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C'è una notizia che probabilmente è passata inosservata, o comunque sotto tono, che secondo me merita una certa attenzione. Parlo di un pezzo apparso ieri su Wired, testata che non ha bisogno di presentazione, e che parla di un'inchiesta formalmente aperta dal governo degli Stati Uniti nei confronti di alcune società del settore videoludico.
Non vi sto ad annoiare con i dettagli tecnici, ma sembra che alcuni movimenti di denaro "comuni nell'industria dell'intrattenimento interattivo" siano nel centro del mirino degli investigatori.
Una bella doccia di realtà in un mondo che, tutto sommato e soprattutto dal nostro punto di vista, la realtà la vive con un certo distacco. Non voglio focalizzarmi troppo sui dettagli, tantomeno sulla fondatezza o meno delle accuse, ma su di un fatto molto più semplice e probabilmente più banale: in un certo senso l'arrivo delle indagini, delle denunce (fossimo in italia si misurerebbero gli avvisi di garanzia) legate all'ambito finanziario segna definitivamente l'ultimo traguardo di quel declino verso il "Big Business" iniziato qualche anno fa con le battaglie legali prima, per cybersquatting o violazione di copyright, e con la quotazione in borsa poi.
L'industria del videogame produce, e crea numeri che, evidentemente, iniziano a diventare davvero importanti, al punto di attirare l'attenzione. Così si scoprono gli altarini, e quando si comincia a frugare, qualche scheletro fuori da qualche armadio salta sempre fuori. Non voglio evocare immagini patetiche direttamente dai film finanziari degli anni '80, ma solo dire che, quando gli interessi iniziano a farsi davvero grandi "toccare il fango senza insozzarsi", come scriveva Kipling, diventa difficile.

Massimiliano Monti, responsabile editoriale area PC.

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