Diario del CapitanoDiario del Capitano 

Diario del Capitano

Visto che in questi ultimi passaggi di Diario vanno di moda i richiami, e non riuscendo ad esimermi dalla tentazione presenzialista di seguire i trend redazionali, mi rifaccio ai due diari passati per dire la mia sul discorso spoiler/videogame/cinema e chiudere idealmente il trittico di cervelli che sovrintendono al diario (con un tremito di terrore a immaginare una creatura vagamente cerberiforme le cui teste imitano le fattezze del Pucci, del Fanelli e mie intenta a scrivere la sopracitata rubrica). A dire il vero mi sarebbe piaciuto, con un moto vagamente polemico, parlare ancora una volta di libri, forma di intrattenimento vieppiù bistrattata, ma la sindrome imitatoria ha avuto il sopravvento.
Il discorso Spoiler è già stato ampiamente eviscerato nei giorni passati: spoilerare è male, perchè rovina il gusto dell'esperienza, sia essa videoludica o cinematografica (o letteraria, ci aggiungo a forza), e bravo è colui il quale riesce a trasmettere, parlando di quanto ha visto o sperimentato, le stesse emozioni che ha provato senza cedere alle lusinghe del racconto nudo e crudo o dell'ancora più patetico dire e non dire. Qualcuno dice che chi usa troppo gli esempi quando parla lo fa perchè non sa spiegarsi diversamente, e in effetti il metodo dell'esempio chiarificatore è quantomai abusato: in questo senso, e senza alcun riferimento ironico o mancante di rispetto, dalle parabole in poi tutto il resto è pallida imitazione di un modello collaudato e per questo abusato. Io aggiungo che anche chi non sa far rivivere le proprie sensazioni in un modo diverso dal racconto è probabilmente povero di risorse oppure, peggio, ritiene che questo sia l'unico sistema per farsi comprendere dai più. In ciascuno dei due casi commette un grande errore: sottovalutare le proprie risorse nel primo caso (dando per scontato che, trovandosi nella condizione di scrivere per altri, ne abbia), quelle dei suoi lettori nel secondo. Certo, la tentazione di trattare ogni argomento in modo estremamente semplice, comprensibile anche ai meno volenterosi, è sempre in agguato, così come il timore di non essere compresi.
Bisognerebbe accettare, sia dalla parte di chi scrive che da quella di chi legge, che la parola scritta è uno dei più grandi patrimoni dell'uomo e, volenti o nolenti, è sempre e comunque uno strumento di apprendimento e di crescita, non solo di intrattenimento. Non si può pretendere di scrivere senza trasmettere qualcosa, così come non si può sperare di leggere senza ricevere qualcosa.
Cercare l'oggettività è sicuramente un bene, quando si tenta di trasmettere un'esperienza ad altri, ma limitarsi a raccontare la trama e le caratteristiche è limitante. Se leggo la recensione di Max Payne 2, per rimanere attuali, sinceramente punto o poco mi interessa di sapere di quanti poligoni è composto il modello della Beretta. Mi interessa molto di più sapere che il rumore che fanno gli ultimi bossoli quando cadono dopo il termine di una sparatoria tagliano il silenzio come un rasoio, e gli echi si spengono nel silenzio. Se la scrivo, non dovrei limitarmi a dire che gira a XX FPS su un computer di fascia media, ma dovrei dire che l'effetto che segna il passaggio al Bullet time colpisce come un'onda d'urto, dando la sensazione di venire proiettati in un lago tiepido e denso color seppia. Senza far mancare la parte più squisitamente tecnica, ma è necessario trasmettere anche Qualcosa che l'esperienza ci ha lasciato. E per farlo non è necessario raccontare colpi di scena o trovate di gameplay. L'importante è che chi scrive cerchi di trasmettere quello che ha ricevuto, e chi legge sia disposto ad accettarlo con fiducia, in un regime di reciproca buona fede.

Massimiliano Monti, responsabile editoriale area PC.

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