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Vietato Leggere Vietato Leggere...ok, stavamo scherzando, maniaci letterari che non siete altro!

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Vecchio 07-05-2007, 01.36.41   #81 (permalink)
Rayuela
 
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Ma sono ormai troppo vecchio, troppo avanzato, troppo incanaglito nella strada maledetta del raffinamento spontaneo... dopo una dura carriera di “duro tra durissimi” per cambiar rotta e presentarmi poi all’esame di stile ricamato!... impossibile! Il dramma sta appunto qui. Come potrei essere afferrato, strangolato di emozione... dal mio stesso raffinamento?

Celine
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Vecchio 11-05-2007, 18.49.44   #82 (permalink)
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Quando Fridolin terminò il suo racconto il giorno spuntava grigio attraverso le tendine. Albertine non lo aveva interrotto neppure una volta con una domanda curiosa o impaziente. Sentiva che egli non voleva, nè poteva nasconderle nulla. Giaceva tranquilla con le braccia intrecciate dietro la nuca e tacque ancora a lungo, quando Fridolin aveva già finito da un pezzo.
Finalmente - era disteso al suo fianco - egli si chino su di lei e fissando il suo volto immobile dai grandi occhi chiari nei quali adesso sembrava riflettersi il sorgere del giorno, chiese dubbioso e pieno di speranza: <<Che dobbiamo fare, Albertine?>>
Lei sorrise, e dopo una breve esitazione rispose: <<Ringraziare il destino, credo, di essere usciti incolumi da tutte le nostre avventure... da quelle vere e da quelle sognate>>.
<<Ne sei proprio sicura?>> chiese Fridolin.
<<Tanto sicura da presentire che la realtà di una notte, e anzi neppure quella di un'intera vita umana, non significano, al tempo stesso, anche la loro più profonda verità>>.
<<E nessun sogno>> disse egli con un leggero sospiro <<è interamente sogno>>.
Doppio sogno - Arthur Schnitzler
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Vecchio 15-05-2007, 23.38.03   #83 (permalink)
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Come due canne sul calcio del fucile
come due promesse nello stesso Aprile
come due serenate alla stessa finestra
come due cappelli sulla stessa testa
come due soldini sul palmo della mano
come due usignoli pioggia e piume
sullo stesso ramo
[...]
Come le lancette dello stesso orologio
come due cavalieri dentro il sortilegio
e furono i due legni che fecero la croce
e intorno due banditi con la stessa voce
Come due risposte con una parola
come due desideri per una stella sola
[..]
Fabrizio de André Titti
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Vecchio 30-05-2007, 14.24.37   #84 (permalink)
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La prima cosa e' la coscienza dello spazio, sapere che lontano, da un'altra parte, altrove sta accadendo qualcosa, anzi fuori le mura tutto sta accadendo, però occorre sapere dove. E la seconda è il tempo, in quel posto bisogna poter arrivare in tempo perchè quella cosa accada a noi e non immaginare soltanto che accada.

Se lo spazio è poi ampio e distante è necessario differire il tempo dell'azione da quello del desiderio, perchè partire quando desidereremmo già esser lì è una vana corsa verso una sala vuota. Possedere questa consapevolezza è una grande qualità che può contribuire a rendere la vita "arte dell'incontro". Le anime si incontrano per caso, per curiosità, per determinazione: in tutti i casi l'incontro ha sempre del miracolo. Nella coincidenza la componente "magica" è più evidente, ma decidere, partire e muoversi a tempo fino a trovarsi nel luogo dove la cosa sta accadendo è miracoloso, come la costruzione di tutte le cose immaginate.
Vinicio Capossela - E Luis Prima rise

Ho sentito queste parole lette da Vinicio Capossela all'inizio di una videocassetta di un suo concerto, ma non so bene se siano sue.

Ultima modifica di Alceo : 30-05-2007 alle ore 16.02.59
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Vecchio 30-05-2007, 15.43.12   #85 (permalink)
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Ho sentito queste parole lette da Vinicio Capossela all'inizio di una videocassetta di un suo concerto, ma non so bene se siano sue.
E' un suo racconto: E Luis Prima rise...; ho lo stesso reading sul dvd della Einaudi. Il resto lo trovi qui.
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Vecchio 30-05-2007, 16.07.03   #86 (permalink)
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E' un suo racconto: E Luis Prima rise...; ho lo stesso reading sul dvd della Einaudi. Il resto lo trovi qui.
Grazie, lo immaginavo visto lo stile ma su google avevo trovato un'altra pagina che come autore riportava solo (Jonathan).

Tra l'altro di Vinicio Capossela sto leggendo "Non si muore tutte le mattine" anche se non come "libro principale" (non leggo mai solo un libro alla volta); ogni tanto, come ieri notte che non riuscivo a dormire, lo apro e ne leggo qualche pagina.
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Vecchio 07-06-2007, 17.18.49   #87 (permalink)
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Tu non sei memorabile. Sei la marionetta, la bambola, la coperta di Linus contaminata col vaiolo: una delle molte. Ricordiamo Cortes il conquistatore, ma non una delle sue coperte intrise di vaiolo, dispensate ai Maya per sterminare i loro sistemi immunitari. Erano sistemi immunitari alieni, sensibili ai bacilli a cui noi europei avevamo fatto il callo. In più disponevamo della tecnologia del ferro. Molti animali domestici sprigionavano per noi, in Eurasia, una forza lavoro che non aveva pari nel resto del pianeta. Gli indigeni sudamericani sfruttavano lama e alpaca: troppo poco. Il vaiolo proveniva per mutazione da una malattia dei cammelli. Gli imperatori di Atahualpa e Montezuma non poterono nulla. Il novantacinque per cento della popolazione autoctona fu sterminata da vaiolo e morbillo, decine di milioni di unità, geograficamente distribuite secondo un’asse continentale verticale – molti climi diversi, dunque. Noi europei sfruttammo l’asse continentale: orizzontale, l’Eurasia dispone di un clima pressoché unico, il che significa uno sviluppo armonico delle specie animali e vegetali, al contrario degli indios. La maggiore parte delle malattie epidemiche può svilupparsi soltanto in aree urbane densamente popolate. Vecchia tradizione europea. I suoi cafarnao. da noi, allatta i suoi piccoli e avvelena chi beve de La sua melma fatta anima. La grande meretrice è qui il suo latte. E’ interessante notare come l’unico animale addomesticato nell’Africa subsahariana fosse un uccello: la faraona. Se rinoceronti e ippopotami fossero stati addomesticabili, la culla del mondo sarebbe stata la vagina dentata africana, all’assalto dei territori idioti europei, avendo la possibilità di sviluppare tecnologia grazie al potenziale di forza lavoro offerto da quelle due sorprendenti e colossali specie!
La storia non è andata come tramandano i trattati. La storia ce la si dimentica continuamente. Ricordiamo per salti. Siamo una specie adrenalinica, drogata, spettatrice, allucinatoria. Alluciniamo. Perdiamo di continuo la coerenza della catena causale. Inventiamo miti, di continuo. La nostra memoria procede per salti bruschi, dislivelli, balzi quantici. Ricordiamo come allucina chi è sotto acido lisergico. E’ memorabile ciò che per un attimo o per ere diventa psicosi, ossessione, compulsione. La realtà ci sfugge nonostante ne siamo stati testimoni.


Guseppe Genna - L'anno Luce
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Vecchio 15-06-2007, 00.41.22   #88 (permalink)
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Il bello, il sacro, l'eterno, la religione e l'amore diventano adesso l'esca più idonea per suscitare la voglia di abboccare; non il Concetto, ma l'estasi, non la fredda e progressiva necessità della Cosa, ma l'ardente entusiasmo deve costituire l'atteggiamento in grado di sostenere e diffondere la ricchezza della sostanza.
A questa istanza corrisponde lo sforzo zelante e assai eccitato di strappare gli uomini dalla depravazione di ciò che è sensibile, volgare e singolare, per orientarne lo sguardo verso le stelle; come se gli uomini, obliando del tutto il Divino, versassero nella condizione di appagarsi, come i vermi, di polvere e di acqua. Un tempo essi si erano plasmati un cielo e l'avevano ornato con smisurati tesori di pensieri e di immagini. Il significato dí tutto l'essente riposava nel filo luminoso grazie al quale ogni cosa era legata a quel cielo; lo sguardo rivolto all'insù, invece di indugiare sulla presenza di questo mondo, vi aleggiava sopra verso l'essenza divina, verso una presenza posta, per così dire, al di là del mondo. L'occhio dello Spirito dovette allora essere riportato con forza a ciò ch'è terreno e qui essere trattenuto; e, nella tetraggine e nella confusione in cui versava il senso dell'aldiquà, c'è voluto molto tempo per ripristinare quella chiarezza che solo l'ultraterreno possedeva, al fine di rendere interessante l'attenzione verso la Presenza in quanto tale, quell'attenzione che è stata chiamata col nome di esperienza.
Adesso, invece, sembra vi sia bisogno del contrario, sembra che il senso sia così radicato in ciò ch'è terreno da essere necessaria per risollevarlo una forza uguale e opposta a quella di allora. Lo Spirito si mostra così povero che per il proprio ristoro, come il viandante nel deserto brama per una sola goccia d'acqua, esso sembra agognare unicamente il sentimento indigente del Divino in generale. E la facilità con cui lo Spirito oggi si appaga dà la misura della grandezza di ciò che ha perduto.
Hegel - Fenomenologia dello Spirito.
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Vecchio 21-07-2007, 01.43.05   #89 (permalink)
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E’ memorabile ciò che per un attimo o per ere diventa psicosi, ossessione, compulsione. La realtà ci sfugge nonostante ne siamo stati testimoni. Le generazioni sono soltanto stadi di questa stupefacenza allucinatoria. I racconti deviano, le memorie distorcono, le percezioni non depositano oggettività. L’oggettività in forma di sogno: questo è il miracolo della specie. I conquistadores erano dei cazzoni e i re atzechi decisero che l’apocalisse era giunta e si manifestava in forma di suicidio: chi può dire che non andò così?
Alluciniamo l’esplosione nucleare. Alle porte della nostra metropoli, al crepuscolo, nella radianza di una luce sonnacchiosa, nell’afa. Avvertiamo un abnorme risucchio improvviso di vento, repentinamente seguìto da un boato che travolge e ci voltiamo tutti – milioni di abitanti – verso il punto dell’esplosione, che vediamo svilupparsi apparentemente distante, nel cielo biancastro. Una colonna lenta dalle veloci convulsioni, moti connettivi che hanno una geometria liquida stravista: la cupola di luce bianca, il tronco del fungo atomico, la colonna di fuoco che si alza con divina indifferenza, sacra, e il vento che tutto cancella. Ci cancella, cancella noi. All’orizzonte, molto più immensa di quanto ci fossimo figurati per i milioni di volte che ce la siamo figurata: l’esplosione nucleare. L’aria cessa di esistere, lo spazio non è più un rifugio neutro, tutto l’invisibile che esiste si converte in una minaccia letale e assoluta: è il vento percorso dalle radiazioni. Ci carichiamo i nostri padri sulle spalle, diamo la mano alle vecchie madri, facciamo avanzare scomposti e veloci i nostri figli che danno la mano alle nostre mogli: cerchiamo rifugio, ma siamo spacciati. L’orizzonte è mutato per sempre. La morte è radiante e diffusa. C’è odore di ozono. Chissà le vittime civili intorno all’immenso cratere dell’esplosione, nella terra radioattiva, scoperchiata dalla deflagrazione. Tutta quella potenza contenuta in un singolo ordigno. Un utero meccanico di filamenti intrecciati intorno a un cuore verde fosforescente. Chi l’ha portato lì. Chi l’ha innescato. Perché. Tutto sfuma nell’oggettività più assoluta, che è un incubo sognato nello stesso istante da milioni di umani in fuga. Esodi dalla città contaminata, da tutta la regione. La continuazione demografica dell’ondata deflagratoria. Miriadi di umani in fuga, gli animali domestici abbandonati. Vengono meno le virtù, sopravanzano i vizi. La fedeltà si scioglie nel calore della fissione nucleare. L’aria distorce in miraggi di salvezza un popolo già contaminato. L’epidermide si bolla, si crepa, suppura. Attorno al punto dell’esplosione la gente è stata letteralmente cancellata, stampigliata in sagome corporee contro le pareti calcinate. Nelle vie calde la temperatura si alzerà. Moltitudine, moltitudine: non si erano mai viste code tanto grandi e tanto lunghe, lunghissime, grandissime. Arriveranno da tutte le parti. Da levante. Da ponente.
Questo è un mito.
E’ accaduto. Non è accaduto. Continuiamo a farlo accadere.
Voglio dirti una cosa: la memorabilità è questa.
La tua statura insufficiente e la tua isolata grettezza sono totalmente inadeguate a farti trasbordare nella memorabilità. La memorabilità è l’esito del potere, ma il potere non è ciò che immagini. Tu non desideri volendo: questo è il vostro problema”.
“Nostro?” Il Mente ha iniziato a frugare con cautela nella borsa, in cerca del dvd: è arrivato il momento dell’affondo. Ha pazientemente ascoltato il re prossimo a morire, vuole farlo tacere.
“Di voi che avete quarant’anni, di voi quarantenni occidentali. Pensate di desiderare, ma è un’illusione nemmeno tanto pia. Non avete rapporti col potere mentre pensate di conquistare e poi detenere il potere. Siete impulsati da scariche di corrente galvanica. Marionette. Ken & Barbie. Non fate nemmeno tenerezza. La vostra generazione è destinata a una totale cancellazione. Nel punto zero dell’esplosione nucleare c’eravate voi”.
“Desiderare volendo. E’ una contraddizione che abbiamo deciso di non ereditare da voi”.
“Questo è il vostro problema: pensate di ereditare. Tutto ciò che fate è in armonia o contro questa eredità immaginaria. I padri non lasciano nulla ai figli. Hanno fecondato e adesso si fanno i cazzi loro. Siete incapaci di farvi i cazzi vostri. Desiderare impone un’indifferenza verso se stessi, di cui voi siete totalmente incapaci. Per questo il potere, se esercitato da voi, non ha nulla di eroico e tutto di meschino. Vermicolate. Ti devo comunicare un messaggio dall’imperatore: mi manda a dire che l’happy hour è finito”. E ride, e boccheggia il sigaro e torna a ridere più forte.”



Giuseppe Genna - L'anno Luce
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Vecchio 28-07-2007, 12.18.10   #90 (permalink)
MILF!
 
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Dedicata ad Alceo.
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Chiamatemi Ismaele. Qualche anno fa - non importa sapere con precisione quanti - avendo in tasca poco o punto denaro e, a terra, nulla che mi interessasse in modo particolare pensai di andarmene un po' per mare, a vedere la parte del mondo ricoperta dalle acque. E' uno dei miei sistemi per scacciare la tristezza e regolare la circolazione del sangue. Ogniqualvolta mi accorgo che la ruga attorno alla mia bocca si fa più profonda; ogniqualvolta c'è un umido tedioso novembre nella mia anima; ogniqualvolta mi sorprendo fermo,senza volerlo, davanti a depositi di bare o in cammino dietro tutti i funerali che incontro; e, specialmente,ogniqualvolta l'insofferenza mi possiede a tal punto che devo far appello a un saldo principio morale per trattenermi dal discendere in strada e buttar giù metodicamente il cappello di testa ai passanti, giudico allora che sia venuto il momento di prendere il mare al più presto possibile. Questo è il mio modo di sostitutire pistola e pallottola. Con un fiorito filosofare Catone si gettò sulla spada; io, con calma, mi imbarco. In ciò non vi è nulla di sorprendente. Quasi tutti gli uomini, anche se non lo sanno, una volta o l'altra, ciascuno secondo la propia natura, provano sentimenti pressochè simili ai miei nei confronti dell'oceano.
Hermann Melville, Moby Dick, incipit.

"Il sesso è come un quadro di Picasso: devi essere speciale per amarlo." Mario
"È vero che avere un figlio ti cambia la vita. Sì, ma in meglio." Sempre Mario
"Conosco ogni centimetro di questa cella. Questa cella conosce ogni centimetro di me. Tranne uno." A. Moore
"Se leggere non è il tuo forte fanne il tuo debole." Corvorosso.it
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Vecchio 06-08-2007, 15.08.24   #91 (permalink)
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Ciò che la psicoanalisi svela a proposito dei fenomeni di traslazione dei nevrotici si può ritrovare anche nella vita di persone non nevrotiche che suscitano l'impressione di essere perseguitate dal destino o vittime di qualche potere "demoniaco"; ma la psicoanalisi ha sempre pensato che questo destino costoro se lo creino in massima parte con le loro stesse mani, e sia determinato da influssi che risalgono alla seconda infanzia. La coazione che in essi si manifesta non è diversa dalla coazione a ripetere dei nevrotici, anche se queste persone non hanno mai mostrato i segni di un conflitto nevrotico che ha dato luogo alla formazione di sintomi. Esistono così persone le cui relazioni umane si concludono tutte nello stesso modo: benefattori che dopo qualche tempo sono astiosamente abbandonati da tutti i loro protetti -per diversi che siano tra loro questi ultimi sotto altri riguardi-, e che quindi paiono destinati a vuotare fino in fondo l'amaro calice dell'ingratitudine; uomini le cui amicizie si concludono immancabilmente con il tradimento dell'amico; o altri che nel corso della loro vita elevano ripetutamente un'altra persona a una posizione di grande autorità privata o anche pubblica, e poi, dopo un certo intervallo di tempo, abbattono essi stessi quest'autorità, per sostituirla con quella di un altro; o, ancora, persone i cui rapporti amorosi con le donne attraversano tutti le medesime fasi e terminano nello stesso modo ecc. Questo "eterno ritorno dell'uguale" non ci stupisce molto se si tratta di un comportamento attivo del soggetto in questione e se scopriamo un essenziale tratto del suo carattere che rimane sempre identico e che deve necessariamente esprimersi nella ripetizione delle stesse esperienze. Un'impressione più forte ci fanno quei casi in cui pare che la persona subisca passivamente un'esperienza sulla quale non riesce a influire, incorrendo tuttavia immancabilmente nella ripetizione dello stesso destino. Si pensi ad esempio alla storia di quella donna che si è sposata per tre volte di seguito con persone che dopo breve tempo si ammalavano, e che essa doveva assistere fino alla morte." La più commovente descrizione poetica di questo destino è stata data dal Tasso nel poema romantico La Gerusalemme liberata. Senza saperlo l'eroe Tancredi ha ucciso in duello l'amata Clorinda, le cui sembianze erano nascoste sotto l'armatura di un cavaliere nemico. Dopo che essa è stata sepolta egli si addentra nella sinistra foresta magica che terrorizza l'esercito dei crociati; con la spada colpisce un alto albero, ma dal tronco squarciato sgorga sangue, e la voce di Clorinda la cui anima è imprigionata nell'albero, rimprovera a Tancredi di aver infierito ancora una volta sulla donna amata.
Freud - Al di là del Principio di Piacere
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Vecchio 21-08-2007, 15.28.38   #92 (permalink)
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Infelice colui che ha tristi ricordi d'infanzia. Infelice chi guarda indietro e non vee che ore solitarie trascorse in stanze buie, tra opprimenti tendaggi e file assillanti di vecchi volumi, o in desolata veglia nei boschi, al riparo di alberi grotteschi e coperti di malerbe che agitano rami silenziosi a un'altezza irraggiungibile. A me gli dei hanno assegnato una sorte del genere: a me deluso e stupefatto, amareggiato e senza speranza. Eppure sono contento, mi aggrappo a quei tristi ricordi tuttel el volte che la memoria minaccia di spingersi pericolosamente oltre.
H.P. Lovecraft, L'estraneo

Un genio divertente.
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Vecchio 28-08-2007, 01.03.31   #93 (permalink)
Rayuela
 
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Questa è una storia che non mi appartiene, racconta la vita di un altro. Con parole sue, che ho soltanto risistemato quando mi sono sembrate poco chiare o prive di coerenza. Con le sue verità, che valgono quanto valgono tutte le verità.
Che mi abbia mentito qualche volta? Non lo so. Non su di lei, in ogni caso, sulla donna che ha amato, non sui loro incontri, sui loro sbandamenti, le loro convinzioni, le loro disillusioni; ne ho la prova. Ma delle sue motivazioni personali nelle diverse tappe della vita, sulla sua famiglia così poco comune, di quella strana marea del suo modo di ragionare - voglio dire quei flussi e riflussi dalla follia al buon senso, dal buon senso alla follia - è possibile che non mi abbia detto tutto. Penso, comunque, sempre in buona fede. Senza dubbio mal sicuro nella memoria come nei giudizi: questo voglio pur ammetterlo. Ma costantemente in buona fede.
È stato a Parigi che l'ho incontrato, per caso, in un vagone della metropolitana, nel giugno del 1976. Ricordo di aver mormorato: "È lui!" Mi sono bastati appena pochi secondi per riconoscerlo.
Amin Maalouf - Gli Scali del Levante - Incipit


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Vecchio 02-09-2007, 22.48.39   #94 (permalink)
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Al pari delle variazioni di Bach, questo incipit mi lascia tutte le volte che lo rileggo a bocca aperta, in segno di ammirazione, per un uomo che ha fatto della poesia un arte sublime, la capacita' di William di sintetizzare l'uomo con poche parole, unita all'allegoria della demormita' del Riccardo (non era cosi' deforme come lo rappresenta)sono sublimi, in onore a William Shakespeare ecco l'incipit del suo Riccardo III.....

[QUOTE][ora l'inverno del nostro scontento
è reso estate gloriosa da questo sole di york,
e tutte le nuvole che incombevano minacciose
sulla nostra casa sono sepolte nel petto profondo
dell'oceano.ora le nostre fronti sono cinte di
ghirlande di vittoria,le nostre armi malconcie, appese come trofei,le nostre aspre sortite mutate in lieti incontri,
le nostre marce tremende in misure deliziose di danza.
la guerra dal volto grifagno ha spianato la fronte corrugata,
e ora,invece di montare destrieri corazzati per atterrire le
anime di nemici impauriti ,saltella agilmente nella camera
di una signora al suono seducente di un liuto.
ma io che non fui fatto per tali svaghi ,
ne fatto per corteggiare uno specchio amoroso;
io che sono di stampo rozzo e manco della maestà d'amore
con la quale pavoneggiarmi davanti a una frivola ninfa
ancheggiante ,io sono privo di ogni bella proporzione,
frodato nei lineamenti dalla natura ingannatrice,
deforme,incompiuto,spedito prima del tempo in questo mondo
che respira,finito a metà,e questa cosi' storpia e brutta
che i cani mi abbaiano quando zoppico accanto a loro,
ebbene io ,in questo fiacco e flautato tempo di pace ,
non ho altro piacere con cui passare il tempo se non
quello di spiare la mai ombra nel sole e commentare
la mia deformità.
perciò non potendo fare l'amante
per occupare questi giorni belli ed eloquenti,sono
deciso a dimostrarmi una canaglia e a odiare gli oziosi
piaceri dei nostri tempi.ho teso trappole ,ho scritto
prologhi infidi con profezie da ubriachi ,libelli e
sogni per spingere mio fratello clarence e il re ad
odiarsi l'uno contro l'altro mortalmente;
e se re edoardo è giusto e onesto quanto io sono astuto
falso e traditore ,oggi clarence dovrebbe essere imprigionato
grazie a una profezia che dice che g. sarà l'assassino degli
eredi di edoardo.tuffatevi pensieri intorno alla mia anima,ecco clarence.

/QUOTE]



Deep


Ultima modifica di Deep61 : 02-09-2007 alle ore 22.54.59
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Vecchio 09-09-2007, 23.50.48   #95 (permalink)
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john wilmot
consentitemi di essere esplicito fin dall'inizio...non credo che vi piacerò...i signori proveranno invidia,e le signore disgusto,non vi piacerò affatto,non vi piacerò ora e vi piacerò acor meno in seguito...signore,un avvertimento: io sono pronto a tutto,in qualsiasi momento...e sia merito o demerito questo ora è difficile da dire,tuttavia è certo che sono un libertino,continuerò a spassarmela e a provare ardenti passioni...non doletevene...vi arrecherebbe afflizione,traete le conclusioni stando alla distanza a cui vi terreste se stessi per mettere la lingua sotto le vostre sottane...signori,non disperate...sono pronto a tutto,si lo stesso avvertimento vale anche per voi,placate le vostre squallide erezioni perchè quando avrete un amplesso vedrò di cosa sarete capaci,allora saprò se siete venuti in meno alle mie aspettative...vi auguro di fottere immaginando che la vostra amante segreta vi stia osservando di nascosto,di provare le le stesse sensazioni che ho provato e che provo e chiedervi...era questo lo stesso brividoche sentiva lui!?avrà conosciuto qualcosa di più intenso!?o c'è un muro di disgrazia contro il quale tutti battiamo la testa in quel fulgido eterno momento...?
Questo è tutto,questo il mio prologo...nessuna rima e nessun decoro,non era quello che vi aspettavate spero...
Sono John Wilmot,il secondo conte di Rochester,e non ho alcuna intenzione di piacervi.
John Wilmot - Secondo Conte di Rochester -

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Vecchio 20-09-2007, 19.43.20   #96 (permalink)
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È così che vi appartiene questo mondo:
fatti fratelli nelle opposte passioni,
o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo
a essere diversi: a rispondere
del selvaggio dolore di esser uomini.

Ballata delle Madri - Pier Paolo Pasolini
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Vecchio 20-09-2007, 22.25.52   #97 (permalink)
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Penso a “Wish you where here” dei Pink Floyd. Il testo dice: “…Did they get you to trade your heroes for ghosts?…” Ti hanno costretto a cedere i tuoi eroi in cambio di fantasmi?, e c’è quel verbo, to trade, che è strettamente commerciale. Io non so se quelli che hanno barattato i loro eroi con questi nuovi fantasmi moderni vivano bene. Vivere in superficie è un gran brutto vivere, in superficie c’è poca aria, si striscia. La superficialità, il disimpegno — ti lasciano un sacco di tempo libero, ma che te ne fai di quel tempo libero? Lo occupi alienandoti e allendandoti allo shopping compulsivo, o siedi in qualche megadiscoteca iperfiga e aspetti la morte con un drink in mano? Io, con i miei vecchi eroi, sopravvivo decentemente; la loro presenza mi consola, è lenitiva, ho un sacco di cose da fare: sistemare i miei reliquiari, dialogare con i miei morti, rileggere Fenoglio, o Vittorini e Pavese. Mi pare più interessante.
Babsi Jones - Sappiano le mie parole di sangue.


Deep
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Vecchio 23-09-2007, 18.57.04   #98 (permalink)
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Non sono sicura sia una scelta, la scrittura: sono anni che ci rifletto e non trovo una risposta che mi convinca. Io, virtualmente, teoricamente, “potevo” fare “altro” ma tornavo sempre a cercare foglio e penna: scrivere si è imposto da subito come un imperativo, o scrivo o muoio. E non è mai cambiato; la mia (instabile, per altro) “sanità mentale” è strettamente correlata alla scrittura. Non parlo di pubblicazione o di altrui lettura, parlo proprio del gesto fisico, e intimo, del taccuino e della penna, del “mettermi in parole”. Non so se possa essere definito “scelta”, io l’ho vissuta come una patologia da cui non sarei guarita. Un po’ come Frida Kahlo, sai? Immobilizzata a letto, la spina dorsale fracassata, morfinomane: che altro poteva fare se non domandare uno specchio da appendere sul letto a baldacchino e tele e colori per auto- ritrarsi ? Era il suo modo di resistere, questo continuo dipingere se stessa; per me lo è stato la scrittura, scrivermi e scrivere. Una forma di difesa, anche. Di rifugio. Il quasiracconto della talpa che tu menzioni ( e non so dirti se si tratta di un racconto, un quasiracconto o che altro: il blog per me è un taccuino, scrivo liberamente, non ho una “linea editoriale”, non mi chiedo se devo scrivere di questo o quello, seguo solo i miei flussi emotivi; metto categorie che di fatto non hanno grande utilità perché è difficile, per me, separare una pagina di diario da una pagina di narrativa; Burroughs dichiarava:”…una parte della mia vita è scivolata nella finzione; ne sono cosciente; l’unica cosa reale di uno scrittore è quello che scrive e ha scritto, non la sua cosiddetta vita…” e io non mi sento granché lontana da quello “scivolamento”, da quella commistione scrittura/vita, in cui fatico a distinguere l’una e l’altra) è strettamente connesso a quel che tu menzioni: lo scrivere visto dagli “altri” come “attività inutile”, come divertissement, oppure, al contrario, come possibile carriera e/o professione (quindi finalizzato a guadagnare denaro) è uno dei grandi problemi che alcuni scrittori si trovano ad affrontare. Ne parlavo con Esther G. in questo dialogo, ad esempio. Della fatica che fai quando devi dire a tua madre che “sei scrittore”. In questo sono un caso a parte perché sono cresciuta con un padre zingaro, ribelle, insofferente alle regole e all’autorità quanto lo ero io, che non trovava affatto inutile né sconveniente il mio “aver bisogno di scrivere” , o di fare “certe esperienze del mondo”, come quella che racconto della talpa. Un padre del genere ti salva, ti offre il tempo per rafforzare un po’ la tua ossatura. Io devo moltissimo all’uomo meraviglioso che è stato mio padre, alla protezione che mi ha offerto. In seguito, crescendo, invecchiando, uscendo dall’incanto paterno, ho dovuto trovare la forza per imporre la mia necessità di scrivere. Gli amici, i fidanzati, gli amanti, i conoscenti: non lo comprendono. Credo sia quello il momento in cui uno scrittore prende atto di essere scrittore, il momento del salto come racconta la Woolf in “Una stanza tutta per sé”. Si tratta di trovare la forza di imporre la scrittura come priorità assoluta: molti non lo comprenderanno, resterai sola. Io ho perso molti amici a causa della scrittura, molti potenziali compagni di strada e di vita. Mi viene in mente la Duras che ha pubblicato questo bellissimo e brevissimo saggio, “Scrivere”; e dice ” Ho capito di essere una persona sola con la mia scrittura, sola e lontanissima da tutto.” E ancora:” Tutto scriveva, nella casa, quando io scrivevo. La scrittura era ovunque e quando vedevo gli amici a volte quasi non li riconoscevo.” Io, per anni, mentre lavoravo facendo “altro”, mi nascondevo per scrivere. In seguito non ce n’è stato più il bisogno perché ho incontrato quelle poche persone a cui tuttora sono legata, e si trattava e si tratta di persone che mi hanno accolta per quella che ero e sono: una che scrive, innanzitutto. In un certo senso, le poche persone amate che ho al mio fianco oggi, hanno preso il posto che è stato di mio padre: sono stata fortunata. O forse ho aspettato di incontrare le persone giuste, quelle in grado di comprendere. Di certo io ho opposto resistenza, sono rimasta in prima linea tutto il tempo, non ho ceduto. Cedere è facile, perché la solitudine mette paura. Mi sono tenuta la paura, ho galleggiato nella paura e nella solitudine, e ho aspettato di incontrare le persone che avrebbero capito. Mi capita di frequente di parlare con persone più giovani di me che scrivono, e che stanno male a causa di questa dicotomia: il sabato sera, beh - o scrivi o esci con gli amici. Io consiglio loro di scrivere. Di non temere la solitudine, l’isolamento, la diversità. Credo sia la prima regola implicita, quasi inconscia, che uno scrittore deve apprendere: la scirttura emargina, fa male, isola, ferisce. O sopravvivi a quel passaggio, o non sei scrittore. Mi dispiace essere così categorica ma non credo alla scrittura part-time, alla scrittura “mediata”.

Babsi Jones - riflessioni sulla scrittura


Deep
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Vecchio 25-09-2007, 19.26.14   #99 (permalink)
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Burroughs, in una sorta di racconto autointervista del ‘63 (reperibile in Burroughs Live, a cura di Sylvère Lotringer): “Io non sono un dipendente. Io sono il dipendente. Il dipendente che ho inventato per mostrare questo spettacolo itinerante sulla strada della tossicodipendenza. Io sono tutti i dipendenti e le dipendenze e tutti i tossici del mondo. Sono la tossicodipendenza e sono incatenato a questa dipendenza nei secoli dei secoli. Ora utilizzo un’immagine basica della dipendenza. Estendetela. Io sono la realtà e sono totalmente dipendente da questa realtà. Datemi un vecchio muro, una cassetta della frutta e io posso, Dio me ne è testimone, sedere lì inerte per tutti i giorni a venire. Perché io sono il muro e anche la cassetta. Il che significa: necessito di un ospite umano”.
Da questo assolutismo della percezione, che è la scoperta della dipendenza, Burroughs fa emergere il senso reale del Personaggio Vuoto, assumendolo in prima persona: è l’immagine di Bartleby alla sua indefinita fine, al di là della fine e dell’inizio: fermo, in contemplazione, davanti a un muro. Come è arrivato a questo punto, e insospettabilmente, William Seward Burroughs? Si è consapevoli che questo scrittore è la più prodigiosa macchina produttiva di Personaggi Vuoti del secolo?

C’è un percorso da compiere, ci sono tracce da reperire e calcare per giungere alla destinazione ignota del Vuoto in Burroughs. Il percorso coinvolge la comunità che, nonostante i silenzi di WSB, lo elesse a maestro - cioè la comunità Beat, affascinata dalla silenziosa mummia senza sorriso di quest’uomo che già sembrava essere stato mentre era.
Qui c’è da compiere una digressione fondamentale, che è in realtà una premessa. E’ talmente innestato nel testo, il contesto esistenziale e creativo di Burroughs e dei Beat, che bisogna enunciare una posizione abbastanza centrale nell’atteggiamento che teorici e critici letterari hanno assunto nel contesto del Novecento e che io riconosco in questo passo di Hans Blumenberg, ne La leggibilità del mondo: “Tra i libri e la realtà è posta un’antica inimicizia. Lo scritto si è sostituito alla realtà allo scopo di renderla - in quanto definitivamente inventariata e accertata - superflua. La tradizione scritta, e infine stampata, si è costantemente risolta in un indebolimento dell’autenticità dell’esperienza”. Questa posizione è ascrivibile a ciò che io chiamo riduzionismo critico. Per Blumenberg, tanto per non andare per il sottile, l’intero sistema culturale antropico (e i primis la letteratura, come espressione dell’immaginario) è una risposta all’ansia di base, al terrore primario che comporta l’affrontamento del mondo, lo choc dell’esterno. Non essendo un filosofo né un teorico della letteratura, bensì uno scrittore, posso permettermi il lusso di prendere una posizione ambigua nei confronti di una simile enunciazione. Da un lato, essa costituisce, nella sua ignoranza a proposito delle sorgenze necessitanti del momento in cui si scrive letteratura, il mio nemico. Anzitutto c’è un minimo appretto filosofico che fa da strumentazione per smentire Blumenberg: egli tratta lo scritto come postumo, ex post, e lo separa dalla realtà, suppostamente autentica, di cui non esiste testimonianza, mentre la letteratura e tutto ciò che è culturale sono a loro volta realtà. Viene ignorato il fatto che è un umano che vede lo scritto e vede la realtà: quindi corre un dato carsico di cui l’uomo tende a non ricordarsi (valgano le osservazioni in calce a Giuseppina in Kafka) - cioè il continuum interno/esterno, e questo continuum è la percezione, l’attività aperta che percepisce la percezione: l’”io stesso” insomma. Viene cioè denegato il vuoto. Poi si espone un’incredibile incomprensione della funzione della scrittura: quando mai essa ha inventariato e accertato la realtà? Semmai la sostituisce, e questo potrebbe essere un punto di comunicazione con Blumenberg. Al quale tuttavia devo dare totalmente ragione, ma per i motivi contrari rispetto alle sue argomentazioni. Credo che l’autentico dell’esperienza, e lo credo fermamente, sia in dimenticanza per l’uomo che si identifica con se stesso: l’uomo si scorda di essere e allora ecco subentrare uno dei momenti (tra i molti possibili) che intensificano la spinta verso l’oblio di sé, fino al recupero della ricordanza di quell’elemento aperto e silenzioso che ho abbozzato con l’impreciso sostantivo “Vuoto” - e questo momento di intensificazione (che corrisponde all’indebolimento di Blumenberg) è proprio l’esperienza della scrittura. Insomma, Blumenberg, ed è ciò che qui mi interessa, come ogni riduzionista inserisce un dualismo, vale a dire una faglia, tra vita e letteratura - insanabile, detrimentosa per i termini della potenza di esperienza, tutta a favore del culturale come feticcio virtuale che indebolisce il mondo.

Giuseppe Genna - Osservazioni su William Burroughs
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Vecchio 03-10-2007, 21.49.13   #100 (permalink)
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Aveva ragione Ferraro: certe volte è meglio non saperla la verità. E' meglio non saperle certe cose, meglio restare convinti delle apparenze. La matassa non si sbroglia, il filo non si dipana. Le indagini questo fanno, in fondo. La verità non è paziente. Trancia di netto come un'ascia impietosa il gomitolo, lo dimezza, lo frantuma. e quel che resta non serve più anessuno.
E' solo un racconto inerme, una ricostruizione ingessata, una fotografia sbiadita, un ricordo fallace.
E' letteratura.


Gianni Biondillo
Il giovane sbirro


15-03-2005: Addio... per te sono sicuro che ci sia un cielo...
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