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Videogiochi e divieti

Se vuole maturare e mettersi al riparo da ogni accusa, è tempo per l'industry di prendersi le sue responsabilità. E agire di conseguenza.

DIARIO di La Redazione   —   01/08/2004

La notizia l'avrete sicuramente letta tutti: Manhunt e i videogiochi sono pesantemente sotto accusa in UK, dopo che un ragazzo diciassettenne, Warren Leblanc, ha ucciso a martellate e coltellate il quattordicenne Stefan Pakeerah. E poco importa se alla fine il vero movente pare fosse una storia di droga, il fatto rimane e ce n'è abbastanza per scatenare un putiferio e far ritirare, volontariamente, il gioco dagli scaffali delle maggiori catene di negozi. Siamo sinceri: non me ne frega niente se sia stato effettivamente il videogioco la causa scatenante del comportamento violento e se videogiochi/cinema/TV/musica possano effettivamente influenzare, fino alla deviazione, menti già di per se fragili. Potremmo discuterne per ore, come fanno fior di psicologi/giornalisti/pseudopinionisti senza giungere ad alcun risultato e rimanendo ciascuno alla fine della propria idea. Ma al di là di ciò rimane un fatto incontrovertibile: Manhunt non doveva trovarsi nelle mani del ragazzo in questione, in quanto gioco vietato ai minori di 18 anni. Ok, nel caso in questione parliamo di un diciassettenne, ma ho visto bambini di 10 anni acquistare tranquillamente titoli VM 18, senza che nessuno - negoziante, genitori - battesse ciglio. Roba che non finirebbe mai e poi mai in mano a mio figlio, se ne avessi uno. Ma io sono un caso a parte, come molti di voi, cresciuto a pane e videogiochi conosco bene il settore e so che ci sono prodotti inadatti a un pubblico di giovanissimi. Diverso il discorso per la stragrande maggioranza dei genitori, che non sa praticamente nulla e per cui i videogiochi non sono altro che 'giocattoli', quindi innocui per definizione. Fatale distrazione? Certo, ma anche disinformazione ed eccessiva leggerezza da parte dei negozianti: non ho mai visto nessuno, di fronte a cinquanta euro fruscianti, negare la vendita di un gioco vietato a ragazzi palesemente troppo giovani o, peggio ancora, bambini accompagnati da nonni ignari. L'ELSPA si limita a trincerarsi dietro al bollino: noi ce l'abbiamo messo, arrangiatevi. Ma i signori dell'ELSPA si dimenticano (anzi, fanno finta di dimenticarsi) che il videogioco è un medium estremamente giovane, il cui pubblico è composto in larga parte da giovanissimi e a proposito del quale la stragrande maggioranza degli adulti è ben poco informata. Lanciate campagne informative serie, fate capire che i bollini di divieto non sono messi a caso ma hanno un preciso significato. E fate in modo, come avviene in tanti altri campi, che i negozianti rispettino i divieti di vendita. Dopo sì potrete trincerarvi dietro il bollino. E l'industria dei videogiochi avrà fatto un ulteriore passo avanti, verso una maturità che al momento, troppo spesso, le manca.

Mauro "Skyrise" Fanelli - console editor in chief @ M.it
Email:mauro.fanelli@multiplayer.it