Siren: Blood Curse - Provato  37

Il villaggio dannato riappare su PlayStation 3, preparate le torce e tante pile di riserva!

Puntata pilota o gioco pilota?

I primi tre episodi, ovvero il primo di quattro capitoli, rappresentano, con tanto di teaser a fine puntata, un buon pilota dell'intera stagione. Tutto il gioco è infatti strutturato in chiave televisiva, con salti tra i vari personaggi, una struttura corale che solo alla fine rivelerà il quadro generale degli eventi. La storia ci racconta le vicende di una troupe televisiva americana che si reca in Giappone sulle tracce di un villaggio scomparso 30 anni fa, Hanuda, per poi scoprire che grazie ad una setta gli abitanti del ritrovato paese si sono trasformati in una sorta di zombi, chiamati Shibito, più scoordinati e sgraziati, ma decisamente più letali di quelli dell'iconografia classica romeriana.
Dopo una intro iniziale che fa molto Blair Witch Project, in cui la troupe si imbatte nel sanguinoso culto, la prima puntata ci vede nei panni di un ragazzo americano, che giunto per caso ad Hanuda, deve scappare dalle grinfie di un poliziotto, decisamente restio a conciliare, e soprattutto a morire. Subito viene messa in chiaro la natura stealth del titolo: il buio persistente, e le lunghe ombre gettate dalla torcia del ragazzo ci invitano ad un atteggiamento prudente, la lista degli obiettivi sempre presente a schermo ci indica cosa fare, attaccare è sempre l'ultima delle risorse. Evitare l'agente, nascondersi dentro una casa e solo dopo aver trovato un'arma provare a colpirlo: una bella bottiglia di sakè tanto per iniziare, più avanti una vanga diventerà il nostro corpo contundente d'elezione. La seconda puntata invece è focalizzata sul rinnovato sightjacking, ovvero l'abilità che ci permette di vedere attraverso gli occhi dei comprimari e soprattutto degli stessi Shibito. Contrariamente alle versioni PlayStation 2, questa volta potremo anche muoverci durante l'uso di suddetta capacità, ovviamente a beneficio delle meccaniche stealth del titolo. Non c'è niente di più angosciante e allo stesso tempo straniante che nascondersi in un armadio, attivare il sightjaking, e grazie allo split screen vedere contemporaneamente lo Shibito dalla doppia prospettiva dei nostri occhi e dei suoi. Il fatto che l'anima in pena ripeta poi gli stessi movimenti, e mandi mugugni lamentosi verso la zona in cui sembra aver sentito qualcosa, dove siamo noi ovviamente, aumenta la tensione e l'angoscia di certe situazioni. Dopo una parentesi a colpi di pistola e fucile, la terza e ultima puntata del capitolo ripropone ancora più pesantemente il tema del nascondersi e evitare i nemici, facendo meno rumore possibile: una bambina dovrà sfuggire, in un poco accogliente ospedale, una serie di fameliche e dagli occhi sanguinanti infermiere, personaggio ormai classico di un certo tipo di horror nipponico.

Luci nella notte

Tensione, angoscia e paura in un gioco di questo genere non possono essere trasmesse da una cosmesi solare, pulita e colorata: il buio è il vero protagonista del gioco, l'oscurità a fatica viene rischiarata dalle torce dei protagonisti, grandi ombre dinamiche si allungano sullo schermo a nascondere ancora di più le ambientazioni. Siren non reinventa nulla, ma amplifica tutto il campionario di orrori e spaventi di produzioni simili. Il metodo di controllo inoltre si adegua a questa sensazione di semi cecità, la visuale è bloccata su un angolo stretto dietro le spalle del protagionista, e solo con lo stick destro, che è molto sensibile, muoviamo lo sguardo del protagonista, che comunque non gode di una profondità visiva laterale ampia. Ci si trova quindi costretti in una situazione in cui si vede ben poco e anche voltandosi a destra e a sinistra non si riesce spesso ad avere una visuale chiara della scena. Non è questo un difetto, il battito del cuore ci annuncia la presenza degli Shibito evitandoci spiacevoli sorprese, e anzi questa sensazione persistente di claustrofobia è un deciso plus per l'atmosfera del titolo.
Da un punto di vista prettamente tecnico, Siren lascia a bocca aperta per il taglio generale delle immagini: tutto è marcio e sporco e come se non bastasse una pesante grana invecchia ad arte la pellicola, pardon, le textures a schermo.
Proprio le textures, di ottima fattura per le ambientazioni e per i modelli dei protagonisti e degli Shibito, risultano invece un pò piatte per il terreno e gli alberi, una piccola criticità questa in un contesto, comunque, decisamente positivo. Pollice in su invece per le animazioni dei nemici, agghiaccianti nel loro incedere sgraziato, quasi da ubriacone saltellante e soprattutto per il ghigno perenne sulle loro facce insanguinate. Un discorso a parte merita l'ottimo character design dei nemici: questo primo assaggio ci ha visti affrontare un poliziotto occhialuto, un infermiera in ciabatte, un contadino e un minatore in bermuda. Nessuno stereotipo, niente mostroni, niente teste piramidali ne zombi dalle braccia enormi, il terrore e l'angoscia nascono da qualcosa di comune e "familiare" che si tramuta d'un tratto in qualcosa di oscuro e disturbante che ribalta tutte le nostre sicurezze. L'immedesimazione ringrazia calorosamente, i nostri nervi no!
In definitiva, questo primo approccio con il "quasi remake" di Forbidden Siren, è stato sicuramente positivo. Tutti i cambiamenti apportati non fanno altro che giovare alle meccaniche di gioco, più stealth che action, e l'americanità di questa operazione non fa assolutamente rimpiangere l'originale. Le uniche perplessità possono venire dalla natura episodica dell'operazione e dalla durata dei singoli episodi, con i primi due che hanno sfiorato il quarto d'ora, mentre l'ultimo ha fermato la lancetta del cronometro su quaranta, intensissimi minuti. Una prima prova sicuramente entusiasmante, per un survival horror che, giungendo come primo del suo genere su PlayStation 3, ha tutte le carte in regola per non essere un semplice passatempo in attesa dell'uscita dei grossi calibri Konami, Capcom e Ubisoft.