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Vietato Leggere Vietato Leggere...ok, stavamo scherzando, maniaci letterari che non siete altro!

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Vecchio 25-02-2009, 09.22.35   #161 (permalink)
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Agostino affrontò il problema di Laura che si presentava, è il caso di dirlo, come un ‘colpo di scena’. Del resto non aveva il minimo dubbio su come avrebbe dovuto comportarsi. Aveva – alle origini – deciso di essere un padre autoritario, e padre autoritario doveva restare. Chiamò [a sé] Laura, e, sia pure con la classe di un uomo colto, le comunicò le sue <...> decisioni repressive. Niente Roma, niente vita mondana, niente ambizioni, niente compromessi con la società italiana. All’origine della vocazione mondana di Laura c’era evidentemente la stessa ‘teatralità’ del padre (i due infatti si assomigliavano in modo impressionante): si trovavano dunque in lei gli elementi psicologici e ideologici necessari ad accettare la repressione; e a compiere quell’atto eroico – che è stato un grande valore per tutti i secoli e i millenni della storia umana – consistente nella rassegnazione, e nella conseguente interiorizzazione delle proprie aspirazioni deluse.
Ma non appena fu – o parve – risolto il problema di Laura, ecco scoppiare il problema di Adriana. Anche stavolta fu Tertulliano a informare Agostino, il quale non si era neanche stavolta accorto di nulla. Adriana aveva sentito nel suo animo improvvisamente, proprio in quei giorni, una irresistibile vocazione religiosa. E aveva addirittura preso fra sé la decisione di farsi monaca di clausura. Era certa che il padre non l’avrebbe disapprovata; eppure temeva a parlargliene.
Anzi, all’idea di parlargliene era presa da un inspiegabile terrore.
Anche su questo punto Agostino fu subito radicale; niente clausura, niente uniforme ecclesiastica, niente compromessi con una Chiesa che non aveva saputo porsi come fondamento di una grande Destra (!), e anzi, si era data, sia pure verbalmente, negli ultimi anni a melense farneticazioni progressiste (sviluppando nel suo seno, insieme ai vecchi cardinali ignoranti come vaccari, degli insopportabili cattolici di sinistra non meno pietistici e untuosi).
Fu sul punto di chiamare Adriana e farle il discorsetto repressivo che aveva fatto con Laura. Quando, di colpo, ebbe, su di sé, una rivoluzionaria rivelazione, che l’illuminò. Era giugno: una stupenda giornata – non priva di nuvole colme di ritardataria pioggia – in cui l’estate era scoppiata d’improvviso. Se qualche goccia cadeva giù dalla ardente distesa grigia del cielo, pareva una goccia di sudore. Ma spesso il vento caldo apriva grandi squarci di sereno, e i raggi del sole obliqui (era già il tardo pomeriggio) davano alle vallate profonde, ai borghi rustici, ai boschi di querce uno splendore di cui il presente, sempre cosi misero, sembrava indegno. Agostino usci di casa, e andò a fare una passeggiata dietro il paese, dove il silenzio era più profondo e niente era cambiato dal <...> Medioevo. Una dolcezza selvaggia, ariostesca, aleggiava sui borri profondi, sui semicerchi di prati falciati contro il verde più cupo dei boschi mediterranei. Agostino, al contrario di tutti i componenti della nobiltà romana, non era un uomo ignorante. Al contrario, egli era molto colto: cosa, questa, che costituisce un caso anomalo, tanto anomalo da rendere probabilmente arbitrario questo mio racconto. Fatto sta che Agostino non solo aveva una buona cultura classica, ma anche una discreta conoscenza dei testi contemporanei. Inoltre, pur da dilettante, si era specializzato in storia della Chiesa e in storia delle religioni. Egli avrebbe potuto approfondire i caratteri della vocazione monastica di sua figlia: riconoscere a quale tipo di santità essa aspirasse (anche Adriana assomigliava a lui come una goccia d’acqua: quindi era inevitabile che se essa avesse una vocazione religiosa, il suo fine non avrebbe potuto che essere estremo, cioè, appunto, la santità.
Decise di parlare per tutto il tempo che fosse necessario con lei. Cosa che fece il giorno dopo e i giorni seguenti.
Interrogando Adriana, interrogava anche se stesso, visto che la rivelazione su di sé che gli era balenata <...> (e subito dissolta) lo aveva reso ai suoi occhi cosi nuovo e ‘problematico’.
Le conclusioni a cui arrivò interrogando Adriana furono in certo modo positive. Il misticismo della figlia era di qualità spiritualmente alta, cioè scientificamente pregevole. Il ‘cliché’ cristiano era xxx da buoni archetipi. Adriana era preda di una regressione reale, che solo la sua cultura, e quella certa cristallizzazione misteriosa, che distingue la schizofrenia dei santi da quella dei matti, impediva che divenisse un sintomo preoccupante. Essa riviveva la ‘ripetizione’ al di fuori della coscienza che essa ne aveva come lettrice del miglior San Paolo mistico (dimentica innocentemente della sessuofobia sospetta e dell’antifemminismo di costui). L’alta qualità della rinuncia al mondo di Adriana, andava presa in considerazione. Ma rilanciava anche il caso di Laura. Doveva dunque essere approfondita anche la vocazione mondana di quest’ultima. Cosa che Agostino fece diligentemente. Anche per Laura l’esame fu positivo; anzi, altamente positivo. Laura non desiderava affatto entrare nel mondo per una sciocca vanità e superficialità di ragazzina. Il suo voleva essere un vero e proprio intervento tra gli uomini: del suo livello sociale, s’intende, che qui va però inteso come livello culturale.
In che cosa dunque consisteva la rivelazione, che, in occasione della crisi delle sue due figlie, Agostino aveva avuto su se stesso? <...> Perché – si era chiesto Agostino – per tanti anni egli si era tenuto lontano dal mondo, in uno stato di volontaria impotenza? E la risposta, fulminea, che si era dato, costituiva appunto la illuminazione che egli aveva avuto su di sé: “Io mi sono tenuto lontano dal mondo in uno stato di volontaria impotenza perché desidero il mondo e ho sete di potere”. Questa domanda e questa risposta che Agostino aveva dato su di sé, avevano il loro modello sulle domande e sulle risposte che egli era stato costretto a dare sui problemi delle due figlie. “Perché Laura vuole imporsi al mondo? Probabilmente, anzi, certamente perché lo teme e lo detesta”. “E perché Adriana vuole definitivamente rinunciare al mondo? Perché sicuramente lo ama e ne è tentata”.
La ‘sete di potere’ che Agostino aveva riscoperto in sé – giacente come del materiale prezioso in una miniera abbandonata – era tanto [imponente] almeno quanto era stata [imponente] la sua sete di impotenza. E si scatenò subito in lui – appena riconosciuta e ammessa – con una violenza degna dei suoi avi.
Il suo calcolo fu immediato. Rientrare nel mondo e impadronirsene, affermandovi il proprio potere. Ma come? <...> L’occasione gli si era presentata: e migliore di così era impossibile immaginarla. Avrebbe mandato avanti le figlie: due donne straordinariamente belle, straordinariamente nobili, e per di più dotate di vocazioni e interessi culturali reali. Al momento in cui esse avessero conseguito il successo che certamente avrebbero conseguito, l’una come donna di mondo l’altra come santa, ecco che si sarebbe presentato lui, il padre. Non avrebbe dovuto fare, personalmente, un passo per risalire la corrente del tempo perduto. Si sarebbe trovato già in piedi sul migliore dei piedistalli o trampolini possibili. Non ha molta importanza precisare quali fossero poi i suoi progetti di potere concreto. La fondazione di quella grande Destra che egli – caso probabilmente unico in una società come quella italiana – aveva così precisa e limpida nella testa. E magari gli inevitabili legami col neofascismo, che egli continuava a disprezzare, ma, che, nella sua strategia, non poteva essere ignorato.
Chiamò le due figlie, e, ancora una volta, impose loro la sua volontà paterna ‘repressiva’. Infatti la sua decisione ben determinata e incrollabile era che esse dovessero scambiarsi i ruoli: Laura, la figlia <presa> da una disperata vocazione mondana, avrebbe dovuto prendere i veli e farsi monaca; mentre Adriana la figlia <presa> da una irresistibile e sincera vocazione religiosa, avrebbe dovuto andare a stabilirsi a Roma, a realizzarvi il più ambizioso e xxx dei disegni di successo mondano.
Sia Adriana che Laura accettarono, chinando la testa davanti alla volontà paterna. Del resto per Adriana questa non era che una regola della sua sincera santità; per Laura si trattò invece di un calcolo che la rendeva degna del padre, visto che aveva divinato le sue intenzioni.
Passarono circa dieci anni (e siamo così giunti circa ai giorni nostri). Le previsioni di Agostino, si avverarono esattamente. Adriana, la mistica, divenne una potente donna di mondo. La vita della Roma ricca e colta era inconcepibile, ormai, al di fuori di lei. La fatua Laura, dal canto suo, divenne una monaca la cui pietà richiamò subito su di sé l’attenzione del mondo, che tanto crebbe, con gli anni, che finì col pretendere quella donna santa. Ed effettivamente sarebbe stato impossibile, <...> dimostrare il contrario. All’ombra delle due figlie, Agostino piano piano era venuto in luce; e la sua autorità, appunto perché ancora nascosta e leggendaria, cominciava a essere insostituibile.
Venne il giorno in cui – reprimendo la sua spasimante volontà di esternarsi e di imporsi – Agostino ritenne opportuno abbandonare il suo esilio ormai ventennale, e riapparire sulla scena del mondo. Tutto era pronto. La cosa non doveva certo avvenire senza le ripercussioni e i risultati che Agostino si riprometteva, ma, nel tempo stesso, doveva essere rigidamente evitata ogni forma di retorica.
Ma è proprio alla mattina di quello storico giorno che il nostro racconto cessa. O meglio, ripiega su se stesso, in quel silenzio interiore da cui era incominciato, anche se tale silenzio interiore <...> è ormai profondamente, imparlabilmente diverso.»
P.P.Pasolini Petrolio




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Vecchio 01-03-2009, 22.11.00   #162 (permalink)
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“Carissimo,
la tua idea della letteratura mi fa schifo. Neanche: siccome non hai un’idea della letteratura, non posso nemmeno detestare qualcosa che non esiste. Il che significa che odio te, direttamente te, personalmente e nello specifico. Nonostante non ti incontri di persona da anni, conosco quanto dici e quanto fai, insistentemente, sempre – questo ronzio del moscone sulla merda e questo silenzio della merda davanti al calabrone sono, insieme, la medesima cosa: cioè te. Nonostante tu non abbia alcuna idea della letteratura, pensi di averla e propali il tuo credo imbecille che è praticamente ovunque. E’ un credo che è un’allucinazione collettiva e trascina tutto nell’abusata situazione di una ripetuta sodomia: politica, lavoro, musica, televisione, cinema, nutrizione, gioco – non c’è àmbito in cui questo credo non si sia spalmato e abbia mutato i rapporti che correvano tra queste espressioni umane e gli uomini. In praticolare, però, ai tuoi occhi tu incarni il messia di questo credo in àmbito letterario.
Vieti e promuovi quello che nemmeno ti piace, vittima idiota di te stesso, ma ti sostituisci all’umanità intera e decreti come e cosa l’umanità desidera. Censuri, sofficemente interdici, fai soffrire col sorriso sulle labbra, detieni una verità da bigliettino dei dolcetti cinesi circa il futuro della letteratura, ti inoculi come un ultracorpo nel lettore e nello scrittore e nell’editore, detti la tua legge disarmonica spacciandola per armonia e preveggenza. Spari pallottole fatte di vuoto, di nulla. La tua finta e pelosa umiltà, soprattutto quando si parla di te, è insopportabile e cela un’egomania che sarebbe mostruosa, se tu avessi un ego – il che, e qui sta la tragedia e la commedia di cui sei vittima e protagonista, non hai. Non sai cos’è l’io, figurarsi se sai cos’è il tu, il noi, il loro.
Sei un criminale in libertà a cui non solo viene garantita una splendida impunità, ma viene anche recapitato il dono dell’indifferenza rispetto alla fatica, al duro lavoro, allo scavo dell’interiorità.
Sei il cieco preposto a guidare gli inermi. Ti è andata bene per una ventina d’anni. Adesso, sulla tua strada, che presumi liscia e senza insidie, si affollano i barboni che, a differenza di te, non sono ciechi e ci vedono benissimo e iniziano a sgambettarti, a buttarti a terra: nel fango in cui meriti di stare.
Tu quando leggi, leggi pensando ad altro e sei incapace di rimanere nel presente. Non sai più cosa ti piace, te lo devono dire gli altri, che peraltro non sei in grado di intendere, e comunque prima ancora di aprire gli occhi cisposi il mattino non ti viene nemmeno in mente di affrontare il problema reale: che consiste non nel fatto di non sapere cosa desideri, ma addirittura di non avere alcun desiderio. Questo stato di anoressia emotiva, tu lo scambi per illuminazione, poiché ti hanno suggerito che gli illuminati hanno oltrepassato ogni desiderio. Tu stai invece dalla parte opposta: non hai mai conosciuto davvero il desiderio, quindi non puoi trascenderlo.
In verità, tutta la tua vita sconcertantemente ordinaria, piccoloborghese, frustratissima e alienata, dimostra che un desiderio l’hai provato e sei perfino riuscito a realizzarlo nella maniera più spettacolare. Si tratta del desiderio di impotenza. Tu fondamentalmente provi il desiderio dell’impotenza assoluta, sei stanchissimo, per te il mondo è un inenarrabile (prendi nota dell’aggettivo) peso da portare, inesplicabile e, in quanto inesplicabile, che non può essere interrogato. Quindi, non lo interroghi. Non lo interroghi perché, non potendo avere risposta, proveresti un tale dolore che schianteresti. Solo l’io attraversa il dolore, ma tu, l’io, non ce l’hai. Sei un funzionario della semivita e perciò, se ti dicono che a certe domande non c’è risposta, tu quelle domande o non te le fai o fai finta di fartele – nel secondo caso somministrando lezioni in forma di messali. Tu non hai l’io perché, nemmeno avendolo scelto, sei una disumana nebula che contamina uno spettro di un imprecisato noi con un ameboide fantasma di tu. Tu non sei amletico, ma hitleriano – un hitleriano che ha sostituito le adunanze di militi fanatici con angoscianti monologhi propedeutici delle tue nevrosi, convegni in sedi varie, sterminati gossip intrisi di venefica cattiveria assolutamente gratuita, con l’indegnità di un esercizio cinese del potere meschinello che volente o nolente (volente, sia chiaro…) eserciti e che non ti accorgi essere esso stesso un fantasma del potere: il potere non è quella cosa lì, ma tu ti crogioli nella tua convinzione fantasmatica di detenere un pesante fardello di responsabilità decisionali, nonostante rifiuti in apparenza il ruolo regale a cui segretamente aspiri, pur non avendo la minima idea di quale sforzo e quale lavoro interiore comporti l’essere re.

Italia De Profundis - Giuseppe Genna



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Vecchio 01-03-2009, 22.26.53   #163 (permalink)
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Hai sostituito l’incanto con l’utilità spacciandola per incanto, la sapienza con il sapere spacciato fumosamente come sapienza che non si può rivelare, il gioco con regole astratte e totalmente prive di creatività. Hai fatto della libertà un feticcio e quindi una schiavitù. Sei letteralmente una merda: cioè il deposito di rifiuti inerti di un enorme intestino sociale. Sei il paramecio che, al culmine della sua vitalità, scodinzola al microscopio tra i villi intestinali: si nutre di merda e metabolizza la merda, abita nella merda e nella merda muore, venendo espulso nella merda.
La tua idea di letteratura è impacchettata, nel preciso momento in cui dichari che il pacco è aperto o, peggio, che non esiste più il pacco. E’ cofanata con colori sgargianti e cellophane. Hai addirittura sviluppato un feticismo insensato rispetto a questo fossile in cui la letteratura viene inscatolata: passi ore a decidere quella confezione e giorni a tastare quella conchiglia iridescente, che “buca”, che “si vede lontano un chilometro”, la acquisti e la tasti e lì finisce il tuo piacere. Se il tuo piacere continua, continua aprendo la scatola e tastando quello che c’è all’interno come se fosse quello che c’è all’esterno. Nemmeno ti rendi conto che, così facendo, esprimi un’estetica dello zero, che dài vita alla morte, che spalanchi un buco nero in cui tutto viene e verrà digerito. Non sei consapevole di essere un coiffeur, il che già ti nobiliterebbe sul piano del significante, poiché in realtà sei semplicemente un parrucchiere: un parrucchiere che vive nel terrore di non essere il principale ma il suo garzone. Ti basta il diploma dell’istituto professionale, che attesti che non sei un garzone, ma un parrucchiere. Dopodiché, vivi decenni facendo il parrucchiere che aspetta o trova i clienti. Poi muori.
La tua idea di letteratura è questa: linearità, prevedibilità, acquistabilità, lingua media, nulla di eversivo o troppo anarchico, esattamente nel momento in cui ti senti vox in deserto clamans, che predica abolizione della linearità, della prevedibilità, dell’acquistabilità della lingua media, e ti proponi come eversore e anarchico. Il tuo sogno è la reclusione del disordine nei cassetti, della polvere sotto il tappeto, dell’uomo nella gabbia allo zoo. Tu sai cosa vende o non vende, cosa il lettore può leggere o non leggere, cosa l’editore può fare o non fare, cosa lo scrittore deve o non deve scrivere, cosa l’accademia accoglie come critica legittima o ignora, cosa il premier apprezza o non apprezza, cosa lo scherano del premier apprezza o non apprezza. Se scrivi, azzeri. Pensi di essere qualcosa, di inventare qualcosa, che quel qualcosa, che è inesistente, sia tuo.

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Vecchio 01-03-2009, 22.30.48   #164 (permalink)
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Non va bene se la trama e la scrittura e il Romanzo o la Poesia non sono inclusivi di tutto e tieni lezioni di una morale talmente pretesca e paracattolica (anche se cattolico non sei o non sei mai stato), che ascoltarti alle adunanze di popolino di nicchia e agli incontri per specialisti è patetico e irritante. La tua letteratura non è sottoletteratura (modalità con cui agevolmente bolli chi è un artista, poiché non lo comprendi): è proprio antiletteratura e perciò, per me, sei il nemico.
Sei ironico, autoironico, contraddittorio senza pagare pegno, sei il killer e al tempo stesso la vittima, sei l’intellettuale e al tempo stesso l’antintellettuale, sei il creativo e al tempo stesso il commerciale, sei la violenza e al tempo stesso la diplomazia, sei il detentore e al tempo stesso il detenuto. Faresti ridere se non facessi – letteralmente, letterariamente – piangere.
Sei un cretino. Non un cretino inutile: un cretino dannoso.
In molti hanno parlato di te, da sempre, ma oggi sei più cretino e più dannoso che mai. Victor Hugo, in Notre Dame, fece pisciare il suo narratore in un portone: era quello del suo editore. A un suo scrittore, mai passato alla storia della letteratura, Gaston Gallimard fece pervenire un vaffanculo per telegramma, quando seppe che il romanziere si lamentava per non avere vinto il Goncourt. C’è sempre stato, quindi, qualcuno che pisciava addosso o spediva telegrammi di minaccia ai cretini. Il problema, oggi come sempre, è che pretendi di essere tu l’emendatore dei cretini. Sono passati vent’anni dall’ultima volta che qualcuno ha avuto l’impudenza di mingere o di contattare le Poste per confermare che il cretino sei tu.
L’arte non esiste più, secondo te. Tu oggi, se ricevessi un manoscritto di Miller, lo rifiuteresti; se si presentasse da te, in facoltà, Immanuel Kant, non gli daresti una cattedra; se sulla tua scrivania di critico finisse un libro di Joyce, non te ne cureresti; se ti capitasse in testa la medesima struttura narrativa di Uwe Johnson, che non sai nemmeno chi è a meno che tu l’abbia letto ma senza riuscire a capirci nulla, non ti impegneresti a darle una forma reale. La tua arma letale è la pena: per te, in quanto non ne vale mai la pena; per me, in quanto mi fai e mi dài pena.
La tua identità è sfuggente poiché il tuo nome è legione, esattamente come previsto dal filosofo che impazzì abbracciando un cavallo torinese. Sostieni che la letteratura deve raccontare storie epiche come Star Trek, anche se ne hai visto in gioventù soltanto qualche puntata, oppure non è, e quindi vada implicitamente affanculo Celan, per il quale peraltro esprimi un’altissima stima oppure fai finta di esprimerla non avendolo mai compreso ma sapendo che si deve esprimere un’altissima stima.
Vuoi pubblicare un poema in ventidue libri, uno ogni sei mesi; vuoi pubblicare una cosmogonia in pentalogia, un volume all’anno; vuoi scrivere un saggio brillante sugli aspetti secondari del volo delle api, molto raffinato e alessandrino; vuoi pubblicare una collana che è la crème dell’editoria italiana; vuoi canonizzare gli autori non disponendo minimamente di canone, nonostante da anni tu protragga la tua ipocrita battaglia per la liberazione dai canoni; vuoi forgiare giovani menti per farle diventare i futuri tetraplegici a cui mettere le redini per tirare la tua carretta; vuoi piazzare tre tuoi studenti che sono idioti e non ti danneggeranno in un concorso per cattedra alla facoltà di Canicattì, così tutti sanno che sei un barone e sei potente; vuoi leggere quello che leggono tutti e che si legge sui giornali che si deve leggere, quando ormai nessuno legge il giornale e, se lo legge, non legge lì cosa deve leggere; vuoi rivoluzionare il giornalismo, che esiste da un paio di secoli prima che tu nascessi, e parli male dei giornalisti e accetti la prima collaborazione giornalistica che ti viene offerta.
Per te, non è un incubo fare la fame, bensì l’idea di fare la fame.

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Vecchio 01-03-2009, 22.32.43   #165 (permalink)
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Vuoi la scarica dell’energia che ti senti compressa dentro, quando non è che la batteria sia scarica: è che non c’è batteria.
Gongoli perché dicono che sei il miglior scrittore, il miglior critico, il miglior editore, il miglior docente, il migliore – anche se stai zitto e fai finta di non gongolare, eviti di parlare di queste cose, è risaputo (perché l’hai detto a tutti) che a te non te ne frega niente di questi giudizi, tu gongoli, godi, fai la giravolta schiena a terra nella lana di polvere sul pavimento sporco del monolocale in cui conduci un’esistenza squallida, priva di qualunque slancio di generosità.
Sei anche brutto: brutto fisicamente. C’è, in te, un difetto fisico madornale. In ragione di questo difetto, molti diventano cattolici, tu diventi un umanista o credi di esserlo diventato.
Sei solo e stai in mezzo a una selva di appuntamenti che stordirebbe qualunque essere umano normodotato. Ti lamenti continuamente di essere stordito da questa selva di appuntamenti e, da anni, continui a vivere tra un appuntamento e l’altro.
Odii gli intellettuali e però senti di essere un intellettuale. Chi ti abbia dato questa patente, non si sa.
Straordinario: è cosa certissima che nutri un’immotivata avversione per la poesia, e tutto quello che pensi e che dici è antipoetico. Oppure nutri un amore sconfinato per la poesia, ma davvero non sei in grado di dire se una poesia è tale. Allo stesso modo, odiavi il giallo, adesso per te non esiste che il noir oppure ciò che assolutamente non può essere noir anche se non sai bene cosa sia. Poi è la volta della fantascienza, di cui non sai nulla, ma che per te può portare vantaggi quando sposti l’asse dei tuoi interessi e proclami l’ennesima rivoluzione tematica e stilistica di cui vuoi essere protagonista. Nonostante ciò, fornisci vaghe e dittatoriali indicazioni come se tu sapessi benissimo cos’è quella roba lì che sarebbe l’alta letteratura.
La narrativa da aristocrazia nera ti piace e, così dicendo, sembri uno di quegli homeless che aspirano a qualche resto fuori dal banchetto serale dei nobili. Ti fregi di raffinatezza, non esprimi alcun interesse personale, non hai il coraggio di fare un viaggio perché ti piace, prendi l’aereo solo per adempiere a confusi doveri, tipo vedere davvero com’è Praga per scrivere un romanzo alla Eco. Accetti insegnamenti di discipline diverse da quelle che hai studiato. Prendi una barca di soldi da chi ti fa schifo, oppure non prendi un euro e, incattivito, parli male di coloro che pagano.
Sei indegno sotto tutti i punti di vista: il sicario dell’inumano, il sex appeal dell’organico inteso stercorariamente, il profeta della nuova verità che sta per spalancarsi nel mondo. La tua epoca è per te l’unico tempo legittimo anche se professi un’incredibile umiltà rispetto agli altri tempi e agli uomini che ci vivevano.
Sei cimiteriale.
Sei il cosacco di Tolstoj che, con la pallottola in fronte, continua a correre per inerzia come se fosse vivo.
Non tramonterai mai, ma non ti rendi conto di essere un trascurabile piccolo sole in una via lattea di astri incredibilmente più luminosi di te. Poi non è vero che non tramonterai mai: prima o poi, tramonterai. Dicono le Scritture, che non conosci se non per brandelli occasionalmente incontrati nel corso della tua vergognosa esistenza: tutto quello che ha avuto un inizio avrà una fine.
Abbatterti è il mio sogno, la mia storia, il mio compito.

Abbi cura di te. Anzi, non avercela: impara qualcosa: non avere cura di te…”


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Vecchio 23-03-2009, 12.29.03   #166 (permalink)
Wiz
Lekker Dier.
 
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Posso scrivere i versi più tristi stanotte.
Scrivere, per esempio. "La notte è stellata,
e tremano, azzurri, gli astri in lontananza".
E il vento della notte gira nel cielo e canta.
Posso scrivere i versi più tristi stanotte.
Io l'ho amata e a volte anche lei mi amava.
In notti come questa l'ho tenuta tra le braccia.
L'ho baciata tante volte sotto il cielo infinito.
Lei mi ha amato e a volte anch'io l'amavo.
Come non amare i suoi grandi occhi fissi.
Posso scrivere i versi più tristi stanotte.
Pensare che non l'ho più. Sentire che l'ho persa.
Sentire la notte immensa, ancor più immensa senza di lei.
E il verso scende sull'anima come la rugiada sul prato.
Poco importa che il mio amore non abbia saputo fermarla.
La notte è stellata e lei non è con me.
Questo è tutto. Lontano, qualcuno canta. Lontano.
La mia anima non si rassegna d'averla persa.
Come per avvicinarla, il mio sguardo la cerca.
Il mio cuore la cerca, e lei non è con me.
La stessa notte che sbianca gli stessi alberi.
Noi, quelli d'allora, già non siamo gli stessi.
Io non l'amo più, è vero, ma quanto l'ho amata.
La mia voce cercava il vento per arrivare alle sue orecchie.
D'un altro. Sarà d'un altro. Come prima dei miei baci.
La sua voce, il suo corpo chiaro. I suoi occhi infiniti.
Ormai non l'amo più, è vero, ma forse l'amo ancora.
E' così breve l'amore e così lungo l'oblio.
E siccome in notti come questa l'ho tenuta tra le braccia,
la mia anima non si rassegna d'averla persa.
Benchè questo sia l'ultimo dolore che lei mi causa,
e questi gli ultimi versi che io le scrivo.


(Pablo Neruda)

Sempre bellissima.
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Vecchio 29-03-2009, 22.51.08   #167 (permalink)
MILF!
 
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"... ma va bene, sai, quando è così. Perchè comunque tira fuori quello che sente. È quando non si riesce a tirarlo fuori, che c'è da aver paura. Allora le emozioni si accumulano dentro il corp e si induriscono. E quando molte emozioni si sono indurite muoiono dentro il nostro corpo. Quando questo succede c'è poco da scherzare"
Citazione:
Il mio consiglio è molto semplice. Punto primo, quando uno è attratto così fortemente da qualcuno come tu da questa ragazza, Midori, è naturale che se ne innamori. La cosa potrà adare bene o non andare bene, ma l'amore è così. E seguirlo è la cosa più naturale. Io la penso così. Anche questa è una forma di sincerità.
[cut]
La mia impressione del tutto personale è che questa Midori debba essere una ragazza deliziosa. Dalla tua lettera si capisce chiaramente quanto tu sia attratto da lei. Ma capisco benissimo che tu possa essere attratto allo stesso tempo da Naoko. Non è mica un crimine. È una cosa che succede spesso a questo grande mondo. È come quando c'è una splendida giornata e tu sei in barca e il cielo è così bello ma è altrettanto bello il lago. Smettila di tormentarti tanto. Ogni cosa segue comunque il suo corso , e per quanto uno possa fare del suo meglio, a volte è impossibile che qualcuno rimanga ferito. È la vita. Faccio un po' il grillo parlante ma è ora che tu cominci ad imparare certi meccanismi della vita. A volte tu ti sforzi troppo di adattare la vita ai tuoi meccanismi.
Murakami Haruki, Norwegian wood (Tokyo Blues)

La grafia rispecchia quella del testo originale.

"Il sesso è come un quadro di Picasso: devi essere speciale per amarlo." Mario
"È vero che avere un figlio ti cambia la vita. Sì, ma in meglio." Sempre Mario
"Conosco ogni centimetro di questa cella. Questa cella conosce ogni centimetro di me. Tranne uno." A. Moore
"Se leggere non è il tuo forte fanne il tuo debole." Corvorosso.it
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Vecchio 09-04-2009, 12.38.12   #168 (permalink)
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In Transnistria febbraio è il mese più freddo dell'anno. Tira un vento forte e l'aria diventa pungente, pizzica sulla faccia; tutti quelli che escono per strada si coprono come mummie, i bambini sembrano bambolotti, impacchettati in mille vestiti, con le sciarpe fin sugli occhi.
Di solito nevica tanto, le giornate sono corte e il buio comincia a scendere sulla terra molto presto.
È in quel mese che sono nato io. Ero così malmesso che nell'antica Sparta senza dubbio mi avrebbero eliminato per via del mio stato fisico. Invece mi hanno messo in un'incubatrice.
Sono nato di otto mesi, uscendo con i piedi, e avevo un sacco di altre irregolarità. Un'infermiera gentile ha detto a mia mamma che doveva abituarsi all'idea che mi restava poco da vivere. Mia mamma piangeva, scaricando in una macchinetta il suo latte per me, da portarmi nell'incubatrice. Per lei non dev'essere stato un momento allegro.
Beh, a partire dalla mia nascita, io forse per abitudine ho continuato a procurare vari dispiaceri e togliere parecchie possibilità di vita allegra ai miei genitori (anzi, a mia mamma, perché mio padre in realtà se ne fregava di tutto, faceva la sua vita da criminale, rapinava banche e stava tanto tempo in galera). Non mi ricordo nemmeno quante ne ho combinate, da piccolo. Ma è naturale, sono cresciuto in un quartiere malfamato, proprio nel posto dove negli anni Trenta si sono sistemati i criminali espulsi dalla Siberia. La mia vita era lì, a Bender, con i criminali, e il nostro criminalissimo quartiere era come una grande famiglia.


Da bambino non m'interessavano i giocattoli. A quattro-cinque anni per divertirmi giravo per casa cercando di beccare il momento in cui mio nonno o mio zio si mettevano a smontare e pulire le armi. Le pulivano spesso, con cura e amore, perché ne avevano veramente tante. Mio zio diceva che le armi sono come le donne, se non le accarezzi abbastanza diventano troppo rigide e ti tradiscono.
Le armi a casa nostra, come in tutte le case siberiane, erano tenute in posti ben precisi. Le pistole chiamate «proprie», cioè quelle che i criminali siberiani portano sempre con sé, quelle che usano ogni giorno, vengono posate nell'«angolo rosso», dove sono appese le icone di famiglia, le foto dei parenti morti e di tutti coloro che stanno scontando una condanna in prigione. Sotto le icone e le foto c'è una specie di mensola, coperta con un pezzo di stoffa rosso, sulla quale di solito ci sono una decina di crocefissi siberiani. Quando un criminale entra in casa va subito nell'angolo rosso, si toglie la pistola e la posa sulla mensola, dopo si fa il segno della croce e mette un crocefisso sopra la pistola. Questa è un'antica tradizione che assicura che nelle case siberiane le armi non vengano utilizzate: se questo avvenisse, in quella casa non si potrebbe più vivere. Il crocefisso è una specie di sigillo, che si rimuove solo quando il criminale esce di casa.
Le pistole proprie, chiamate «amante», «zia», «tronco», «corda», di solito non hanno un significato profondo e importante, vengono trattate come un'arma semplice e basta. Non sono oggetti di culto, come invece può esserlo la «picca», il coltello tradizionale. La pistola insomma è un ferro del mestiere.
Oltre alle pistole proprie, in casa vengono tenute altre armi. Le armi dei criminali siberiani sono divise in due grandi categorie: quelle «oneste» e quelle «di peccato». «Oneste» sono le armi utilizzate solamente per la caccia nel bosco. Secondo la morale siberiana, la caccia è un processo depurativo che aiuta una persona a tornare al livello in cui si trovava l'uomo quando Dio lo ha creato. I siberiani non cacciano mai per piacere, solamente per sfamarsi, e soltanto quando vanno nel bosco profondo, nella loro patria, in Taiga. Mai in posti dove ci si può procurare il cibo senza ammazzare gli animali selvatici. Di solito in una settimana di permanenza nel bosco i siberiani uccidono solo un cinghiale, il resto del tempo camminano. Nella caccia non c'è posto per nessun interesse, solo per la sopravvivenza. Questa dottrina influenza l'intera legge criminale siberiana, formando una base morale che prevede umiltà e semplicità nelle azioni di ogni singolo criminale, e rispetto per la libertà di qualunque essere vivente.
Le armi oneste usate per la caccia vengono tenute in una zona speciale della casa, chiamata «altare», dove ci sono le cinture istoriate dei padroni di casa e dei loro antenati. Alle cinture sono sempre appesi coltelli da caccia e borse con vari talismani, oggetti della magia pagana siberiana.
Le armi di peccato invece sono quelle utilizzate per scopi criminali. Queste armi di solito si tengono in cantina e in vari nascondigli sparsi per il cortile. Ogni arma di peccato ha incisa da qualche parte l'immagine di una croce o di un santo protettore, ed è stata «battezzata» in una chiesa siberiana.
I fucili d'assalto Kalasnikov sono i più amati dai siberiani. Nel gergo criminale ogni modello ha un nome, nessuno usa abbreviazioni o sigle per indicare modello, calibro o tipologia delle munizioni. Ad esempio, il vecchio AK 47 calibro 7,62 si chiama «sega», e le sue munizioni «testine». Il più moderno AKS calibro 5,45 con calcio pieghevole si chiama «telescopio», e le sue cariche «schegge». I proiettili possono essere diversi: quelli con la testa nera, che hanno il centro squilibrato, in gergo si chiamano «le cicce»; quelli con la testa bianca, che bucano la blindatura, «chiodi»; quelli con la testa bianca e rossa, esplosivi, «scintille».
Lo stesso per il resto delle armi: i fucili di precisione vengono chiamati «canna da pesca», o «falce». Se hanno un silenziatore integrato sulla canna, «frusta». I silenziatori vengono chiamati «scarpone», «terminale» o «gallo del bosco».
Secondo la tradizione, un'arma onesta e una di peccato non possono stare nella stessa stanza, altrimenti l'arma onesta sarà per sempre contaminata, e non si potrà più utilizzare, perché porterà sfortuna a tutta la famiglia, e sarà necessario distruggerla attraverso un rituale particolare. Verrà sepolta sottoterra avvolta nel lenzuolo su cui è avvenuto un parto.
Tenevo le armi tra le mani, ne studiavo i particolari, facevo mille domande, finché non mi fermavano dicendo:
«E basta con 'ste domande! Aspetta un pochino, diventerai grande e allora potrai provarle tutte da solo...»
Ovviamente io non vedevo l'ora di diventare grande.






Nicolai Lilin Educazione siberiana





Deep
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Vecchio 15-04-2009, 00.28.18   #169 (permalink)
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Avere levato l’àncora con la marea del mattino è stato un sollievo. Le voci di nuovi disordini
hanno reso gli ultimi giorni in porto terribilmente inquieti: forse si prepara una rivolta ben più
grave, scatenata dalla deportazione del capo brigante Toussaint, nostro passeggero e
prigioniero. Tutte le fazioni della città di Le Cap, o meglio di quel che ne rimane, sono insorte
l’una contro l’altra. Quanto al porto stesso, pullula di squali voraci pronti a divorare le carni di
chi ha la peggio nelle battaglie sulla costa.
Ecco perché mi rinfranca trovarmi ormai così distante, qui sulla poppa, la brezza in volto, a
osservare le rovine fuligginose che s’inabissano velocemente all’orizzonte. In dieci anni Le Cap
è stata rasa al suolo per ben due volte, ma anche all’apice del suo splendore, se ammirata da
lontano, non poteva sembrare che una precaria roccaforte su queste rive selvagge. Mentre
doppiamo il capo vedo la città cedere il passo a scarpate rocciose che scendono a strapiombo
tra le onde; più in alto si staglia la tenebra impenetrabile delle foreste o, dove gli alberi sono
stati abbattuti, picchi spogli e affilati come aghi. Il mio soggiorno è stato breve, ma per quanto
mi riguarda è durato anche troppo. Nulla è andato a buon fine da queste parti: la mano
dell’uomo civilizzato è riuscita soltanto a trasformare in deserto la natura selvaggia. Forse,
prima di Colombo, l’isola era una specie di Eden. Credo sarebbe stato meglio per tutti se non
vi fosse mai sbarcato.
Quando siamo salpati, accanto a me e agli altri ufficiali di bordo c’erano alcuni membri della
cerchia di Toussaint, lo schiavo ribelle; da par suo, il gentiluomo se ne rimaneva strettamente
sorvegliato sottocoperta. Finora ai suoi amici è stato concesso di muoversi a loro piacimento
per la nave, e io ho cercato di studiarli da vicino per poterne un giorno affidare alla carta una
descrizione, destinata a chi, non lo so.
La più vecchia (e decisamente la più nera) delle donne è Suzanne, moglie di Toussaint. Si dice
abbia qualche anno più del marito, e si nota: talvolta sembra confusa, quasi non capisse dove si
trova e perché. Non fosse per l’abito, comunque modesto, la si scambierebbe per una qualsiasi
serva della colonia. Le tre giovani mulatte al suo seguito (una nipote, una nuora e un’amica, da
quel che ho capito) mi sono parse più soignées, avvolte da quel sottile alone di raffinatezza
acquisita troppo in fretta tipico di simili donne.
Tra gli uomini il più chiaro d’incarnato è il figlio maggiore di Toussaint, Placide, per quanto –
a sentire il Capitano Savary – sarebbe un illegittimo, avuto da Suzanne prima del matrimonio
(in ogni caso Toussaint lo ha riconosciuto, e anzi ha tutta l’aria di favorirlo). Forse è stata la
pelle color caffellatte a far sorgere la diceria, quantunque gli arada, la tribù d’origine di
Toussaint, siano spesso di quella tonalità, se non addirittura rossicci.
Per quanto riguarda i due figli minori, Isaac e Jean, è evidente fin dalla prima occhiata che sono
negri in tutto e per tutto. Il primo indossa un’uniforme alquanto bizzarra, ogni centimetro
fastidiosamente ornato da passamani dorati e nastrini, completata da un’enorme spada con la
punta che striscia sulle assi del ponte; della sua funzione il proprietario pare non avere la
minima idea. Sembra lì solo per impedire il movimento delle braccia lungo i fianchi.
Nonostante l’inutile pompa il vestito è consunto, e Isaac vi si agita dentro imbronciato, come
un pavone sotto la tempesta.
Ho sentito dire, dal Capitano Savary e da altri, che quell’uniforme è un dono personale di
Bonaparte al secondo figlio di Toussaint. Placide ne aveva ricevuta una uguale nella stessa
occasione, ma non la indossa più.
L’ottavo e ultimo membro della compagnia sembra un misto di parti mal scelte e messe insieme
alla meglio: è troppo alto, allampanato, sproporzionato, goffo e malaccorto sotto ogni aspetto.
Il suo pomo d’Adamo, grosso come una vanga, si muove in continuazione su e giù per il lungo
collo; più sopra, la testa appare ridicolmente piccola. Quando parla rotea gli occhi e balbetta,
mentre le mani smisurate, dalle lunghe dita, si arrampicano per tutta la sua persona come
enormi ragni impazziti. Questa singolare creatura è il valletto di Toussaint, e risponde al
fantasioso nome di Mars Plaisir. Al momento non può praticare la sua vocazione, perché
Toussaint è tenuto in stretto isolamento dal resto del seguito e non gli è permesso vedere né
famigliari né amici. Una severità inutile, credo, ma io non mi lamenterei di essere privato delle
attenzioni di Mars Plaisir. In buona parte dei villaggi europei una creatura del genere sarebbe
perseguitata e lapidata.
Il pensiero dell’Europa mi fa riflettere sulla mia iniziativa, dal momento che questi appunti non
hanno un destinatario, né del resto avrei occasione di spedirli durante le prossime sei settimane
di traversata. Tuttavia procedo, perché oggi ho assistito ad altri eventi curiosi. Al crepuscolo,
mentre i suoi seguaci e la sua famiglia sedevano a tavola in coperta, Toussaint è stato scortato
sul ponte a prendere aria, sorvegliato da due dragoni distaccati dall’armata del generale
Leclerc. I soldati svettavano al di sopra del ribelle; Toussaint è infatti un piccolo negro a prima
vista trascurabile, degno di nota più per l’incongruità dell’abito che per le caratteristiche
fisiche. Indossava un’ampia camicia bianca di tessuto grezzo aperta sul collo, dei pantaloni
militari troppo stretti e un paio di alti stivali da cavalleria. Il capo era avvolto in un fazzoletto;
ricordo di avere udito che ostentava questo copricapo anche durante le cerimonie pubbliche.
Montavo di guardia, ma il mare era calmo e nel cielo sgombro di nubi cominciavano a spuntare
le stelle, così mi sono avvicinato. Toussaint non sembrava essersi accorto di me; in piedi presso
il cassero di poppa scrutava le onde (anche perché non vi era terra all’orizzonte). Non sapendo
come rivolgermi a lui, né se mi fosse permesso, prima di domandargli che cosa osservasse
tanto pensieroso l’ho guardato in silenzio per qualche minuto.
Subito la sentinella è intervenuta a far rispettare le consegne, interponendosi fra me e il
prigioniero così da impedirci ogni conversazione, ma io ho ripetuto le mie parole, e gli ho
anche domandato se guardasse verso l’isola che fino a poco tempo prima era stata sua e se
avesse dei rimpianti.
Toussaint ha accennato a girarsi verso di me con l’ombra di un sorriso nello sguardo. Lì per lì
non ha risposto subito, forse perché da molto tempo non provava il piacere di parlare con
qualcuno. Tuttavia in quel sorriso ho potuto notare un ché di furbesco. Ha labbra carnose e
denti gialli; gli manca un canino dal lato sinistro. La mandibola pronunciata allunga l’ovale del
volto. Il naso è tipicamente piatto, ma la fronte è alta; gli occhi, grandi ed espressivi, con il
bianco che tende al giallo, costituiscono il suo tratto migliore. Nell’insieme risulta di una
bruttezza disarmante.
È più basso di quanto credessi; mi arriva più o meno al petto. Il torso, sproporzionatamente
lungo, poggia su gambe corte e arcuate: a cavallo doveva fare senza dubbio un altro effetto.
Dal collo della camicia spuntavano peli brizzolati; il codino grigio che sporgeva da sotto il
fazzoletto era legato con un consunto nastrino rosso. Gli avrei dato 55 anni. I suoi fianchi sono
stretti e singolarmente magri, ma non fragili, mentre le braccia sono grosse e muscolose.
Ha ricambiato il mio sguardo, forse soppesandomi a sua volta, poi è tornato a scrutare le onde.
“Guinée” ha detto, così piano che quasi non ho afferrato la parola.
“Africa?” ho replicato un po’ sorpreso.
Naturalmente non guardava nella direzione giusta, ma non ci si poteva aspettare che si
orientasse fuori della colonia. È creolo, e credo si trovasse in mare aperto per la prima volta.
Mi accorsi che i miei occhi andavano dietro ai suoi, mentre scrutava in silenzio la superficie
dell’Oceano. L’acqua, assorbendo la luce del tramonto, aveva assunto un luccichio rugginoso.
“Guinée, on dit, se trouve en bas de l’eau.” Continuava a fissare le onde. Dicono che l’Africa si
trovi sul fondo dell’Oceano.
“Ma voi siete cristiano” ho obiettato sorpreso, sebbene non fosse la prima volta che udivo
questa credenza. Avevo sentito alcuni negrieri lamentarsi che gli schiavi appena comprati si
gettano dalla nave in massa, credendo di poter passare sotto l’Oceano e fare ritorno a casa.
Toussaint mi ha lanciato di nuovo quella sua occhiata furbesca. “Certo, sono cristiano, ma mi
piacerebbe lo stesso vedere l’Africa.”


QUANDO LE ANIME SI SOLLEVANO Madison Smartt Bell



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Vecchio 24-04-2009, 11.55.06   #170 (permalink)
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Questa notte, cercando la tua bocca
in un’altra bocca
quasi credendoci, perché così
da cieco è questo fiume
che attira nella donna e mi
sommerge fra le sue palpebre
che tristezza nuotare infine verso la
riva del sopore
sapendo che il sopore è questo
schiavo ignobile
che accetta le monete false,
le fa circolare sorridendo.
Scordata purezza, come vorrei
riscattare questo dolore di Buenos Aires, questa
attesa senza pause né speranza.
Solo nella mia casa aperta sul
porto
un’altra volta incominciare ad amarti
un’altra volta incontrarti al cafè
la mattina
senza che tante cose irrinunciabili
fossero accadute
e non dovermi accontentare di questo
oblio che sale
verso il nulla, per cancellare dalla
lavagna i tuoi pupazzetti
e non ritrovarmi soltanto una
finestra senza stelle.

Citazione:
Esta noche, buscando tu boca
en otra boca
casi creyéndolo, porque así de
ciego es este río
que me tira en mujer y me
sumerge entre sus párpados,
qué tristeza es nadar al fin hacia la
orilla del sopor
sabiendo que el sopor es ese
esclavo innoble
que acepta las monedas falsas,
las circula sonriendo.
Olvidada pureza, cómo quisiera
rescatar
ese dolor de Buenos Aires, esa
espera sin pausas ni esperanza.
Solo en mi casa abierta sobre el
puerto
otra vez empezar a quererte,
otra vez encontrarte en el café de
la mañana
sin que tanta cosa irrenunciable
hubiera sucedido.
Y no tener que acomodarme de este
olvido que sube
para nada, para borrar del
pizarrón tus muñequitos
y no dejarme más que una
ventana sin estrellas.



Julio Cortázar




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Vecchio 25-04-2009, 00.29.38   #171 (permalink)
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L’ultima volta che sono stato a Praga è stato quindici anni fa, con Carlos Fuentes e Julio Cortázar. Viaggiavamo in treno da Parigi perché tutti e tre eravamo solidali nella nostra paura dell’aereo e abbiamo parlato di tutto mentre trascorrevamo la notte divisa delle due Germanie, dei loro oceani di barbabietola, delle loro immense fabbriche di ogni cosa, delle loro rovine di guerre atroci e di amori violenti.
All’ora di dormire, a Carlos Fuentes gli venne in mente di domandare a Cortázar perchè e in che momento e per decisione di chi era stato introdotto il pianoforte nell’orchestra di jazz. La domanda era casuale e non aveva la pretesa di conoscere né una data precisa né un dato nome, ma la risposta divenne un argomento abbagliante che si prolungò fino all’alba, tra enormi bicchieri di birra e wusterls con patate fritte. Cortázar, che sapeva utilizzare bene le sue parole, ci fece una ricostruzione storica ed estetica con una versatilità ed una semplicità incredibili, che culminò con le prime luci del mattino in una omerica apologia di Thelonius Monk. Non solo parlava con una voce profonda da organo dalle erre strascicata, ma anche con le mani dalla grande corporatura come non ne ricordo altre più espressive. Né Carlos Fuentes né io dimenticheremo mai lo stupore di quella notte irrepetibile.
Dodici anni dopo ho visto Julio Cortázar davanti una folla in un parco di Managua, senza altra arma che la sua bella voce e uno dei più difficili dei suoi racconti: La notte di Mantequilla Nápoles. E’ la storia di un pugile caduto in disgrazia, raccontata da lui stesso nel gergo malavitoso, il dialetto dei bassifondi di Buenos Aires, la cui completa comprensione a noi comuni mortali ci sarebbe stata vietata se non l’avessimo intravista attraverso un tale furfante; tuttavia fu questo il racconto che lo stesso Cortázar aveva scelto di leggere su una pedana davanti la folla di un vasto giardino illuminato, tra cui c’era di tutto, da poeti famosi e muratori disoccupati, fino a comandanti della rivoluzione ed i loro oppositori. Questa è stata un’altra esperienza abbagliante. Sebbene non fosse facile seguire attentamente il senso del racconto, anche per i più allenati al gergo malavitoso, uno sentiva e soffriva per i colpi che riceveva Mantequilla Nápoles nella solitudine del quadrilatero, e faceva venire voglia di piangere per le sue illusioni e la sua miseria, poiché Cortázar aveva raggiunto una comunicazione così stretta con il suo auditorio che ormai non importava a nessuno quello che volevano o non volevano dire le parole, poiché la folla seduta sul prato sembrava lievitare in un stato di grazia grazie alla magia di una voce che non sembrava appartenere a questo mondo.
Questi due ricordi di Cortázar, che tanto mi hanno impressionato, mi sembrano anche quelli che meglio lo definiscono. Erano i due estremi della sua personalità. In privato, come sul treno per Praga, riusciva a sedurre per la sua eloquenza, per la sua viva erudizione, per la sua memoria millimetrica, per il suo humor pericoloso, per tutto ciò che lo ha reso un intellettuale tra i grandi nel senso antico della parola. In pubblico, nonostante la sua reticenza a trasformarlo in uno spettacolo, affascinava l’auditorio con una presenza inevitabile che aveva qualcosa di soprannaturale, e allo stesso tempo era tenera e stravagante. In ogni caso è stato l’essere umano più importante che ho avuto la fortuna di conoscere.
Dal primo momento, alla fine del triste autunno del 1956, in un caffè di Parigi con nome inglese, dove lui era solito andare ogni tanto, per scrivere ad un tavolo messo in un angolo, come faceva anche Jean-Paul-Sartre a trecento metri più in là, su di un quaderno scolastico e con una penna che gli macchiava le dita. Io avevo letto Bestiario, il suo primo libro di racconti, in un hotel economico a Barranquilla dove dormivo al costo di un peso e cinquanta, tra malviventi malpagati e puttane felici, e sin dalla prima pagina mi resi conto che quello era uno scrittore come avrei voluto essere io da grande. Qualcuno a Parigi mi disse che lui scriveva nel Caffè Old Navy, nel boulevard Saint Germain, e lì lo ho aspettato varie settimane, fino a quando l’ho visto entrare come in una apparizione. Era l’uomo più alto che si potesse immaginare, con la faccia da bambino pervertito dentro un enorme cappotto nero che sembrava più la veste di un prete, e aveva gli occhi molto distanziati, come quelli di un vitello, e tanto obliqui e diafani che avrebbero potuto essere quelli del diavolo se non fossero stati sottomessi al dominio del cuore.
Anni dopo, quando eravamo già vecchi amici, ho creduto di vederlo di nuovo come lo vidi quel giorno, poiché mi sembra che si sia ricreato in uno dei suoi migliori racconti- L’altro cielo-, nel personaggio di un latinoamericano senza nome che assisteva, per pura curiosità, alle esecuzioni di ghigliottina. Come se lo facesse davanti ad uno specchio. Cortázar lo descrisse così: “ Aveva un’espressione distante e, allo stesso tempo, curiosamente intenta. La faccia di qualcuno che si è ritrovato immobile in un momento del suo sogno e si rifiuta di fare il passo che lo riporterà al dormiveglia.” Il suo personaggio era avvolto in una veste nera e lunga, come lo stesso cappotto di Cortázar quando lo vidi la prima volta, ma il narratore non si azzardava ad avvicinarsi per chiedergli la sua origine, per timore di svegliare la fredda collera con cui lui stesso avrebbe ricevuto una simile domanda. La cosa strana è che neppure io mi ero azzardato ad avvicinarmi a Cortázar quel pomeriggio all’ Old Navy, e per lo stesso timore. Lo guardai scrivere per più di un’ ora, senza neanche una pausa per pensare, senza prendere nient’altro che un bicchiere di acqua, fino a quando cominciò a farsi buio in strada e mise la penna nella tasca e uscì con il quaderno sotto braccio come lo scolare più alto e più magro del mondo.
Nelle svariate volte che ci siamo incontrati anni dopo, l’unica cosa che era cambiata in lui era la barba spessa e scura, poiché da appena due settimane sembrava vera la leggenda che lo riteneva immortale, perché non aveva mai smesso di crescere e fisicamente si era sempre mantenuto come all’età della sua nascita.
Non mi sono mai permesso di chiedergli se era vero, come non gli ho mai raccontato che nel triste autunno del 1956 lo avevo visto, senza azzardarmi a dirgli niente, nel suo angolo dell’Old Navy, e so che ovunque sia ora starà prendendomi in giro per la mia timidezza.
Gli idoli infondono rispetto, ammirazione, affetto e, sicuramente, grande invidia. Cortázar inspirava tutti questi sentimenti come pochi altri scrittori, ma ne inspirava anche un altro meno frequente: la devozione. E’ stato, forse senza proporselo, l’argentino che si è fatto amare da tutti. Tuttavia, oso pensare che se i morti muoiono, Cortázar forse sta nuovamente morendo per il dolore mondiale che ha causato la sua scomparsa. Nessuno temeva più di lui, né nella realtà né sui libri, gli onori postumi e i fasti funerari.
Inoltre: ho sempre pensato che la morte stessa gli sembrava inconcepibile. In qualche parte del “Giro del mondo in ottanta giorni”, un gruppo di amici non riesce a trattenere le risa davanti l’evidenza che un amico comune sia caduto nella ridicolezza della morte. Per questo, perché l’ho conosciuto e gli ho voluto tanto bene, mi esento dal partecipare ai lamenti e alle elegie in memoria Julio Cortázar. Preferisco continuare a pensarlo come, sicuramente, lui avrebbe voluto, con l’immensa felicità che sia esistito, con l’indescrivibile allegria di averlo conosciuto, e la gratitudine che abbia lasciato al mondo intero un’opera forse incompiuta ma così bella e indistruttibile come quella del suo ricordo.

Gabriel Garcia Márquez su JULIO CORTÁZAR



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Vecchio 28-04-2009, 19.18.28   #172 (permalink)
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Scusatemi mod se non ho inserito il testo scritto nel quote , ma preferivo che fosse la stessa voce
di Cortasar a leggere questo passo...




Rayuela Julio Cortasar

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«Sfioro la tua bocca, con un dito sfioro l’orlo della tua bocca, la disegno come se uscisse dalla mia mano, come se per la prima volta la tua bocca si schiudesse, e mi basta chiudere gli occhi per disfare tutto e ricominciare».


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Ultima modifica di Deep61 : 08-05-2009 alle ore 16.44.03
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Vecchio 14-05-2009, 11.10.35   #173 (permalink)
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Di nuovo al buio, in piedi accanto al suo lato di letto, Henry si lascia cadere la vestaglia intorno le caviglie e si apre alla cieca un varco tra le coperte fredde, verso sua moglie. Sdraiata sul fianco sinistro, gli dà le spalle con le ginocchia ancora raccolte. Perowne si sistema intorno a quella sagoma famigliare, le cinge la vita con il braccio e le si fa più vicino.. Quando le bacia la nuca, la voce di lei emerge dagli abissi del sonno – il tono è accogliente, soddisfatto, ma quella sua sola parola indistinta, come un macigno impossibile da sollevare, non vuole saperne di staccarsi dalla lingua. Henry percepisce il calore del corpo attraverso la seta del pigiama che gli preme contro il torace e l’inguine. […]
La sua mente va al sesso. Se il mondo fosse strutturato a misura dei suoi bisogni specifici, adesso Henry farebbe l’amore con Rosalind, senza preliminari, con una Rosalind più che disponibile, e poi scivolerebbe in un deliquio di sonno immemore. Ma perfino i monarchi dispotici, persino gli dèi dell’antichità non potevano sognarsi un mondo eternamente al loro servizio. […]
Perowne cambia posizione e sfiora la nuca di Rosalind, inalando il leggero afrore di saponetta mista a profumo tiepido di pelle e shampoo. Che fortuna sfacciata: la donna che ama è anche sua moglie. […]
Parzialmente consapevole della sua presenza, anche Rosalind cambia posizione, assestandosi con un assonnato movimento di spalle in modo da premere bene la schiena contro il petto di lui. Fa scivolare il piede sulla tibia di Henry e gli appoggia l’arco plantare sulle dita. Ancora più eccitato, lui sente l’erezione bloccata contro i suoi fianchi, perciò allunga una mano per liberarsi. Il respiro di Rosalind recupera un ritmo regolare. Henry rimane immobile, in attesa del sonno. In base agli standard contemporanei, in base a standard qualsiasi, anzi, è una perversione il fatto che non sia mai stanco di fare l’amore con lei, che non sia stato sinceramente tentato dalle generose occasioni che la gerarchia ospedaliera ho sospinto sul suo cammino. Se pensa al sesso, Henry pensa a lei. A questi occhi, questo seno, questa lingua, questa accoglienza. Chi altro potrebbe amarlo più sapientemente, con altrettanto calore e umorismo, o accumulare insieme a lui un passato così ricco? Non basterebbe una vita per trovare un’altra donna con cui poter imparare tanta libertà, una donna da soddisfare con altrettanto abbandono e compostezza. […]
Finalemente Rosalind si gira verso di lui. Questo lato della figura umana irradia un calore comunicativo. Mentre si baciano, Henry immagina gli occhi verdi di lei nell’atto di cercarlo. Tale consueto ciclo di sonno e risveglio, nel buio, sotto un unico tetto, con un’altra creatura, un morbido e pallido mammifero, questo unire di facce in un rituale affettuoso, abitando per un momento l’eterna necessità di tepore, conforto, sicurezza, agganciandosi l’uno all’altra per farsi più vicini, è una semplice consolazione quotidiana, quasi troppo ovvia, facile da scordare durante il giorno. Ne avrà mai scritto un poeta? […]
Si è svegliata proprio mentre lui sta sprofondando. E comunque l’erezione procade, come prodotta da una serie di inspirazioni, in un crescendo di tensione. Un’apnea. Può darsi che sia la stanchezza a sensibilizzarlo. O i cinque giorni di astinenza. In ogni caso, c’è un che di familiare nel movimento brusco di spalle con cui Rosalind gli si avvicina, inondandolo di un eccesso di calore corporeo. Quanto a Henry, non se la sente si prendere iniziative e preferisce affidarsi alla buona sorte, o alla voglia di lei. Se non succede, pazienza. Niente gli impedisce di addormentarsi. […]
- Ti amo.
Non si tratta solo di un segno di affetto, infatti Rosalind allunga una mano e lo afferra decisa, poi, senza lasciare la presa, si volta per spegnere la svegli in una goffa torsione muscolare che si ripercuote in un tremito sul materasso.
- Meno male.
Si baciano e lei dice: - È da un po’ che sono quasi sveglia, e che lo sento spingere contro la schiena.
- E che effetto ti ha fatto?
- Mi ha messo voglia di te. Ma non ho tanto tempo. Non posso fare tardi.
Quando si dice una vittoria tranquilla! Il suo desiderio esaudito così, senza alzare un dito, per l’invidia degli dèi e dei tiranni; Henry emerge dal proprio torpore per prenderla fra le braccia e baciarla intensamente. Sì, è pronta. E così si conclude la notte, e alle sei Henry dà inizio alla propria giornata, domandandosi se tutti i luoghi comuni riguardanti il compromesso coniugale si siano spensieratamente dati convegno in un unico istante: al buio, nella posizione del missionario, alla svelta, senza preliminari. Ma si tratta di considerazioni superficiali. È stato liberato da pensieri, ricordi, dai minuti che passano e dalle condizioni in cui versa il mondo. Il sesso è un veicolo diverso, che fa deragliare tempo e significati, un iperspazio biologico lontano dall’esistenza cosciente non meno dei sogni, non meno dell’acqua dall’aria. Come diceva sempre sua madre, un altro elemento; le giornate cambiano, Henry, se ti fai una nuotata. E quella di oggi è destinata a distinguersi da tutte le altre.
Ian McEwan, Sabato

"Il sesso è come un quadro di Picasso: devi essere speciale per amarlo." Mario
"È vero che avere un figlio ti cambia la vita. Sì, ma in meglio." Sempre Mario
"Conosco ogni centimetro di questa cella. Questa cella conosce ogni centimetro di me. Tranne uno." A. Moore
"Se leggere non è il tuo forte fanne il tuo debole." Corvorosso.it
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Vecchio 30-01-2010, 00.32.58   #174 (permalink)
zappa a motore
 
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Uscì fuori nella luce livida, rimase lì in piedi e per un attimo vide l'assoluta verità del mondo. Il moto gelido e spietato della terra morta senza testamento. L'oscurità implacabile. I cani del sole nella loro corsa cieca. Il vuoto nero e schiacciante dell'universo. E da qualche parte due animali braccati che tremavano come volpacchiotti nella tana. Un tempo e un mondo presi in prestito e occhi presi in prestito con cui piangerli.
boh, ogni volta che mi rileggo queste righe sto male.
McCarthy, La strada

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Vecchio 03-02-2010, 11.22.46   #175 (permalink)
Armadillidium v.
 
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Messaggi: 4.443

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Citazione:
- Come so' contento!
- Eh, beato te.
- Quant'è carino.

- Perchè so' così contento?
- Perchè sei nato.
- E perchè, che vor di' che so' nato?
- Vuol dire che ci sei.
- Ah.

- E questo che è?
- L'immondezzaro che canta.
- L'immondezzaro? E che fa?
- È uno che viene e se ne va. Sì, viene, prende i morti, prende i morti e se ne va.
Pier Paolo Pasolini, Che cosa sono le nuvole?
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Vecchio 12-10-2010, 13.03.56   #176 (permalink)
Meglio ora?
 
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Residenza: Sangano
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Alert Attenzione, citazione orrorifica!


Citazione:
[...]perché gli shoggoth e le loro gesta non possono essere sopportati dallo sguardo dell'uomo e non dovrebbero essere raffigurati da nessun essere vivente. Il folle autore del Necronomicon ha tentato di rassicurarci, con un certo nervosismo, che simili entità non sono mai esistite sul nostro pianeta, e che la loro invenzione si deve a sognatori schiavi dell'oppio. Protoplasma informe capace di imitare e riflettere qualunque forma di vita, qualunque organo e processo vitale.. agglomerati vischiosi di cellule simili a bolle... sferoidi gommosi del diametro di oltre cinque metri, dotati di un'infinita duttilità e plasticità... schiavi della suggestione ipnotica, costruttori di città sempre più determinati a fare a modo loro, sempre più intelligenti, anfibi straordinari e in grado di imitare le altre forme di vita in modo sempre più sofisticato...
Da "Le montagne della follia" di H. P. Lovecraft































































































































Angus McAngiante

> Lost <
____www.Bloopers.it____
Me by Graul--->

Ultima modifica di Angus_McGyver : 12-10-2010 alle ore 13.19.21
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Vecchio 13-10-2010, 23.37.42   #177 (permalink)
pokipokipokipsi
 
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Registrato il: 11-07-2005
Residenza: Wisteria Lane
Messaggi: 4.137

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Ci diamo la buonanotte e mi addormento tranquillo, perchè con lei posso sempre parlare. Speriamo ci sia sempre Silvia, anche quando saremo grandi. Però io amo Beatrice.
Prima di addormentarmi guardo il cellulare. Un messaggio! Sarà la risposta di Beatrice: sono salvo. "Se non riesci a dormire, io ci sono. S." Come vorrei che quella S f...osse una B... (bianca come il latte rossa come il sangue - alessandro d'avenia)
_Enza_ non è collegato   Rispondi citando
Vecchio 28-10-2011, 10.50.13   #178 (permalink)
MILF!
 
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Residenza: Agatalandia
Messaggi: 17.309

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Citazione:
All'epoca del mio viaggio, gli italiani erano alle prese con il loro quarantottesimo governo in quarantacinque anni. Il paese vanta la struttura sociale di una repubblica delle banane, eppure ciò che lascia stupefatti è che prospera. Ora è la quinta maggiore economia del mondo, il che costituisce un risultato semplicemente sbalorditivo considerato questo disordine cronico. Se gli italiani possedessero l'etica del lavoro dei giapponesi, potrebbero essere i padroni del pianeta. Grazie al cielo non ce l'hanno. Sono troppo occupati a spendere le loro considerevoli energie nelle piacevoli minuzie della vita quotidiana - per i figli, per il buon cibo, per discutere nei caffè -, proprio come dovrebbe essere.
Bill Bryson, Una città o l'altra: viaggi in Europa (1991)

"Il sesso è come un quadro di Picasso: devi essere speciale per amarlo." Mario
"È vero che avere un figlio ti cambia la vita. Sì, ma in meglio." Sempre Mario
"Conosco ogni centimetro di questa cella. Questa cella conosce ogni centimetro di me. Tranne uno." A. Moore
"Se leggere non è il tuo forte fanne il tuo debole." Corvorosso.it
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Vecchio 10-11-2011, 22.22.09   #179 (permalink)
perché no?
 
L'avatar di Martox29a
 
Registrato il: 08-08-2011
Messaggi: 72

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Citazione:
Life is a hideous thing, and from the background behind what we know of it peer daemoniacal hints of truth which make it sometimes a thousandfold more hideous. Science, already oppressive with its shocking revelations, will perhaps be the ultimate exterminator of our human species—if separate species we be—for its reserve of unguessed horrors could never be borne by mortal brains if loosed upon the world. If we knew what we are, we should do as Sir Arthur Jermyn did; and Arthur Jermyn soaked himself in oil and set fire to his clothing one night.
Citazione:
La vita è una cosa ripugnante, e dal fondo al di là di ciò che noi sappiamo di essa fanno capolino diabolici accenni di verità che possono rederla mille volte tanto ripugnante. La scienza, già oppressiva con le sue sconcertanti rivelazioni, sarà forse un giorno la distruttrice ultima di questa nostra specie umana – se veramente specie siamo – poiché la sua collezione di inimmaginabili orrori non potrebbe mai essere sopportata da cervelli mortali qualora fosse liberata nel mondo. Se sapessimo veramente cosa siamo, dovremmo fare come ha fatto Sir Arthur Jermyn; e Arthur Jermyn una notte si è cosparso di olio da lampada e si è dato fuoco.
H.P. Lovecraft, Facts Concerning the Late Arthur Jermyn and His Family (1920)
La traduzione è mia e fa un po' schifo, quelli di voi che possono dovrebbero riferirsi alla versione originale. Inutile dire che il tipo aveva letto Darwin di recente...

Al di là di me stesso / in un luogo che ignoro / aspetto il mio arrivo.

Ultima modifica di Martox29a : 10-11-2011 alle ore 22.23.12
Martox29a è collegato   Rispondi citando
Vecchio 08-12-2011, 22.58.20   #180 (permalink)
Ex Master.Kenji
 
L'avatar di Le_Roix
 
Registrato il: 10-12-2008
Messaggi: 2.202

Predefinito

Citazione:
Una mattina, mentre stavamo lavorando, Filippo mi
ha detto che quando lui e sua moglie hanno concepito
loro figlio probabilmente lei dormiva. Mi ha fatto ridere.
Lei è infermiera e quando fa turni che non combaciano
con i suoi va a letto infilando solamente una gamba
nel pigiama e lasciando fuori l'altra, così che quando Filippo
torna, se ha voglia di fare l'amore, può farlo senza
svegliarla del tutto.
Fabio Volo, Un posto nel mondo

Quotato perché mi ha fatto inorridire a tal punto da dover condividere con quanta più gente possibile questo abominio. Quotato perché queste stronzate non vadano perdute, perché non si ripetano, un po' come il per non dimenticare della giornata della memoria.

Citazione:
Trombare nel dormiveglia: la storia
del pigiama dimostra la grandezza del genio umano.


Ultima modifica di Le_Roix : 08-12-2011 alle ore 23.00.20
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