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Diario del capitano

DIARIO di La Redazione   —   09/07/2001

Diario del capitano

Dopo i consigli sentimentali di Almor di sabato (ribattezzeremo il suo diario "l'angolo della posta del cuore di Almor") ho visto veramente tutto. Dopo i bastioni di Orione in fiamme e cose che voi umani non potete neanche immaginare viene la posta del cuore. Se Blade Runner fosse girato oggi, Rutger Hauer, nel finale drammatico che ha superato i decenni ed è arrivato fino a noi, saprebbe cosa dire più al passo con i tempi.
Uccidiamo la sottile ironia che in questo lunedì mattina pervade la mia tastiera e rispondiamo ad un lettore che ha commentato con una certa forza il mio diario di venerdì, su Microsoft e Windows Xp (volete leggere?). Il nostro amico si è soffermato in particolare sull'ipocrisia che secondo lui contraddistingue le software house che piangono per mancanza di vendite, colpa della pirateria.
Su questo caro Francesco ho da farti un appunto. Devi distinguere tra software house e software house. Le software del nostro settore, quello dei videogiochi, piangono a ragione. Non sono loro a decidere le politiche di prezzo e di distribuzione, bensì i publisher, figure intermediarie che stabiliscono quanto devono guadagnare le software house, quanto devono spendere gli utenti e quanto il prodotto dovrà vendere (agendo sui budget dedicati al marketing). Lode dunque a scelte coraggiose di italiani come Pietro Vago di CiDiVerte che, agendo sulla Take2, è riuscito a decapitare i prezzi di molti suoi nuovi prodotti portandoli a L.59.900 (lo stesso Max Payne, attesissimo, non sarà full price ma sotto le 70milalire). Questo dimostra che volendo, si può agire sui prezzi. Ammetto che la questione non sia così facile come sembra. Non si può prendere una forbice e fare "ZAC". I rappresentanti che vendono le scatole nei negozi prendono commissioni, i negozianti prendono commissioni, i distributori prendono commissioni. Per nutrire questa folta schiera di intermediari è difficile agire sui prezzi. Se a questo sommi il valore della lira rispetto al dollaro (e relativo potere d'acquisto) deriverai che un americano che spende 49 dollari in un punto vendita Electronic Boutique di Los Angeles, in verità spende meno della metà di un italiano. Quindi se devi essere critico, considera queste attenuanti, specie per le software house che fanno giochi.
Concludo riportando parte di uno sfogo privato di un programmatore e principale finanziatore del suo gioco (basato su una licenza di uno sparatutto) che dopo due anni di stenti, con alle spalle un famoso publisher e il gioco in vendita nei negozi, non aveva ripreso un quattrino: "Voglio uscire dall'industria dei videogiochi. L'industria è basata sul fregare gli sviluppatori, che alla fine riescono a prendere sì e no il 15% delle vendite, mentre l'85% va ai publisher. Io rimango un poveraccio, anche se il gioco sta andando bene. C'è una possibilità che io vada in pari (delle diverse decine di migliaia di $$ investiti sul progetto, n.d.Pucci): non metto da parte niente e non aggiusto la macchina. Ho guadagnato meno soldi così di quando verniciavo automobili.".
Liberi di credere.