momenti indimenticabili di Metal Gear Solid V: the Phantom Pain  122

Metal Gear Solid V è un capitolo controverso della storica serie, ma questo non significa che sia privo di grandi momenti

È l'ultima opera di Hideo Kojima e forse sarà l'ultimo Metal Gear Solid degno di appartenere alla serie... eppure The Phantom Pain è divenuto una sorta di paria della storica saga, a causa del suo travagliato sviluppo e dei brutali tagli contenutistici a cui è andato incontro. Le critiche al gioco sono sicuramente sensate, specialmente se si considera cosa sarebbe potuto essere senza i tormenti sopracitati o lo si appaia a capolavori assoluti come il primo Metal Gear Solid e il terzo; eppure non bisogna dimenticare che, anche nel martoriato stato in cui è uscito, Metal Gear Solid V è riuscito comunque a guadagnarsi di diritto il posto tra i migliori giochi della sua annata, e a chiudere degnamente il cerchio con un misto di gameplay curatissimo e momenti poderosi. Perché questo capitolo "conclusivo" della serie vive di momenti, e noi vogliamo recuperare i più significativi in occasione del suo arrivo su Playstation Plus. Ah, ovviamente se non lo avete giocato è il caso di stare attenti, ci sono spoiler pesanti nell'articolo.

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I momenti indimenticabili

Il prologo
Tutto il prologo di The Phantom Pain è a dir poco geniale, dalla creazione del personaggio alla lenta fase di fuga dall'ospedale di Venom Snake. È una fase in cui Kojima dimostra tutto il suo estro e la sua maestria registica, condita da musiche perfette e a da un tale distacco dagli altri episodi della serie da poter essere inizialmente scambiata per un capitolo tratto da tutt'altro gioco (al punto che il buon Hideo, maestro del marketing virale, usò proprio il prologo per "presentare" The Phantom Pain sotto altro nome). Forse molto del malcontento legato al gioco deriva proprio dalla forza di questi primi momenti: durante la campagna sono poche le missioni dove la trama avanza con la stessa lucida visione artistica, e lo stacco potrebbe aver turbato molti anche più delle problematiche legate ai tagli.

Il ritrovamento di DD e il primo Fulton
Metal Gear Solid V è uno dei capitoli della saga più incentrati sul gameplay in assoluto, e al suo interno contiene anche degli interessanti elementi gestionali, con una spinta al collezionismo che non fa mai male per chi ha un po' di tendenze ossessivo-compulsive. Il Fulton è il fulcro di queste trovate, un pallone aerostatico in miniatura utilizzabile per raccogliere dal campo di battaglia animali, soldati, oggetti, e ogni genere di amenità. La prima volta che lo si usa per raccogliere qualcuno o qualcosa è esilarante: c'è tutto l'atipico umorismo di sottofondo di Kojima nell'utilizzo di uno strumento simile, al punto che la sua assurdità presto sparisce per diventare del tutto naturale anche all'interno di una narrativa estremamente dark come quella di The Phantom Pain. La "fultonata" migliore è però quella del carinissimo DD: un cucciolo di lupo trovato in una delle missioni della fase iniziale, che ben presto diventa un utilissimo alleato. Impossibile non affezionarsi a lui, anche perché si tratta senza dubbio di uno dei migliori cani della storia dei videogiochi.

La battaglia contro Quiet e il suo "reclutamento"
Parlando di personaggi controversi, di Quiet si è discusso fino allo sfinimento, ma è innegabile che lo scontro con questa conturbante cecchina sia uno dei più riusciti di The Phantom Pain, così come notevoli sono alcune delle scene che la vedono protagonista. Tralasciando per un momento la battaglia in sé (comunque geniale, perché affrontabile in vari modi e molto spassosa), l'arrivo di Quiet nella base dei Diamond Dogs è un momento estremamente forte, che porta a galla le tensioni tra i membri del gruppo di Snake e apre interessanti spunti narrativi. Spunti lasciati un po' andare nella seconda parte, ma per lo meno portati a termine.

L'esilio
Più un momento di grande soddisfazione che altro, l'esilio dalla base di Huey Emmerich è una giusta chiusura per un personaggio tra i più detestabili e fastidiosi visti nella serie. Certo, molti avrebbero voluto vederlo proprio eliminato, ma sarebbe stato un paradosso all'interno della cronologia di Metal Gear Solid. Ci accontentiamo quindi di un disonorevole esilio su gommone, anche perché ben consapevoli del suo futuro.

Demon Snake
Quasi certamente uno dei punti più alti del gioco, il capitolo in cui Venom Snake si ritrova costretto ad eliminare i suoi stessi soldati per salvare le sorti dei Diamond Dogs è tra i più crudi, violenti e visivamente ispirati della saga, oltre ad essere un terrificante momento di crescita per il protagonista. Tutto qui è gestito alla perfezione: ritmo, inquadrature, simbolismo, musica. Un momento del genere meritava una storyline di contorno all'altezza degli altri Metal Gear Solid, c'è poco altro da dire.

I momenti indimenticabili di Metal Gear Solid V: the Phantom Pain

"Potresti avere delle allucinazioni"
Tutta la questline di Paz è, a modo suo, stupefacente, poiché quella che sembra un'innocua serie di missioni secondarie si trasforma rapidamente nell'ennesimo promemoria di quanto la guerra sia orribile e non lasci scampo. Non c'è speranza nella battaglia che Venom Snake sta combattendo, e la scena finale con Paz non fa che sfruttare la "condizione" del protagonista per chiarirlo con terribile potenza.

Gli esperimenti sui bambini di Skull Face
Sarà anche una "trovata shock" di quelle facili facili, ma è indubbio che ci voglia un discreto pelo sullo stomaco per inserire una scena come quella dell'ospedale dei bambini soldato all'interno di un videogioco. Si tratta peraltro di un momento dove si può notare fino a che punto un antagonista come Skull Face sia disposto a spingersi per mettere in atto il suo piano.

La verità
Anche con l'atto tre disperso, la conclusione di Metal Gear Solid V resta, comunque, brillante. È l'unica chiusura che possa avere un senso all'interno della complicatissima narrativa della saga, e l'unica trovata che rende concettualmente giusta qualunque scelta fatta dal giocatore durante la campagna. Nella sua capacità di chiudere il cerchio è indubbiamente una genialata, oltre ad essere un notevolissimo colpo di scena. Anche all'interno di un arco narrativo tra i meno riusciti di Kojima, in parole povere, il finale di The Phantom Pain è da manuale e non merita le critiche ricevute. Lo ripetiamo, se lo sviluppo del gioco non fosse stato così travagliato, forse oggi questo capitolo della saga potrebbe meritarsi di diritto un posto tra i migliori giochi di sempre. Così, è solo un ottimo gioco con dei grandi momenti. Un vero peccato.