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Il giudice Edoardo Mori del tribunale del riesame di Bolzano (link) ha deciso, in merito ad un'azione legale promossa da Sony a livello internazionale, che modificare la PlayStation è legale e legittimo, rendendo invece illegittimi i sequestri di microchip e console effettuati in molti negozi d'Italia. Con un po' di buon senso la stessa cosa potrebbe essere traslata alle altre console disponibili sul mercato. La decisione, avversa alle richieste della multinazionale ha a che fare con il diritto di chi compra di godere del bene acquistato nel modo più ampio ed esclusivo. Insomma, farci quello gli pare, compreso metterci un chip per leggere giochi copiati.
Se da un punto di vista puramente teorico il ragionamento non fa una grinza, da un punto di vista pratico è una spinta al proliferare senza controllo di giochi copiati e relativi venditori abusivi. Limitarmi però ad osservare questa sola conseguenza sarebbe però troppo riduttivo. La tendenza dell'italiano medio a comprare giochi pirata, a clonare la smart card del ricevitore satellitare e a fotocopiare libri (l'ho già affermato in altri miei interventi) fa parte del suo substrato culturarale e all'incapacità di attribuire un certo valore a taluni servizi. Andando oltre però, arrivando ai negozianti, molti dei quali "costretti" a vendere PlayStation o Xbox chippate per tirare a campare, si evince uno stato di malessere, di incapacità di generare guadagni in questi settori economici "d'avanguardia".
Del resto, come può un negoziante "campare" su una console del valore di 199€ (sulla quale i margini di guadagno sono di una manciata di euro - 10 o 15, non di più) mentre la grande distribuzione organizzata decide di vendere sottocosto "a perdere" una console a 99€ o 139€? Risale allo scorso Natale l'azione-reazione tra Esselunga e Sony, in merito ad una partita di PlayStation 2 vendute sottocosto dalla catena milanese e della conseguente azione legale intrapresa da Sony contro Esselnuga e la sua bordata al florido mercato natalizio.
Il tessuto distributivo è dunque malato di mancanza di regole, o in caso che queste ci siano, di mancato rispetto delle stesse.
Intesa in tal senso l'ordinanza del giudice Mori è un segnale forte di "cambia o muori". Se tutto rimanesse così com'è oggi sarebbe una sentenza kamikaze per il settore, se invece stimolasse un cambiamento a tutti i livelli, allora il giudice Mori avrà avuto uno sguardo più lungo delle varie multinazionali e realtà distributive.
Ma cosa cambiare per superare le difficoltà?

1. Prima di tutto non si dovrebbe dimenticare l'esistenza dei piccoli negozi specializzati indipendenti, strozzati dalle offerte della grande distribuzione, che, in particolare nel settore dei videogiochi, stanno devastando ogni politica commerciale (il paradosso del negoziante specializzato che va a fare magazzino approfittando dell'offerta dell'ipermercato di turno esprime benissimo lo stato di malessere di cui parlavo pocanzi). Tentare di guidare le realtà più piccole verso un'evoluzione al fine di conservare la specie in via di estinzione, puntando sul servizio, sull'associazione di imprese e su prodotti di nicchia irraggiungibili dalla GDO.
2. Stimolare, fin dalle scuole medie inferiori, una cultura del rispetto del diritto d'autore, specialmente nelle produzioni intellettuali immateriali come il software (rubo una mela al supermercato sono un ladro, copio un gioco sono un furbo).
3. Investire in ricerca & sviluppo, affinchè le modifiche e le copie diventino più costose e irreperibili del prodotto stesso.
4. Fare pressioni sul governo affinchè il prodotto multimediale sia assimilato a quello librario e ne venga ridotta l'IVA dal 20 al 4%, con una conseguente riduzione del prezzo di una cospicua fetta.

Probabilmente non sono gli unici quattro ingredienti della ricetta per un mercato dei videogiochi più ampio e prespero, ma sono un buon inizio.

Andrea Pucci, editore Multiplayer.it

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