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Vietato Leggere Vietato Leggere...ok, stavamo scherzando, maniaci letterari che non siete altro!

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Vecchio 31-10-2007, 16.46.53   #101 (permalink)
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Penso: Scegliendo di vivere con una persona ho rinunciato a qualcosa? Ho fatto qualche compromesso? Ma un compromesso lo si fa sempre. E la risposta mi viene in mente all'istante. Ho rinunciato a una certa dose di libertà. Alla capacità di vivere nel più completo disinteresse per i pensieri e i sentimenti altrui. Adesso, dopo aver letto una rivista, non la butto sul pavimento.
In cambio, ho accesso illimitato all'unica persona tra quelle incontrate nella mia vita che mi è immediatamente parsa fuori dalla mia portata. Il mio essere umano preferito, l'unico che mi è più caro di chiunque altro. Quello con cui ho il privilegio di condividere l'ossigeno della stessa stanza.
E se la ricompensa è questa, sarò ben felice di scrostare il gabinetto. E di non prendere mai più in giro quelli che guidano un SUV. Sempre che, è chiaro, non se lo meritino davvero. E mi sforzerò anche di lasciare che le cose succedano. Senza il bisogno costante di tenere tutto sotto controllo.
A meno che non si tratti di qualcosa che posso controllare sul serio. Con la forza del pensiero, dico.
Augusten Burroughs, Cunnilingusville

"Il sesso è come un quadro di Picasso: devi essere speciale per amarlo." Mario
"È vero che avere un figlio ti cambia la vita. Sì, ma in meglio." Sempre Mario
"Conosco ogni centimetro di questa cella. Questa cella conosce ogni centimetro di me. Tranne uno." A. Moore
"Se leggere non è il tuo forte fanne il tuo debole." Corvorosso.it
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Vecchio 12-12-2007, 12.19.23   #102 (permalink)
Rayuela
 
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Per molto tempo, mi sono coricato presto la sera. A volte, non appena spenta la candela, mi si chiudevan gli occhi cosí subito che neppure potevo dire a me stesso: "M’addormento". E, una mezz’ora dopo, il pensiero che dovevo ormai cercar sonno mi ridestava; volevo posare il libro, sembrandomi averlo ancora fra le mani, e soffiare sul lume; dormendo avevo seguitato le mie riflessioni su quel che avevo appena letto, ma queste riflessioni avevan preso una forma un po’ speciale; mi sembrava d’essere io stesso l’argomento del libro: una chiesa, un quartetto, la rivalità tra Francesco primo e Carlo quinto. La convinzione sopravviveva per qualche attimo al mio risveglio, e non offendeva la mia ragione, ma mi pesava sugli occhi come scaglie, ed impediva loro di rendersi conto che la candela non era piú accesa. Poi cominciava a farmisi inintelligibile, come i ricordi di un’esistenza anteriore dopo la metempsicosi; il contenuto dei libro si staccava da me, ero libero di pensarci o non pensarci; subito ricuperavo la vista ed ero assai stupito di trovare intorno a me un’oscurità dolce e riposante per i miei occhi, ma forse piú ancora per l’animo mio, al quale essa appariva come una cosa senza causa, incomprensibile, come una cosa veramente oscura. Mi domandavo che ora potesse essere; sentivo il fischio dei treni, che, piú o meno lontano, come il canto di un uccello in una foresta, segnando le distanze, mi descriveva la distesa della campagna deserta, dove il viaggiatore s’affretta verso la stazione vicina; e il viottolo ch’egli percorre gli resterà impresso nel ricordo dall’eccitazione che gli dànno dei luoghi nuovi, degli atti insoliti, i recenti discorsi e l’addio sotto una lampada estranea che lo seguono ancora nel silenzio della notte, la prossima dolcezza del ritorno. Appoggiavo teneramente le gote alle belle gote del guanciale, piene e fresche come quelli della nostra infanzia. Accendevo un fiammifero per guardar l’orologio. Mezzanotte fra poco. E’ il momento in cui il malato che abbia dovuto mettersi in viaggio e dormire in un albergo sconosciuto svegliato da una crisi, si rallegra al vedere sotto la porta una riga di sole. Che gioia, è già mattina! Tra un minuto i servi si alzano, potrà suonare il campanello, verranno a dargli aiuto. La speranza del conforto gli dà coraggio nella sofferenza. Ecco, proprio gli è parso di sentire un rumore di passi: i passi s’avvicinano, poi s’allontanano. E la riga di sole sotto la sua porta è scomparsa. E’ mezzanotte; hanno appena spento il gas; l’ultimo cameriere se n’è andato e bisognerà passare la notte a soffrire senza rimedio. [...] La mia sola consolazione, quando salivo per coricarmi, era che la mamma venisse a darmi un bacio non appena fossi stato a letto. Ma quella buonanotte era di cosí breve durata, ella ridiscendeva cosí presto, che il momento in cui la sentivo salire, poi quando passava nel corridoio a doppia porta il rumore leggero della sua veste da giardino di mussola azzurra, dalla quale pendevano cordoncini di paglia intrecciata, era un momento per me doloroso. Annunciava quello che l’avrebbe seguito, in cui mi avrebbe lasciato, e lei sarebbe ridiscesa. Di modo che quella buonanotte che mi era cosí cara, giungevo a desiderare che venisse il piú tardi possibile, perché si prolungasse l’intervallo in cui la mamma non era ancora venuta. Qualche volta, quando, dopo avermi baciato, ella apriva la porta per andarsene, volevo chiamarla indietro, dirle: "Dammi ancora un bacio" ma sapevo che subito ella avrebbe fatto il viso scuro, giacché la concessione che faceva alla mia tristezza e alla mia agitazione salendo ad abbracciarmi, portandomi quel bacio di pace, irritava mio padre, che riteneva assurdi quei riti, ed ella avrebbe voluto procurare di farmene perdere la necessità, l’abitudine, ben lungi dunque dal lasciarmi prendere quella di domandarle, quando già fosse sulla soglia della porta, un bacio di piú. Ora, vederla adirata distruggeva tutta la calma che ella m’aveva portato un attimo prima, quando aveva chinato sul mio letto il suo volto amoroso, e me l’aveva teso come un’ostia per una comunione di pace a cui le mie labbra attingessero la sua presenza reale e il potere di addormentarmi. [...] Cosí è per il passato nostro. E’ inutile cercare di rievocarlo, tutti gli sforzi della nostra intelligenza sono vani. Esso si nasconde all’infuori dei suo campo e del raggio d’azione in qualche oggetto materiale (nella sensazione che ci verrebbe data da quest’oggetto materiale) che noi non supponiamo. Quest’oggetto, vuole il caso che lo incontriamo prima di morire, o che non lo incontriamo. Erano già molti anni che di Combray tutto ciò che non era il teatro e il dramma del coricarmi non esisteva piú per me, quando in una giornata d’inverno, rientrando a casa, mia madre, vedendomi infreddolito, mi propose di prendere, contrariamente alla mia abitudine, un po’ di tè. Rifiutai dapprima, e poi, non so perché, mutai d’avviso. Ella mandò a prendere una di quelle focacce pienotte e corte chiamate "maddalenine", che paiono aver avuto per stampo la valva scanalata d’una conchiglia di san Giacomo.

(Marcel Proust, La strada di Swann)

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Vecchio 23-12-2007, 18.06.52   #103 (permalink)
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Non che si vergognasse, e nemmeno che pensasse di sbagliare, perchè sapeva che quello che stava facendo era giusto, più giusto di qualunque cosa avesse visto fare a chiunque altro; e sapeva che spesso aver ragione significa sentirsi in torto, e che quando ti senti in torto probabilmente ti stai comportando bene. Ma sapeva anche che l'amore rischia l'inflazione, e se sua moglie o Rose o una qualsiasi delle altre che lo amavano avesse saputo l'una dell'altra, fatalmente si sarebbero sentite svalutate. Sapeva che ti amo vuol dire anche: ti amo più di chiunque altro ti ami o ti abbia mai amata, o ti amerà, e anche: io ti amo in un modo in cui nessuno ti ama, o ti ha mai amato, o ti amerà mai, e anche: ti amo in un modo in cui non amo nessun'altra e non ho mai amato nessun'altra e non amerò mai nessun'altra. Sapeva che, per definizione, è impossibile amare due persone.
Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata

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Vecchio 11-01-2008, 09.06.33   #104 (permalink)
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Quando i fedeli entrano nella loro Banca, non bisogna credere che possano servirsi così a capriccio. Proprio per niente. Parlano a Dollaro mormorandogli delle cose attraverso una piccola grata, si confessano insomma. Pocorumore, lampade morbide, un minuscolo sportello fra alte arcate, è tutto. Non inghiottono l'Ostia. Se la mettono sul cuore.”

“ In Africa, avevo certo conosciuto un genere di solitudine abbastanza feroce, ma l'isolamento in quel formicaio americano prendeva una piega ancora più opprimente.”

L.F. Celine Viaggio al Termine della Notte


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Vecchio 03-03-2008, 18.53.18   #105 (permalink)
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L'ho già detto ? Io imparo a vedere. Sì, incomincio. Va ancora male. Ma voglio mettere a profitto il mio tempo.
Non mi era mai capitato di accorgermi, per esempio, di quanti volti ci siano. C'è un'infinità di uomini, ma i volti sono ancor più numerosi poiché ciascuno ne ha più d'uno. Vi sono persone che portano un volto per anni, naturalmente si logora, diviene laido, si piega nelle rughe, si sforma come i guanti portati in viaggio. Queste sono persone econome, semplici; non mutano di volto, non lo fanno pulire neppure una volta. Va bene così, sostengono, e chi gli può dimostrare il contrario? Solo, viene da chiedersi: poiché hanno più volti, cosa ne fanno degli altri? Li mettono in serbo. Li porteranno i loro figli. Capita anche, però, che li portino i loro cani. E perché no? Una faccia è una faccia.
Altri, si mettono un volto dopo l'altro con rapidità inquietante, e li logorano. A tutta prima sembra loro di averne per sempre; ma sono appena sui quaranta, e già arriva l'ultimo. Questo naturalmente è una tragedia. Non sono abituati a tener da conto i volti, il loro ultimo se ne va in otto giorni, ha dei buchi, in molti punti è sottile come la carta, e allora a poco a poco vien fuori il rovescio, il nonvolto, e vanno in giro con esso.
RAINER MARIA RILKE

I QUADERNI DI MALTE
LAURIDS BRIGGE



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Vecchio 13-04-2008, 21.43.08   #106 (permalink)
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Messaggio inviato da Deep61 Visualizza messaggio
Viaggio al Termine della Notte
Anche per me, quasi dall'inizio.

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Allora, si mettono il cappello dell'alta uniforme, e poi te ne sparano una del tipo: "Banda di carogne, è la guerra! ti fanno loro. Adesso li abbordiamo, 'sti sporcaccioni che stanno sulla patria n° 2 e gli facciamo saltare la pignatta! Alé! Alé! C'è tutto quel che ci vuole a bordo! Tutti in coro! Spariamone una forte per cominciare, da far tremare i vetri: Viva la Patria n°1! Che vi sentano da lontano! Chi griderà più forte, avrà la medaglia e il confetto del buon Gesù! Porco dio! E poi quelli che non vogliono crepare in mare, potranno sempre crepare in terra dove si fa ancora più in fretta di qui!

Ultima modifica di Faustroll : 14-04-2008 alle ore 00.41.25
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Vecchio 15-04-2008, 23.14.27   #107 (permalink)
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Se si dovesse considerare solamente il valore letterario questo pezzo non meriterebbe di stare qua, ma penso che molti in questo forum potranno apprezzare e inoltre avevo comprato questo libro per una persona che chissà se li leggerà mai, tanto vale inizio a copiarne un pezzo qui.

E' un'opera teatrale dell'altro anno di Dennis Kelly dal titolo "After the end". I due soli protagonisti sono Mark e Louise. Mark salva la vita a Louise portandola nel suo rifugio anti atomico dopo un sedicente attacco radioattivo terroristico. Louise in realtà era sbronzissima durante l'attacco e non ricorda nulla.
I due devono convivere e passare il tempo necessario e a tal scopo Mark è ben organizzato e obbliga Louise a partecipare ricattandola con il cibo.

Stanno giocando a Dungeon and Dragons. Lui legge.

Mark “Esci dalla foresta e all'improvviso hai davanti il torrione, come un dente antico e malandato che si staglia sulla collina e sconfina nel cielo notturno. E' coperto di rampicanti, edera, con pezzi che si sgretolano, e l'antico sentiero sale su fino alla saracinesca. Su ciascun lato della saracinesca ci sono due truci statue di guerrieri, che ricordano l'antica civiltà che un tempo abitava il torrione, da molto tempo scomparsa. Un misterioso bagliore emana da queste statue e inonda l'ingresso di una luce tenue, e c'è anche lo scintillio della luna -”
Louise Che significa “come un dente”?
Mark Che somiglia ad un dente.
Louise Sembra un dente?
Mark
Louise Come un dente?
Mark Non è bianco, è solo che la forma è
Louise Appuntita?
Mark No, non appuntita, non è una zanna, non ho detto zanna
Louise Non sono solo le zanne a
Mark Come un dente incisivo, un incisivo inferiore.
Louise Giusto. Ma ancora non ho capito.
Mark Capito cosa?
Louise Perché lo hanno fatto come un dente?
Mark Non lo hanno fatto come un dente, è solo un modo per descriverlo.
Louise Tu hai detto -
Mark E' solo una descrizione, è solo una vecchia torre, è solo questa vecchia torre.
Louise Va bene, ho capito.
Mark è una vecchia torre che spunta
Louise Ho capito va bene
Mark E' la vecchia torre di una vecchia civiltà abbandonata da tanto tempo -
Louise Abbandonata?
Mark Be', questo è quello che devi scoprire.
Louise Non lo posso scoprire chiedendolo a te?
Mark No, devi entrare -
Louise Va bene, entro.
Mark Non puoi semplicemente entrare.
Louise Non puoi.
Mark Non così, Louise, non puoi semplicemente
Louise Ma che cazzo, non puoi
Mark entrare, perché devi usare ogni cautela e io non ho finito di descrivere quello che vedi

piccola pausa

Louise va bene, finisci di descrivere quello che vedo.

piccola pausa

Mark “ -e c'è anche lo scintillio della luna sui bastioni”.
Louise Finito?
Mark Sì.
Louise Io entro.
Mark Non puoi semplicemente entrare.
Louise Perché no?
Mark Perché potrebbe essere pericoloso.
Louise E' pericoloso?
Mark E' quello che devi scoprire.
Louise Non me lo puoi dire tu, cazzo?
Mark No, perché lo devi scoprire tu.
Louise Che cazzata.
Mark Non è una cazzata.
Louise Non è una cazzata, Louise.
Mark Devi scoprire se è pericoloso da quello che ti dico io, dalla mia descrizione, da
Louise Va bene.
Mark da quello che ho detto
Louise Va bene, va bene!
Posso chiederlo al folletto?
Mark piccola pausa Lei è un elfo. Non ci sono i folletti in questo gioco. I folletti sono nelle fiabe dei bambini e questo non è -
Louise Posso chiederlo all'elfa?
Mark Puoi chiedere all'elfo.

pausa

Louise Va bene, allora.
Mark Cosa?
Louise Chiedere a quello cazzo di elfa!
Mark Cosa, cosa le chiedi, cosa -
Louise Mi rivolgo all'elfa e le chiedo “E' pericoloso?”.
Mark Lei dice:”Non lo so”.
Louise Vaffanculo
Mark ma dice:”Non sarebbe troppo saggio camminare in quella luce”
Louise Che significa?
Mark Senti, Louise, non ti posso mica dire tutti -
Louise Dammi la descrizione un'altra volta.

piccola pausa

Mark “Esci dalla foresta e all'improvviso hai davanti il torrione, come un dente antico e malandato che si staglia sulla collina e sconfina nel cielo notturno. E' coperto di rampicanti, edera, con pezzi che si sgretolano, e l'antico sentiero sale su fino alla saracinesca. Su ciascun lato della saracinesca ci sono due truci statue di guerrieri, che ricordano l'antica civiltà che un tempo abitava il torrione, da molto tempo scomparsa. Un misterioso bagliore emana da queste statue e inonda l'ingresso di una luce tenue, e c'è anche lo scintillio della luna sui bastioni”.

piccola pausa

Louise E' questo il sogno che facevi? Essere in una roulotte con questa roba? Una nana, un folletto e una torre a forma di dente?

pausa

Mark Lei è un elfo. Lei è un elfo e tu lo sai che è un elfo. Dici folletto solo perché vuoi sabotare il gioco. Se non hai intenzione di giocare correttamente, allora non devi -
Louise Per costringermi a giocare, mi stai facendo crepare di fame!
Mark Per aiutarti, per prendermi cura di te!
Louise Per prenderti cura di me?
Mark Tu dici: “Sì, gioco”, ma non ce la fai, non riesci semplicemente ad accettare la cosa e a giocare, devi chiamare un elfo folletto solo per ricordarmi che tu sei meglio di me.
Louise Chi cazzo -?
E tu ti stai prendendo cura di me?
Mark Hai intenzione di giocare correttamente?
Louise Tu ti stai prendendo cura di me, Mark?
Mark Louise -
Louise Giochiamo.

piccola pausa

Mark Correttamente.
Louise Giochiamo.
Mark Louise, voglio che andiamo d'accordo.


piccola pausa

Louise Va bene, dammi la descrizione un'altra volta.
Mark “Esci dalla foresta e all'improvviso hai davanti il torrione, come un dente antico e malandato che si staglia sulla collina e sconfina nel cielo notturno. E' coperto di rampicanti, edera, con pezzi che si sgretolano, e l'antico sentiero sale su fino alla saracinesca. Su ciascun lato della saracinesca ci sono due truci statue di guerrieri, che ricordano l'antica civiltà che un tempo abitava il torrione, da molto tempo scomparsa. Un misterioso bagliore emana da queste statue e inonda l'ingresso di una luce tenue, e c'è anche lo scintillio della luna sui bastioni”.
Louise Cammino, esco dalla foresta.
Mark Non credo che sia
Louise Posso fare quello che mi pare no?
Mark Sì, certo sì.
Louise Cammino, esco dalla foresta, molto lentamente
Mark Ariel ti sibila di tornare indietro -
Louise molto lentamente, togliendomi la camicetta
Mark piccola pausa Cosa?
Louise Mi tolgo la camicetta e cammino molto lentamente nella luce.
Mark Questo è
Louise Mi sfilo la camicetta dalla testa e faccio vedere il reggiseno.
Mark Non avevano
Louise La mia biancheria intima, mi sfilo la camicetta dalla testa
Mark E' proprio una cosa stupida, Louise.
Louise e faccio vedere la mia biancheria intima, e continuo ad avanzare
Mark Questo è
Louise E continuo ad avanzare
Mark piccola pausa La luce della luna, vedi la luce della luna che si muove sul bastione
Louise Continuo a camminare e lascio cadere la camicetta a terra
Mark la luce della luna si muove, Louise.
Louise e comincio a slacciarmi la cintura
Mark Louise -
Louise Opps: la gonna mi è caduta a terra.
Mark Senti un grido nella lingua degli orchi che arriva dal bastione e ti rendi conto all'improvviso che la luce della luna era in realtà lo scintillio emanato dal metallo di una truppa di orchi emanato fino ai denti
Louise Avanzo molto lentamente nella luce, togliendomi la biancheria intima
Mark Louise -
Louise me lo sfilo dalla testa, scoprendo i miei seni perfetti da elfa
Mark Tu sei una nana.
Louise scoprendo i miei seni perfetto da nana
Mark lanciando un dado La freccia di un orco di sfiora, sibilando
Louise ora sono nuda e saluto gli orchi con la mano
Mark Okay, Ariel si lancia in avanti per difendere -
Louise La colpisco con la mia spada.
Mark Cosa?
Louise In faccia.
Mark lanciando un dado L'hai uccisa
Louise Lascio cadere la spada e mi afferro le tette
Mark Cominciano a sparare
Louise e agito verso di loro le mie tette perfette da elfa e

All'improvviso lui scompiglia tutte le carte, le getta sul pavimento e si volta verso di lei. C'è una frazione di secondo in cui un'esplosione di violenza sembra possibile. Poi passa.

Mark Se vuoi darmi del coglione, dimmi coglione e basta.
Louise Sei un coglione.
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Vecchio 08-05-2008, 12.29.00   #108 (permalink)
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aveva ragione il Cavaliere: la paura, e solo la paura, faceva vedere a Sancio, e fa vedere a noi semplici mortali, mulini a vento nei prepotenti giganti che seminano il male sulla terra. Quei mulini macinavano pane, e di questo pane mangiavano gli uomini induriti nella cecità. Oggi non ci appaiono più come mulini, ma come locomotrici, turbine, piroscafi a vapore, automobili […] mitragliatrici […] ma cospirano per il medesimo male. La paura, e solo la paura sanciopanzesca, ci ispira culto e venerazione per il vapore e l'elettricità […] ci fa cadere in ginocchio davanti ai prepotenti giganti della meccanica e della chimica, a implorare misericordia ".
Miguel de Unamuno - Riflessioni sul Don Chisciotte




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Vecchio 20-05-2008, 15.37.04   #109 (permalink)
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Constant si strofinò le mani. L'unica compagnia che gli rimaneva su Titano era quella che la sua mano destra poteva fare alla sua mano sinistra. "Mi manca" disse.
"Ti sei finalmente innamorato, a quanto vedo" disse Salo.
"Solo un anno terrestre fa" disse Constant. "Ci abbiamo messo tutto questo tempo per capire che uno scopo della vita umana, indipendentemente da chi la controlla, è amare chi cerca di essere amato".
Kurt Vonnegut, Le sirene di Titano

"Il sesso è come un quadro di Picasso: devi essere speciale per amarlo." Mario
"È vero che avere un figlio ti cambia la vita. Sì, ma in meglio." Sempre Mario
"Conosco ogni centimetro di questa cella. Questa cella conosce ogni centimetro di me. Tranne uno." A. Moore
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Vecchio 21-06-2008, 15.08.37   #110 (permalink)
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Citazione:
*** UN FRAMMENTO DI VERITA'***
Non possiedo una falce.
Indosso una veste nera con cappuccio
solo quando fa freddo.
Non ho quel viso da teschio che sembrate divertirvi ad
appiopparmi. Vuoi sapere qual è il mio vero aspetto?
Mentre proseguo il racconto, cerca uno specchio.
Markus Zusak, La bambina che salvava i libri

La grafia e l'impaginazione rispecchiano quelle originali del testo; il testo si adatta perfettamente al mio avatar.
Ciao, Death

"Il sesso è come un quadro di Picasso: devi essere speciale per amarlo." Mario
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Vecchio 06-07-2008, 09.21.27   #111 (permalink)
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Quanti nomi ha avuto? E quante vite?
Nasce Nguyen Sinh Cung, nella provincia di Nghe Tinh, Vietnam centrale, Indocina francese. E'
l'anno 1890.
La sua è una terra arida, povera e sovrappopolata, in balìa di tempeste e tifoni. Sui suoi abitanti
circola una storiella, quella del "pesce di legno": quando un uomo dello Nghe Tinh si mette in
viaggio per cercare lavoro, porta con sé un pesce finto. Nelle locande può permettersi appena una
ciotola di riso e una scodella di salsa nuoc-mam, e per non sembrare troppo povero infila il pesce
nel condimento. Inoltre, il legno si impregna di salamoia, e durante la marcia lo si può succhiare
per placare la fame.
Il padre di Cung, Nguyen Sinh Huy, è una strana figura di scapigliato indocinese: fa innumerevoli
mestieri, dal guardiano di bufali al garzone di fattoria, finché non supera un concorso e diventa
maestro di scuola. Nel 1905 diventa segretario al ministero dei riti, al palazzo imperiale di Hué.
Più tardi viene promosso a sottoprefetto di Binh Khe, ma odia entrambi gli incarichi. E' frequente
sentirlo inveire contro i Mandarini. Ostenta un tale disprezzo per la classe dei notabili che i
francesi decidono di destituirlo.
Trascorrerà il resto della vita vagabondando per l'Indocina, tornerà a fare il supplente, ma
s'improvviserà anche medico e scrivano pubblico. Un uomo libero e rispettato. In tarda età, gli
amici più giovani lo chiameranno "Zio". Morirà nel 1930, in una pagoda della Cocincina
occidentale.
Ci sono cose che passano di padre in figlio come per un magico travaso. L'uomo dai mille nomi
eredita il carisma, la propensione alla vita errabonda, l'odio per colonialisti e collaborazionisti e,
non ultimo, un soprannome.
Al compimento del decimo anno, Huy ribattezza il proprio figlio "Nguyen Tat Thanh". E'
un'usanza comune, in Vietnam.
Thanh compie gli studi in un clima di rancore e tensione: sono gli anni delle corvées obbligatorie,
gli uomini vengono prelevati a forza dai villaggi per lavorare alla strada Hué-Vinh. Molti
disertano, la sua famiglia ne nasconde parecchi. Sono anche anni di rivolte nazionaliste represse
nel sangue.
A ventun anni Thanh è a Saigon, dove s'imbarca come fuochista e cuciniere su una nave da carico
francese, la Latouche Tréville. Dice di chiamarsi "Van Ba". Nei due anni di servizio, fa scalo a
Orano, Dakar, Diego Suarez, Porto Said, Alessandria… In tutte queste città, i colonialisti si
comportano come in Indocina. Per la prima volta, Ba percepisce i limiti del nazionalismo e la
"dimensione globale" (si direbbe oggi) del problema.
Nel 1913 fa scalo a San Francisco, poi a Boston. A Brooklyn si ferma per quasi un anno. Constata
che agli immigrati cinesi di Harlem, con cui discute in cantonese, sono garantiti gli stessi diritti
degli altri cittadini americani. Fino alla morte, proverà un sentimento ambivalente nei confronti
degli States, paese di grandi tradizioni democratiche eppure potenza militarista e imperialista.
Alla vigilia della prima guerra mondiale è a Le Havre, dove abbandona per sempre la vita
marittima. Perde un po' di tempo bighellonando e facendo il giardiniere, poi attraversa la Manica
e si stabilisce a Londra.
Nella nebbiosa metropoli in cui fu esule Marx, Thanh frequenta socialisti e nazionalisti irlandesi.
Aderisce al Lao Dong Hoi Ngai ("lavoratori d'oltremare"), un'organizzazione clandestina di
radicali asiatici. Fa lo spalaneve, poi lo sguattero, infine l'aiuto-cuoco all'Hotel Carlton. Lo chef, il
grande Georges Auguste Escoffier, lo promuove al rango di pasticcere.
Presto si accorge che se rimane a Londra non può far niente per il proprio paese. Deve entrare nel
ventre della bestia, dove vivono più di centomila immigrati vietnamiti.
Nel 1917, pochi giorni prima della Rivoluzione d'Ottobre, il figlio dell'ex-guardiano di bufali
arriva a Parigi col nome di Nguyen Ai Quoc ("Nguyen il patriota").
La sua vita sta per cambiare per sempre. Lavorando come ritoccatore di fotografie campa a stento,
ma che importa? Si trova nella Parigi dei dadaisti, capitale culturale dell'occidente, dove va
scoprendo le tradizioni umaniste, socialiste e rivoluzionarie del popolo che credeva suo nemico.
Dunque i francesi non sono tutti capetti e gendarmi! Legge i libri di Hugo e Zola, frequenta
socialisti e radicali, diventa amico del futuro premier Léon Blum.
Nel 1920 nasce il Partito Comunista Francese: Quoc vi aderisce. Ha intuìto che dall'Unione
Sovietica va partendo un'onda sismica, quella che in poco più di quarant'anni travolgerà gli imperi
coloniali.
Su L'Humanité del 28 dicembre 1920, compare la fotografia di un orientale glabro e spettinato,
costretto in un abito scuro, garrotato dal nodo della cravatta su un colletto troppo inamidato. E'
una scena del congresso di Tours, dove si è consumata la scissione tra socialisti e comunisti.
Quoc è l'unico in piedi. Intorno a lui tutti, ma proprio tutti, hanno barba e baffi. Come per
schernire l'uomo dai molti nomi, il giornale lo chiama "Nguyen Ai Quai"! Il resoconto
stenografico del congresso lo indica semplicemente come "il delegato dall'Indocina".
Nei sei anni che trascorre a Parigi, Quoc diventa un formidabile libellista e propagandista. Scrive
per L'Humanité (quotidiano del PCF) e con altri comunisti d'origine asiatica e africana pubblica il
mensile Le Paria - Tribune du prolétariat colonial.
I suoi aforismi e paradossi fulminano il lettore: «La figura della giustizia ha avuto un viaggio
tanto difficile dalla Francia all'Indocina che ha perso tutto ad eccezione della spada.»
Ovviamente, Le Paria attira l'attenzione della polizia, più precisamente dell'ispettore Louis
Arnoux, dell'appena istituito servizio di vigilanza degli immigrati indocinesi. Quando i due si
incontrano in un piccolo caffè vicino all'Opéra, Nguyen Ai Quoc è già una figura semimitologica,
sfuggente: il suo nome è sulle labbra di tutti gli immigrati dalle colonie. Arnoux, che
nutre una profonda ammirazione per quel trentenne magro dai modi gentili, chiede al ministro
delle colonie Albert Sarraut di concedergli un'udienza. Sarraut si rifiuta e si dice convinto che
Nguyen Ai Quoc non esista.
«Negli anni 1926, 1927, le imprese di Nguyen Ai Quoc, che passavano da bocca a orecchio,
costituivano per la nostra avida giovinezza i più bei soggetti di esaltazione […] Alcuni amici
parlavano con un entusiasmo senza limiti del nostro eroe che stampava a Parigi il giornale ‘Le
Paria' e viveva una vita disseminata di tranelli in qualche altro paese straniero. »
Questo scriverà il generale Vo Nguyen Giap, comandante-in-capo delle forze rivoluzionarie
vietnamite. Negli anni a cui si riferisce, il suo eroe si trova tra Cina e Unione Sovietica. Arriva a
Mosca alla fine del 1923. Sono le ultime settimane di vita di Lenin. Qui incontra Stalin, Trotzkij,
Bukharin, Radek, Zinoviev, Dimitrov, Thälmann... A tutti rimprovera scarsa sensibilità per i
problemi delle colonie, e in particolare del sud-est asiatico. Si fa chiamare Linh, l'ennesimo
pseudonimo.
Linh
1° Parte

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Vecchio 06-07-2008, 09.25.25   #112 (permalink)
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Linh ha il suo momento di gloria partecipando al quinto congresso dell'Internazionale Comunista
(giugno-luglio 1924). E' forse l'ultima volta in cui il "Komintern" ha piena libertà di opinione. Lo
stalinismo è dietro l'angolo, ma i delegati non possono saperlo e discutono del futuro con
passione.
Nei suoi due interventi, Linh è molto polemico col suo stesso partito, il PCF, che "non fa
assolutamente niente in campo coloniale" e il cui organo ufficiale presta maggiore attenzione alle
imprese sportive che a denunciare le condizioni dei contadini nelle colonie. Dopo alcune stoccate
sarcastiche, cifre alla mano, lancia accuse contro l'espropriazione dei contadini e la complicità dei
missionari cattolici con gli imperialisti. Conclude dando per "imminente" la sollevazione delle
masse rurali nelle colonie, a cui "mancano solo l'organizzazione e i dirigenti". E' compito
dell'Internazionale Comunista fornire loro l'una e gli altri.
Un discorso di impressionante lungimiranza: manca ancora un quarto di secolo alla vittoria di
Mao Zedong in Cina, e sono lontanissimi i discorsi sulle "campagne del mondo" che devono
"accerchiare le città". Forse proprio grazie a questo intervento, alla fine dell'anno lo mandano in
Cina come interprete e segretario personale di Mikhail Borodin, consigliere sovietico del leader
nazionalista Chiang Kai Shek, il cui Guomindang ("Partito Nazionale") è ancora alleato dei
comunisti nella guerra contro i signori feudali.
Nel gennaio 1925 Linh arriva a Canton col nuovo nome di "Ly Thui". Fa anche il corrispondente
per un'agenzia di stampa sovietica. I suoi dispacci sono firmati "Lou Rosta".
A Canton vivono molti esuli politici vietnamiti, alcuni molto giovani e affascinati da metodi
terroristici. Pochi mesi prima dell'arrivo di Ly Thui, un giovane rivoluzionario ha attentato alla
vita del governatore generale dell'Indocina, in visita diplomatica a Canton, scagliando una bomba
contro la sua auto. L'uomo dai mille nomi contatta questi cospiratori, tiene loro corsi di marxismo
e inizia a pubblicare il giornale Thanh Nien ("Gioventù rivoluzionaria").
E' forse il primo, vero passo verso la fondazione del Partito Comunista Indocinese.
Ma la gamba che lo ha compiuto inciampa nel tradimento: è la primavera del 1927 quando Chiang
Kai Shek rompe l'alleanza coi comunisti e soffoca nel sangue lo sciopero generale di Shanghai.
Ly Thui si precipita a Mosca, ma il Komintern non ha grossi incarichi da affidargli. Trascorre un
anno girando per l'Europa, lo avvistano a Berlino, in Svizzera, addirittura in Italia. Rimette anche
piede a Parigi col nome di "Duong".
Alla fine del 1928, l'uomo dai mille nomi si trova a Bangkok. Ha la testa rasata e veste la tunica
gialla dei monaci buddisti. Fa proselitismo tra i bonzi con una sintesi di buddismo e nazionalismo
pan-asiatico. Nei templi diffonde una visione del mondo dialettica, una totalità armoniosa che
rigetta un solo corpo estraneo: il potere colonialista. Forse risale a questa spinta l'effetto-valanga
dell'opposizione buddista ai governi-fantoccio dell'area, che avrà il suo più alto momento
simbolico nel 1963, coi roghi di monaci a Saigon.
Qualche mese più tardi, nelle province nordorientali del Siam, si sente parlare di un certo "padre
Chin", un comunista vietnamita che si spaccia per monaco proveniente dalla Cina. Padre Chin
contatta la comunità degli espatriati vietnamiti e riprende i fili della cospirazione.
A partire dal 1929 il Vietnam è scosso da scioperi operai, insurrezioni, repressione. L'aviazione
francese arriva a bombardare interi villaggi. L'uomo dai mille nomi capisce che è tempo di
fondare un partito comunista unitario, riconciliando i diversi gruppi marxisti clandestini. Il Partito
Comunista Indocinese viene fondato sugli spalti di uno stadio di calcio a Hong Kong, durante
una partita. E' il febbraio 1930. L'uomo dai mille nomi resta nella colonia britannica col nome di
"Tong Van So".
Nel 1932 la polizia di Hong Kong arresta "il noto agitatore Nguyen Ai Quoc". A segnalarne la
presenza in città sono stati i servizi segreti francesi nella persona di Louis Arnoux, l'uomo che da
anni ne segue le tracce e un giorno si sentì dire che aveva parlato a un fantasma.
Un avvocato locale ottiene il rilascio su cauzione. Quoc fugge in Cina e fa diffondere la notizia
della propria morte per tubercolosi. L'annuncio viene dato dalla stampa sovietica e ripreso dai
giornali francesi. Le autorità francesi chiudono la pratica per decesso del sorvegliato. A Mosca gli
studenti indocinesi tengono una veglia funebre.
Per buona parte degli anni Trenta l'uomo che danno per morto vaga tra URSS e Cina, usando tutti
i mezzi di locomozione immaginabili. Si dice che abbia relazioni con donne russe e cinesi, ma il
suo chiodo fisso rimane l'indipendenza del Vietnam.
I viaggi di questi anni intaccano la sua salute: i polmoni perforati dalla tisi, l'intestino squassato da una dissenteria amebica, il corpo tremante a causa della malaria.
Nel 1939 la repressione decapita il Partito Comunista Indocinese. I dirigenti, tra cui Vo Nguyen
Giap e Pham Van Dong, devono riparare in Cina, dove la pressione popolare ha costretto Chiang
Kai Shek a una nuova alleanza coi comunisti.
Scrive Giap: «Si era in giugno, il mese della piena estate a Kunming. [Un compagno] mi invitò a
una passeggiata verso il lago di Thun Ho […] Noi camminavamo a passi lenti lungo la riva,
quando un uomo d'età matura, vestito all'europea, con un cappello di feltro grigio si avvicinò a
noi. [Il compagno] fece le presentazioni: "Il compagno Vuong.". Era lui, Nguyen Ai Quoc.
Confrontandolo con la famosa fotografia di vent'anni prima, mi sembrò più vivace, più all'erta,
benché sempre così magro. S'era lasciato crescere la barba […] Un dettaglio mi colpì, e non l'ho
mai dimenticato: parlava con l'accento del Vietnam centrale. Non avrei mai creduto che potesse
conservare tale accento dopo una così lunga assenza. »
Nel 1940 i tedeschi occupano la Francia. I loro alleati giapponesi fanno lo stesso con l'Indocina.
Non solo: spazzano via gli inglesi dalla Malesia e gli olandesi dall'Indonesia. Annientano le forze
statunitensi nelle Filippine. Una potenza asiatica travolge i colonialisti occidentali.
L'uomo che danno per morto evita l'errore ideologico di molti nazionalisti dell'area, e si guarda
bene dall'appoggiare i giapponesi, che sono sì asiatici ma pur sempre fascisti: guarda invece con
attenzione agli Alleati, che nell'estate del 1941 sottoscrivono la Carta Atlantica, con l'impegno di
"ristabilire i diritti sovrani e l'autogoverno dei popoli che ne sono stati privati con la forza".
E' ovvio che Churchill e Roosevelt si riferiscono solo ai popoli bianchi d'Europa, ma è comunque
una pezza d'appoggio.
Nel frattempo, spacciandosi per il giornalista cinese Ho Quang, l'uomo che danno per morto
rientra in Vietnam dopo trent'anni di assenza. Chissà se pensa a quel giorno del 1911, il porto di
Saigon che s'allontana, e il cuoco della Latouche Tréville che lo mette a pelare patate.
Si ferma a Pac Bo, nella regione Nung, a ridosso della frontiera con la Cina, dove i comunisti
hanno deciso di fare base. Ci sono anche Giap e Pham Van Dong. Tutti vivono in capanne e
caverne. L'ex-pasticcere del Carlton ne sceglie una scavata in una montagna di roccia calcarea.
Proprio di fronte, scorre un ruscello. Ribattezza la montagna "Karl Marx" e il ruscello "Lenin".
Per un anno indosserà l'abito azzurro dei montanari Nung, lavorando senza sosta alla propagandaanti-giapponese e anti-colonialista.
2° Parte

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Vecchio 06-07-2008, 09.33.46   #113 (permalink)
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Su queste montagne nasce la Lega per l'Indipendenza del Vietnam, con lo scopo di riunire
"patrioti di tutte le età e di tutte le classi: contadini, operai, commercianti e soldati."
Il nome originale è: "Viet Nam Doc Lap Dong Minh".
Passerà alla storia col nome abbreviato di Vietminh.
Nel luglio del 1942 l'uomo che danno per morto decide di tornare in Cina, per ottenere l'appoggio
di Chiang Kai Shek contro gli invasori giapponesi, e per riallacciare i legami col partito
comunista cinese e, attraverso di esso, con Mosca.
Appena varca la frontiera, lo arrestano insieme alla sua guida. Seguono tredici mesi di durissima
prigionia, con marce forzate da un carcere all'altro, quaranta-cinquanta chilometri al giorno con le
catene ai piedi, tormentato dalla scabbia, nello stomaco solo una manciata di riso. Nelle pause
scrive un diario in versi, in tutto un centinaio di poemetti nel mandarino classico dell'epoca Tang
(VI-IX sec. d.C.): «Le guardie mi trascinavano / portando in spalla un maiale. / Il maiale si
porta, / l'uomo si tira al guinzaglio. »
Nel frattempo i compagni lo credono morto. Una morte dentro l'altra.
Giap: «Qualche mese dopo, ricevemmo un giornale spedito dalla Cina. Sulla fascia, i caratteri
d'una scrittura che conoscevamo bene: "Ai miei cari amici. Buona salute e coraggio nel lavoro.
Sono in buona salute." Seguivano questi pochi versi:
"Le nubi abbracciano i monti, / i monti stringono le nubi. / Come uno specchio / che nulla offusca,
/ il fiume scorre con acqua limpida. / Sulla cresta dei monti / vento dell'ovest. / Io vado solo / col
cuore che palpita. / Scrutando il cielo lontano / penso ai miei compagni."
Eravamo ebbri di gioia, ma non per questo meno sbalorditi. Ci guardavamo in volto, ci
chiedevamo l'un l'altro: "Che vuol dire? Com'è possibile?" e assillavamo di domande il compagno
Cap, che ci aveva portato la triste notizia. "Non ci capisco niente nemmeno io", ci rispose lui. "Il
governatore cinese mi aveva detto testualmente che era morto." "Cerca di ricordare esattamente
quel che ti ha detto."
Cap ripeté le parole precise del governatore e tutto ci divenne chiaro. Il nostro compagno aveva
confuso gli accenti tonici e aveva scambiato le parole "Chu leu, chu leu" (bene, bene) per "su leu,
su leu" (già morto, già morto).
Ma quali lunghi mesi d'angoscia e di dolore ci aveva causato quel maledetto equivoco!»
Alla fine del 1943, uscito di galera, l'uomo scampato all'inferno adotta un nome cinese.
E' l'ultimo nome della sua vita. Quello con cui lo conosceranno in tutto il mondo.
Significa "portatore di luce".
Quando, nel 1945, un ufficiale del servizio informazioni di Cao Bang telegraferà a Parigi che il
"portatore di luce" altri non è che il famigerato Nguyen Ai Quoc, un funzionario di rue Oudinot
s'affretterà a rispondere: «Chi è quel pazzo che ci manda una simile informazione? Lo sanno tutti
che Nguyen Ai Quoc è morto a Hong Kong tra il 1931 e il 1935!»
Uno spettro.
Ho Chi Minh.

Avete provato a vivere senza miti? Non sono forse peggiori i
risvegli, più dure le giornate di lavoro, più triste l'amore, più
prevedibile il futuro?
PACO IGNACIO TAIBO II
Wu Ming "Asce di Guerra"


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Vecchio 15-07-2008, 18.14.59   #114 (permalink)
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Ogni libro, ogni volume che vedi possiede un’anima, l’anima di chi lo ha scritto e l’anima di coloro che lo hanno letto, di chi ha vissuto e di chi ha sognato grazie ad esso. Ogni volta che un libro cambia proprietario, ogni volta che un nuovo sguardo ne sfiora le pagine, il suo spirito acquista forza.
Carlos Ruiz Zafon, L’ombra del vento

"Il sesso è come un quadro di Picasso: devi essere speciale per amarlo." Mario
"È vero che avere un figlio ti cambia la vita. Sì, ma in meglio." Sempre Mario
"Conosco ogni centimetro di questa cella. Questa cella conosce ogni centimetro di me. Tranne uno." A. Moore
"Se leggere non è il tuo forte fanne il tuo debole." Corvorosso.it
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Vecchio 16-07-2008, 19.18.00   #115 (permalink)
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Bob. Teo. Eroi dimenticati, o piuttosto che hanno scelto di farsi dimenticare. Forse l'una e l'altra
cosa insieme. Protagonisti per un momento, un momento cruciale, quando si trattava di vivere o
morire, e dopo sempre più fuori ruolo, incapaci di adattarsi. Alle direttive del Partito Nuovo,
come al ritorno alla vita "normale". Hanno continuato a combattere, ognuno a modo suo: la fuga
oltre cortina e una misteriosa permanenza in Cecoslovacchia per Teo, la testa delle manifestazioni
per Bob.
Ma poi? Poi arrivano gli anni Cinquanta, crinale difficile: scioperi e battaglie sociali combattute
di strada in strada, da un lato, normalizzazione e sangue freddo imposti dal partito, dall'altro. E il
boom economico dietro l'angolo, che avrebbe accomodato le borse e le coscienze.
Negli anni Cinquanta chi aveva l'istruzione o anche solo la voglia di trovare un proprio posto
dentro le organizzazioni della sinistra democratica non ha avuto problemi ad essere accontentato.
C'era bisogno di gente in gamba, giovani svegli e temprati dalla lotta. Gente come Mirco e come
Sole.
Quelli come Teo e Bob si sono fatti da parte, senza chiedere niente a nessuno. Questione di
carattere e stile di vita, forse, prima che politica, perché comunisti lo sono sempre rimasti, fino
alla fine. Per Bob si è dipanato il bandolo di un'esistenza post-eroica che nessuno potrebbe
invidiare: un lento spegnimento, sputando sangue nel fazzoletto. Per Teo il tentativo di costruirsi
una vita privata, in disparte, una moglie da amare. Forse Teo un proprio angolo l'aveva trovato,
qualcosa che lo riconciliasse con la delusione della rivoluzione mancata e l'avanzare dei tempi
nuovi. Resta comunque un personaggio sfuggente, a tratti oscuro.
Il mito della Resistenza acclude quelli come Bob e Teo nell'agiografia leggendaria, ma non ne
segue i percorsi negli anni a venire.
Contadini e operai che scelsero di riscattare vent'anni di sudditanza e - come santi su un
calendario laico - finirono col fornire la sponda a tutti quelli che non si erano mai ribellati.
Dopodiché sono tornati alla vita di prima, mandando giù il rospo, lasciandosi la prospettiva del
grande cambiamento sociale alle spalle. Sono tornati ad essere operai e contadini.
Ripenso ai libri di Calvino e di Fenoglio letti tanti anni fa, a scuola. Tra i pochi che hanno saputo
rendere la portata del trauma vissuto da molti. Il ritorno "a casa". Che in buona parte è metafora
del ritorno dell'Italia a se stessa, alla storia gattopardesca di sempre, storia di pagine voltate, ma
talmente trasparenti da lasciare intravedere quello che c'è sotto, ancora tutto qui, ancora
merdosamente "nostro". La giustificata voglia di dimenticare il peggio porta con sé la rimozione
dell'orrore: i vent'anni di fascismo che stanno dietro, ma anche i fascisti reintegrati nella vita
pubblica, nella politica, uno stato spudoratamente "etico", la stessa cultura giuridica, i comunisti
perseguitati, ostracizzati, i carabinieri, la Celere di Scelba. I "favolosi" anni Cinquanta.
E se lo stato non è cambiato, è comunque riuscito ad appropriarsi del mito popolare partigiano, a
farne pilastro portante di una rifondazione più apparente che reale, con una soluzione di
continuità troppo scarsa rispetto al passato. Quando la mitologia popolare diventa Mitologia di
Stato è già spacciata. Smette di essere patrimonio collettivo e diventa materia per omelie
istituzionali, diventa Memoria: una triste religione laica, amministrata dai sacerdoti di turno. E'
così che dietro al "Mai più!" proclamato dai palchi e dalle tribune, si nasconde la coazione a
ripetere, la possibilità che tutto torni nelle forme nuove e assai più moderne, "democratiche", del
presente che ci viene consegnato.
Per capire qualcosa occorre sbriciolare il mito come ci è stato tramandato e scavare fuori dalle
149
macerie le storie vive. Quelle che nessuno ha raccontato. Le asce da disseppellire. Come quella di
Teo e Bob, come quella del vietcong romagnolo.
Combattenti di un'altra epoca. Sembrano passati secoli e invece alcuni di loro sono ancora tra noi,
disposti a raccontarci quella storia.
Una storia che si è voluta "ripulire", per renderla inoffensiva. Per ricoprire la rabbia e la
frustrazione di tanti, con le medaglie e gli encomi. Scelte schiacciate tra le calunnie di chi è
rimasto a guardare, e la prosopopea delle istituzioni che da quel coraggio hanno tratto ragione di
essere.
Banditi e razziatori per gli uni, eroi senza macchia per gli altri. Purché le contraddizioni reali
rimanessero fuori dalla porta.
E allora questa è la vicenda di una rimozione collettiva, di un crimine consumato con le fanfare e
le corone d'alloro.
Chi aveva accettato per vent'anni le condizioni del regime, ha scelto di osannare chi lo contrastò e
di incolonnarsi dietro quell'icona, per negare a se stesso di non aver agito. Di non aver scelto mai.
E chi invece in nome del "sacrificio degli eroi" ha ottenuto la sua fetta di ragione, l'ha spesa come
meglio credeva, accettando di edulcorare il sacrificio stesso e farne un mito fondativo, ma senza
più anima, stigmatizzato e consegnato alla storia affinché ci si potesse dimenticare di tutto il
resto: della mancata epurazione come della rivoluzione che non è venuta. E forse anche di
vent'anni di fascismo.
Si volta pagina, passiamo oltre. Non è successo niente.
Come ha detto Giorgio? «Sono vicende terribili. Ma, cosa volete, sono stati anni duri, violenti.»
Ma già, c'era il fascismo, c'era la guerra… erano altri tempi.
Mi tornano in mente le parole etiliche di Vasquez: «Quanto indietro sei disposto ad andare? C'è
l'abisso, dietro. Se ti giri ti vengono le vertigini. Quanto indietro?»
Poi penso a Said, a Kadisha e a Nidal. Penso al girone infernale di Trapani.
«Ma che c'entra? Sono leggi europee, il trattato di Schengen…»
Già, che c'entra? Non c'entra mai. Non ci sono scelte da fare, né dignità da difendere.
Non la propria, tanto meno quella degli altri.
Le fondamenta scricchiolano. La puzza di marcio si spande ovunque. Il brusio di sottofondo
diventa frastornante.
E così la merda ricomincia da capo.

Wu Ming Asce di Guerra


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Vecchio 17-07-2008, 19.00.00   #116 (permalink)
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I giornali di questa mattina dedicano intere pagine al venticinquennale della fine della guerra in
Vietnam. Un quarto di secolo fa cadeva Saigon, ultimo baluardo dell'occupazione americana.
Oggi si chiama Ho Chi Minh City: la tv trasmette le immagini della parata celebrativa per le
strade della città, sotto lo sguardo serafico del generale Vo Nguyen Giap, 86 anni, in alta
uniforme.
Poi risaie e miseria a perdita d'occhio.
Il commento è più o meno lo stesso per tutti i servizi, squallido mix di cattiva coscienza e
autoconsolazione: «Vedete? L'Occidente ha sbagliato a fare quella guerra, però non è che senza di
noi se la passino tanto meglio.»
Interessante l'acume di certi commentatori.
Le potenze occidentali colonizzano l'Indocina e impongono i propri regimi nella regione per oltre
un secolo; per trent'anni sottopongono l'area a una guerra perpetua; mettono in piedi i più
impresentabili governi fantoccio; armano qualsiasi tribù sia disposta a sgozzare e stuprare per un
sorso di whisky; arruolano eserciti di bambini e cancellano intere generazioni.
E alla fine? Tutto quello che riescono a dire è: «Abbiamo sbagliato, ma anche dopo che ce ne
siamo andati le cose non sono migliorate…»
Complimenti davvero.
La prima cosa che ti viene in mente se pensi alla guerra del Vietnam sono i Marines che urlano
nella giungla e gli anni Sessanta.
Se metti un po' più a fuoco appaiono i nomi esotici: Dien Bien Phu, Saigon, delta del Mekong; poi
i libri di strategia militare del generale Giap, gli slogan di Ho Chi Minh e di Che Guevara, le
manifestazioni nelle università americane, il '68.
La sequenza più famosa: una bambina nuda, sì e no dieci anni, con la pelle ustionata dal napalm,
corre incontro alla telecamera e ai soldati in tuta verde, senza più lacrime da piangere, mentre alle
sue spalle sale il fungo nero di un'esplosione.
E alla fine ti accorgi che le immagini di repertorio, ammesso che potessero rendere anche solo
un'idea vaga di quella guerra, hanno lasciato il posto alle sequenze di Apocalypse now, Il
Cacciatore, Platoon, e di seguito tutta la serie. Il punto di vista degli americani pacifisti e
disillusi. Gente come Coppola, Cimino e Stone, appunto.
Invece sai che la guerra anti-imperialista in quell'angolo di mondo esplode almeno dieci anni
prima dell'arrivo dei primi aviotrasportati dagli USA.
Quella del Vietnam è la storia che ci ha raccontato Hollywood negli anni a seguire. La storia della
più grande débacle strategica e militare del secolo.
La storia degli americani.
Se si esclude il capolavoro di Francis Ford Coppola (che ha una base letteraria di tutto rispetto),
non mi sono mai piaciuti i film sul Vietnam. Perché non sono film sul Vietnam, anche se li
chiamano così. Sono film sul dramma dei "bravi ragazzi americani" spediti a difendere una causa
in cui non credeva nessuno e a fare una guerra che hanno perso.
E' proprio questo il punto, mentre scorrono i titoli di coda ti sale sempre la stessa sensazione: se
avessero vinto loro, nessuno avrebbe fatto film sull'orrore di quel conflitto. Ma hanno perso, e
con ignominia, ergo quella guerra era sbagliata. Ergo Oliver Stone può fare tutti i film che gli
pare.
Non esistono film che raccontino il conflitto dall'altra parte. Ragazzini adolescenti che
combattevano per liberare il loro paese dall'imperialismo yankee. Il Vietnam esiste solo perché gli
americani ci hanno perso una guerra. L'unica guerra che abbiano mai perso.
Nel grande racconto hollywoodiano ci sono soltanto due ruoli: i "cattivi", cioè i capi che stanno
dietro, i politici, i generali; e i "buoni", le vittime, i giovani americani precettati con la testa piena
di propaganda.
La verità è che hanno perso, e il fatto che i calcoli militari si siano rivelati errati e le menzogne dei
politici siano risultate tali è la conseguenza di quella sconfitta, non la causa.
I vinti si rifanno della sconfitta narrandola come propria, non come vittoria altrui. Anzi gli altri, i
nemici devono essere de-identificati e resi evanescenti. Così si sottraggono a un paese distrutto
ma vittorioso le spoglie dei propri morti e il blasone dei nemici battuti sul campo.
Nei film hollywoodiani il "nemico" non c'è, è uno spettro, una proiezione dell'immaginario
collettivo.
I giovani vietcong torturati? Le donne stuprate? E i bambini che raccoglievano le bambole
bomba, che non uccidono, ma provocano mutilazioni perpetue?
No. Solo film sulla crisi da "rientro", sui reduci disadattati, per sventare la rimozione di una
pagina ingloriosa della storia americana che si sarebbe voluta dimenticare. Intento ammirevole,
come no. Ma sempre solo storia americana. Quei film sono una sorta di introspezione
sull'infrangersi definitivo del sogno americano.
Il Vietnam non c'è. Non esiste. E' un luogo onirico, di incubi feroci, come una parte oscura della
mente collettiva; e i vietcong sono fantasmi informi annidati nella boscaglia, non compaiono mai.
Sono gli spettri della cattiva coscienza imperialista.
Eppure era gente in carne ed ossa. Morti a centinaia di migliaia, a milioni, nel corso di tre decenni
Wu Ming Asce di Guerra

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Vecchio 21-07-2008, 23.07.57   #117 (permalink)
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A Parigi, stamane, il sole va e viene, grandi occhi azzurri si aprono e si chiudono su nel cielo, le foglie degli alberi sembrano di vetro, un mare di tetti celesti brilla come in una cartolina lontana, la cartolina che tutti abbiamo ricevuto da luoghi di vacanze.

Mi domandavo per quale motivo Parigi non è una città di vacanze, intendo vacanze d'estate, e ieri sera, stamane, il treno che viene dall'Italia non caricò che me e uno studente diretto a Le Havre, e perché il cuore dello studente era così pieno di amaro risentimento, di una così eloquente diffidenza verso Parigi e la Francia in genere. In verità, se ci penso, mi sembra di capire: lo studente andava a Le Havre, per imbarcarsi, andava a New York, dove aveva trovato un lavoro, e si capiva che non aveva ancora accettato nel suo inconscio di dover andare a New York piuttosto che a Parigi. Perché New York e non Parigi? Perché l'avvenire, oggi, è più a New York che a Parigi? - sembrava si domandasse, e, alla risposta che era così perché il tempo passa, non si poteva certo rassegnare.

Di tutto quanto mi ha detto, questa notte, mentre la pioggia picchiava sui vetri, e passavano lumi - Domodossola! Losanna! - e il treno dondolava entro montagne pallide, dondolava e fuggiva, porto un'impressione di freddo, di panico, ch'è quella che mi accompagna ancora adesso, mentre guardo Parigi.


Ma forse, questa non è Parigi, è appena la Francia, oppure io sono molto stanca. Se non avessi incontrato questo studente, se avessi fatto il viaggio da sola, io sola in uno scompartimento, e il macchinista all'estremità remota del treno, certo starei meglio. Ma c'era lo studente, e non taceva un momento, la notte, e poi l'alba, e ancora parlava della Francia, di quanto sia sgradevole e vuota la Francia, e intanto la Francia veniva avanti, e pareva ci ascoltasse, e un pallore tenuissimo copriva il suo cupo volto.
Chi non l'ha vista, chi ci viene la prima volta, sappia che la Francia, all'alba, s'accosta ai treni che marciano verso Parigi, e offre di contrabbando, avvolto in un fazzoletto di nebbia, il suo cuore rosso e azzurro. Non sale nessuno, sul treno, a offrirvi caffè, tè, cioccolata, come in Italia, in Inghilterra, in Russia - potreste anche morire - ma la Francia in persona si accosta ai lunghi convogli coperti di fumo e di freddo, e offre il suo cuore rosso e azzurro. Non saprei in quale modo chiamare il verde delle sue foreste e il rosso dei suoi tetti, che sono verdi e rossi per modo di dire, sono soprattutto azzurri (rosse sono le finestre, all'alba); è forse il gesto, che lo suggerisce. L'avanzare, avvolta nel baracano dell'alba, di questa terra tutta morbida di prati, tutta misteriosa di foreste, tutta rilucente di acque, tutta aureolata di nuvole bianche.
Lo studente parlava, e la Francia era vicino, sui vetri del treno, con la sua fronte prima bianca di nuvole, poi turchina di cielo, poi dorata di nuvole (perché sorgeva il sole), poi dorata di boschi, poi grigia di acque, poi rosata di fieno, infine blu e nebbia, che sono i suoi grandi colori, per tutto il suo antico corpo. E a questo punto, quando in una luce vivissima apparve il sole, questa Idea, o Patria-di-Ieri, si allontanò, si confuse, e scorgemmo la periferia.
Una periferia come qualsiasi periferia di una città industriale del Nord, senza voci, con un dedalo di tettoie, binari, binari morti, comignoli, orti, vetrate di rame scintillante, muri spettrali, fumo, silenzio, cenere. Alla fine, mosche. E queste erano alla Gare de Lyon.
Lo studente sembrava fuori di sé. Credo fosse il sonno perduto, ma certo era anche qualche altra cosa. Alto, un po' gobbo, con gli occhi dolci-freddi dietro gli occhiali montati in tartaruga, sembrava volesse piangere. Per me, non era molto diverso: e perciò non parlammo più: si andava qua e là, per la stazione, in cerca di un telefono.


Che telefoni ce ne fossero solo tre, non l'avremmo sospettato. Pioveva dalle tettoie una luce torbida su una folla sciatta e silenziosa, in partenza o da poco in arrivo, su facce assorte, seminascoste da fazzoletti o berretti o semplicemente capelli, o da una mano, perché di gente intenta a leggere. E telefoni, niente. Mosche, giornali, un disumano e stinto caffè consumato a certi tavolini verdi, in mezzo a viaggiatori in attesa di chissaché, freddi, indifferenti, con gli occhi ai marciapiedi, alle mosche, ai giornali.


In una cabina, un giovane parlò oltre mezz'ora (era un giovane obeso) ansiosamente. In un'altra, una vecchietta con cappello di velo, e ombrello, non si mosse per altrettanto tempo.

Entrammo in un ufficio, barcollando, e facemmo presente il nostro caso: un telefono qualsiasi, con gettone o senza, da-pagarlo-qualsiasi-cosa.

A questo punto, nell'ufficio tappezzato di manifesti vivacemente colorati, con navi gialle che andavano su un mare blu, o treni che apparivano nelle pieghe di montagne nevose - e tutto invitava al viaggio, alla bellezza, alla fantasticheria - scattò un qualche meccanismo nascosto sotto il banco, e apparve il diavolo. Per dirla semplicemente, era un impiegatino francese, pallido, con le orecchie ancora più pallide, a punta, piantate orizzontalmente ai lati del viso, il che gli conferiva quell'aria metafisica, e sentenziò che Parigi era piena di telefoni, mentre lui era pieno di cose da fare, e cercassimo di adoperare la nostra intelligenza. E il modo, e il gesto che fece indicando l'uscita, e il palpito delle orecchie, e il freddo degli occhi, erano così straordinari, sotto quelle navi e quella pubblicità romantica, che credemmo di sognare, e di nuovo tornammo verso la luce torbida delle tettoie, a cercare un altro caffè.

Ragionammo un poco, come possono ragionare uno studente disperato e un viaggiatore casuale, tutti e due pieni di sonno e di angoscia, e la conclusione fu che dovevamo assolutamente raggiungere l'unico luogo noto a uno di noi, e questo luogo era un alberguccio ai piedi di Montmartre, supponendo, come mi pareva di poter supporre, che Montmartre fosse una collina. Là, conoscevo il padrone (lo avevo conosciuto in Italia qualche anno prima), un ometto in tutto e per tutto simile a un funzionario delle pompe funebri, e pure, in qualche modo, rassicurante,


Sarebbe stato ragionevole prendere una macchina, ma lo studente, uscito dallo stato di eccitazione, e caduto in una specie di sbalordimento, sembrava ancora più inasprito che nel corso della notte, e deciso a non regalare a Parigi un franco più dell'indispensabile. O che volesse portare il suo tesoro, intatto, a Le Havre, o che odiasse irrimediabilmente Parigi, o preferisse non vederla affatto, infilò le scale del métro, e dovetti seguirlo. E così se ne passò dell'altro tempo correndo sotto Parigi, invece che sopra, in una luce bianca di mattonelle, in un odore dolciastro di disinfettante, tra i poveri diavoli che si servono di questo mezzo, in questa ragione. E colpiva il comportamento, e non so che estatica disattenzione, di tutti quei volti, quegli occhi intensi, alcuni dei quali non si alzavano mai dal giornale, sul libro, sembravano seguire un discorso interno. E se per caso incontravano le nostre figure, subito spostavano lo sguardo, educatamente, ma anche sconsolatamente. Come la gente vecchia, cui tutto dà noia.


E, infine, Montmartre. E qui passa un'altra ora per avere la stanza, e quando infine posso cominciare a scrivere queste note, è mezzogiorno, e bisogna andare a mangiare. E, a un tratto, mi accorgo che lo studente, in sala, non c'è più. Poi lo vedo di spalle, sul marciapiede, che guarda intorno con un che di folle. Due passi, e sono anch'io fuori, e anch'io devo avere qualcosa di matto: è che questa non è una città: questo è un balletto, una stregoneria, un sogno.


Ma non è un sogno di oggi: è la somma di tutti i sogni della nostra infanzia.
Parigi! Ecco Parigi!


Il mormorio di Parigi
di Anna Maria Ortese




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Vecchio 28-07-2008, 10.21.35   #118 (permalink)
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Sulle panchine ci si siede per leggere. È una vista così consueta – quella di un lettore o di una lettrice, con un giornale o un libro in mano – che da sola riempie una panchina. Anch’io non ho mai cessato di farlo, e questo dall’infanzia.
Nel mio primo ricordo di lettore cosciente mi vedo su una panchina nel giardino sotto casa, separato dalla strada da un muretto e un’inferriata. La panchina era privata ma era una di quelle vere, arrotondate, a listelli verdi di legno, e restai lì disteso un pomeriggio intero con una pila alta come me di Tex Willer. Avevo imparato a leggere da poco, e quei fumetti appena scoperti (me li aveva prestati il figlio più grande di una vicina di casa) mi eccitavano come i western al cinema (anzi, perché non fanno film così belli? – mi chiedevo).

Il ricordo è quello di una sensazione intensa e piena – stare lì a leggere, fuori dal tempo e dal mondo, autosufficiente e appagato, con un tesoro inesauribile di vita secondaria, una vita di riserva piena di avventure. Leggere, ha detto una volta lo scrittore Peter Bichsel in una sua conferenza intitolata proprio La lettura, è optare felicemente per una «vita secondaria».
Quella sensazione di pienezza mi torna ogni volta che evado dalla realtà sprofondando in un romanzo, e nel dirlo uso molto seriamente la parola ‘evasione’. Ora, leggere un romanzo e stare seduti su una panchina sono attività molto simili, e il loro mix realizza forse il modello della vera vacanza. Vacanza vuol dire sospensione del tempo, e quindi del mondo reale. Vuol dire quindi, in altre parole, stare in panchina, che della secondarietà è un po’ l’emblema. Ma leggere è anche un atto anarchico, e solo il piacere spinge alla lettura, il piacere e il gusto di convivere senza timore e senza diversioni con la noia, quindi coi tempi morti, se non addirittura con l’idea stessa della morte. Leggere è un atto anarchico perché non ha né deve avere né capo né coda, nessuno scopo da raggiungere né servizio da eseguire. Uno scopo in sé, senz’altre finalità, come l’opera d’arte secondo Kant.
Forse ci si ricorderà del saggio famoso di Enzensberger sul leggere e sulla poesia. In Italia uscì su «Quaderni Piacentini», e si chiamava, credo, La poesia e la figlia del macellaio. Il poeta tedesco raccontava che nella sua solita macelleria, un giorno, il titolare lo trattò insolitamente male perché la figlia del macellaio, a scuola, aveva preso un brutto voto commentando una sua poesia, e il macellaio lo riteneva in qualche modo colpevole. Da questo aneddoto Enzensberger traeva un’appassionata apologia della lettura come atto libero in opposizione alle scuole, alle pedagogie e alle scienze letterarie che prosperano suggerendo metodi più o meno normativi di accesso ai testi letterari. Poneva l’accento sulla libertà della lettura, irriducibile a un senso e un valore preordinati, e riconducibile a una politica, come si diceva allora, «dell’esperienza». Leggere, concludeva il poeta, è un atto anarchico.
La lettura è un atto anarchico anche per il rapporto che stabilisce con la cosiddetta realtà. A parte lo straniamento che induce una lettura prolungata (al limite dell’incespicamento e dell’inettitudine), dice Peter Bichsel: «È incontestabile che la lettura cambi il rapporto con la realtà. Ma è anche risaputo che la nostra epoca considera ogni mutamento del rapporto con la realtà pericoloso per l’ordine costituito. Vengono definiti ‘realisti’ soltanto coloro che accettano l’esistente come dato di fatto, naturale, e che tutt’al più prendono atto
con un ‘purtroppo’ dell’impossibilità di modificare l’esistente. Tuttavia questi ‘realisti’ si fanno passare decisamente, e ad alta voce, per degli ‘innovatori’ quando decidono, ad esempio, di allargare la pista di volo ovest dell’aeroporto di Francoforte. Per loro a essere difeso è ancora una volta soltanto l’esistente, vale a dire un’immagine assurda della crescita economica. ‘Innovàti’, e in questo caso distrutti, sono il paesaggio e l’ambiente. I costruttori trovano la pista di volo ‘realistica’ perché conforme ai loro interessi; ed è per questo che ai loro occhi gli avversari della costruzione mancherebbero di qualsiasi ‘rapporto con la realtà’. Menziono questo fatto solo perché sono convinto che si trovino più lettori tra gli avversari che non tra i sostenitori della pista di volo. Al lettore viene infatti rinfacciato continuamente di avere uno scarso rapporto con la realtà, di essere cioè uno svitato».
Ora, anche sedersi su una panchina è un’attività senza scopo, ed è in sé, ormai lo sappiamo, un atto anarchico quasi suo malgrado, o senza saperlo, ed è senz’altro un modo per estraniarsi dalla cosiddetta realtà. Del resto la cosiddetta realtà che altro è se non un sogno senza sognatori?
Leggere e stare in panchina sono allora quasi sinonimi. Due esperienze di vita secondaria e contemplativa, due modalità di stare sulle soglie (del mondo). Si legge con il corpo, diceva ancora Peter Bichsel, e certe posizioni, certe sedie, favoriscono la lettura. La panchina è una di quelle. La loro sovrapposizione – leggere su una panchina – intensifica una posizione nel mondo e verso il mondo che a volte mi stupisco non sia ancora stata messa fuori legge.

L’altro giorno ero nella fase finale della lettura dell’ennesimo mastodontico giallo svedese – libri che da qualche tempo prediligo per la loro lussuosa lentezza. Dopo quelli di Henning Mankell, ora sto dedicandomi a quelli di Stieg Larsson. Dovevo lavorare (cioè scrivere, lavoro reso difficilissimo dalla quasi totale assenza di un capufficio), ma me la godevo troppo a continuare a leggere il giallo svedese, a lasciare scorrere il tempo senza fare nient’altro che quello, continuare a seguire la storia dei personaggi che erano in quel momento la mia famiglia e i miei amici. E improvvisamente mi è venuta per la prima volta l’idea che non era vero che non stavo facendo niente, e non era vero nemmeno che ero da solo mentre leggevo. Ho pensato anzi che leggere sia un benefico e generoso lavoro collettivo, o comunque fatto anche per gli altri, come i riti e le preghiere. Avevo l’idea che il mio leggere facesse andare avanti il mondo, che in qualche modo lo tenesse in piedi, e comunque tenesse in piedi il mondo del libro che stavo leggendo. Senza di me, cioè se avessi smesso di leggere, che ne
sarebbe stato della storia e dei suoi personaggi? Soprattutto trattandosi di un giallo – ero in quel momento a un passaggio cruciale della vicenda, e qualcuno era forse in pericolo di vita. Proprio non me la sentivo di abbandonarlo.
Ho pensato, credendoci, che leggendo avrei aiutato il detective a trovare il colpevole, a sconfiggere il male, a tornare a casa, ecc. Questa idea mi liberava beatamente da ogni residuo senso di colpa di non fare un tubo, di non lavorare, di non scrivere, di non uscire nemmeno a prendere dell’aria per farmi del bene (stavo leggendo in casa). Mi sono sentito più libero anche dal senso di colpa sempre incombente di vivere una «vita secondaria» – come diceva Bichsel. Al contrario, sapevo ormai mentre leggevo che stavo creando io il mondo
della storia, che partecipavo a una vita collettiva all’interno di una comunità, quella di tutti i personaggi della storia, anche quelli off, fuori campo; nonché, a ripensarci, la comunità di tutti gli altri lettori, virtuali e non. Lo sguardo protettivo del lettore nei confronti dell’eroe, e del mondo delle storie: non è forse un altro modo, e più caloroso, per dire quel principio di cooperazione del testo, quel lector in fabula che, quando ero studente a Bologna, in quel periodo insegnava con formule semiotiche il professor Umberto Eco? Non so, forse ne è la versione da panchina. (O, forse, lo sguardo protettivo del lettore nei confronti dell’eroe è la versione postmoderna dell’intervento provvidenziale di Atena che interviene da fuori – da dove? – per salvare Ulisse. Ma cosa ne sarebbe stato dei personaggi di Omero senza i lettori? I lettori sono i veri dèi dell’Olimpo, il loro deus ex machina.) Il lettore crea il racconto, insegnava Eco, in cooperazione coll’autore, percorrendo con lui le cosiddette passeggiate inferenziali, insomma le ipotesi e le svolte narrative che ad ogni episodio, atto, forse ad ogni frase, autore e lettore decidono di compiere.
Tornando all’altro giorno, e al mio poderoso giallo svedese, alla fine mi sono messo il cappotto e sono uscito di casa per fare una passeggiata. Avevo una meta fittizia, del tipo fare la spesa o passare al bancomat. Ma avevo il libro svedese in mano, e come è finita la mia passeggiata inferenziale è in fondo prevedibile anche per voi che leggete.
Mi sono seduto sulla prima panchina, una di quelle della piazza San Cosimato, e col brusio dei giochi dei bambini sullo sfondo, tra palle che rimbalzavano e skateboard che slittavano, ho continuato beatamente la lettura del giallo svedese all’aperto. Quando il freddo è diventato insopportabile sono entrato nell’enoteca di fronte e mi sono seduto a leggere di fronte alla vetrina con un bicchiere di vino rosso. Il libro l’ho finito a ora di cena.
Sia Mikael Blomqwist che Lisbeth Lisander, eroi stanchi e provati, sono tornati a casa con successo, a Stoccolma.
Sono tornato a casa anch’io, a Roma, sotto il Gianicolo.


di Beppe Sebaste
[estratto da "Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne",



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Vecchio 10-09-2008, 09.05.10   #119 (permalink)
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Alla fine il Paese Semplice è arrivato.
Anzi, meglio, il Paese Semplificato. Chi si auspicava questo esito ha il diritto di festeggiare. Non importa quale schieramento si sia sostenuto, e infatti sono in tanti a rallegrarsi per la fine delle contrapposizioni frontali: si saluta una nuova stagione, non avrà più spazio la "demonizzazione" dell'avversario politico.
Con ritrovata serenità si marcia sui campi nomadi, semplici molotov vengono tirate in svariate regioni da nord a sud. Si annunciano sereni e pacati pogrom. La fiammella accesa mesi addietro con l'appello "Il Triangolo Nero" non poteva che essere profetica, e non consola il constatarlo né l'avere intuito che etc.
Cazzotti sciolti, calcioni in libertà, rilassati pestaggi nazisti lasciano morto un ragazzo per strada a Verona. Codino di merda, chi cazzo sei? Ti ammazzo.
Semplici adolescenti dell'estremo sud si rompono i coglioni di una loro amichetta? Ti cancello e ti butto in un pozzo.
Semplificare.
L'immondizia di Napoli deve scomparire. In che modo? Per finire dove? Non è il caso di complicare le cose, per favore badiamo al sodo. E i clandestini? Sono un problema e vanno eliminati.
Si apre una nuova stagione. Stagione lunga, che ha davanti a sé il tempo di lustri e generazioni. La contingenza non può più essere la priorità.
L'emergenza è finita.

La zona dove abito verrà presto chiusa alle auto.
Un mese fa su vetrine, muri e parabrezza del quartiere sono comparsi i cartelli, "No alla pedonalizzazione".
L'altra sera il comitato del No ha convocato un’assemblea per decidere che fare.
Ci sono andato. Ho alzato la mano e ho spiegato che a me la zona pedonale piace, anche se ho due bimbi piccoli e spesso girare in auto mi diventa necessario.
Mi hanno ascoltato per un minuto, incapaci di capire se fossi lì per sfotterli oppure per sbaglio. Poi un signore garbato mi ha interrotto e mi ha spiegato che quella non era una riunione per confrontarsi, ma per decidere come contestare il provvedimento.
Allora mi sono scusato e ho chiesto se la riunione di confronto l'avessero già fatta o messa in programma, perché ci tenevo davvero a spiegare le mie ragioni.
Mi ha risposto una signora, scandendo le parole come si fa con gli stranieri.
- Noi siamo già contrari. A che ci serve parlarne ancora?

Prima Regola: eliminare il dubbio. Il Paese Semplice è un paese a priori.

Uscito dalla riunione, sulla strada di casa, passo davanti ai tavolini di un bar e inciampo in una frase, buttata in mezzo al portico da una ragazza giovane, segni particolari nessuno.
- Certo, - dice con il tono di chi fa una concessione - però gli zingari sono zingari.

Seconda Regola: ridurre il mondo a verità necessarie. X è sempre uguale a X. Il Paese Semplice ammette solo identità.

Ascolto spesso i discorsi del prossimo. In treno, se non ho un paio di cuffie da infilarmi nelle orecchie, sono incapace di leggere, troppo attento a quel che dicono i vicini. A volte mi faccio contagiare anch'io dalla voglia di semplicità. Immagino di essere un agente segreto, assoldato per schedare i responsabili di determinate frasi in stile Borghezio. A seconda del sogno, le persone che segnalo vengono poi deportate in Libia oppure private del diritto di voto. Lo so che non va bene, e infatti mi sveglio, mi schiaffeggio e poi rido della contraddizione: deportare i razzisti o convincerli con la forza.
Il problema è che altri fanno sogni peggiori e non si svegliano affatto.
Ti ammazzano di botte perché hai il codino e non offri una sigaretta.
Ti buttano in un pozzo perché forse sei incinta e gli incasini la vita.
Ti bruciano la casa perché sei rom, o romeno, insomma, quella roba lì.
Tutto pur di restare in pace, al sicuro, lontano dal conflitto.
Una ragazza mi supera a passo veloce. Discute con un amico, forse il fidanzato.
- Che poi i dati delle questure parlano chiaro: non risulta che un bambino sia mai stato rapito dagli zingari. E' una leggenda metropolitana.
Mi metto a correre, la raggiungo, le stringo la mano e prima che il tipo mi metta le mani addosso, sono più o meno in ginocchio che la ringrazio e le chiedo se per caso non ha voglia di andare a parlare con un'altra ragazza, seduta al bar pochi metri più indietro.
Poi arrivo a casa e c’è la tivù accesa sul programma di Santoro.
Castelli, Lega Nord, messo alle strette sulla questione clandestini, si agita.
- La gente ci ha votato per questo - taglia corto - e noi andremo avanti.

Terza Regola: eliminare le minoranze. Nel Paese Semplice democrazia fa rima con maggioranza.

A seguire parte un servizio, credo girato in Romagna, credo per dimostrare che anche i bonari comunisti d'antan non ne possono più degli stranieri. Forse vale la pena ricordare che in provincia di Bologna il giornale più venduto è sempre stato il Resto del Carlino, anche quando il direttore era un entusiasta della Repubblica di Salò. E l’espressione maruchèin (marocchino = meridionale) non è mai stata un complimento, da queste parti.
Intervistano un tizio che con l'aria dell'illuminista sostiene:
- Quelli che lavorano è giusto che restino. Ma i clandestini no, quelli fuori.
Milioni di italiani, di destra o di sinistra, sottoscriverebbero una frase del genere, sentendosi più o meno nipotini di Voltaire.
Se capisco bene, l'uomo che la pronuncia è appena uscito da una fabbrica. Lavora lì insieme a molti stranieri, in gran parte senza permesso di soggiorno. Solo che nella sua cornice mentale clandestino significa "senza lavoro" e non è disposto a modificarla nemmeno davanti ai fatti. D’altra parte qualunque teoria può essere difesa dall’attacco della realtà. Copernico rigettò il sistema tolemaico non perché non riuscisse a spiegare nuovi fenomeni, ma perché per farlo aveva bisogno di calcoli troppo complessi. Il problema non è la scomparsa dei fatti, ma l'uso di un linguaggio allo stesso tempo troppo semplice e troppo oscuro per poterli descrivere.

Quarta Regola: eliminare le informazioni. Il Paese Semplice ammette solo tautologie.

Ci sono leggi che si scrivono per sancire l'illegalità, l'arbitrio, l'assenza di diritto.
L'attuale legislazione italiana in materia di immigrazione dai paesi extra-comunitari (promulgata da un governo di centrodestra e lasciata tale e quale dal governo di centrosinistra) è un caso paradigmatico.
La legge Bossi-Fini stabilisce che per ottenere un permesso di soggiorno è necessario avere un contratto di lavoro. Ma per avere un contratto è inevitabile... venire in Italia. Ovvero entrare clandestinamente, trovare un datore di lavoro disponibile, il quale spedirà una formale richiesta di assunzione all'ambasciata italiana nel paese d'origine, fingendo di non avere già in organico il lavoratore (in nero). Il quale lavoratore dovrà poi tornare al suo paese a proprie spese, fingere a sua volta di non essere mai entrato clandestinamente in Italia, presentarsi all'ambasciata italiana per ottenere i documenti e quindi rientrare in Italia da regolare.
Che l'iter sia questo lo sanno anche i sassi, ma tutti, dai legislatori alle autorità preposte al personale diplomatico, fino ai diretti interessati, fanno finta di niente. Nessuno affiderebbe la cura dei propri anziani o della propria casa a un estraneo, che in teoria dovrebbe vivere a Kiev, a Bucarest o a Manila. Vogliamo parlarci, vederla in faccia, la persona che cambierà il pannolone a nostra nonna, sapere qualcosa di lei, prima di assumerla, metterla in regola (ammesso che si sia disposti a farlo). E possiamo scommettere che anche l'impresa edile che ci ristruttura casa non ha assunto il muratore rumeno sulla parola, scegliendolo da una lista di collocamento internazionale.
Ci sono leggi "contro la clandestinità" che si fanno per favorire la clandestinità.
Il dipendente perfetto è quello che deve al proprio datore di lavoro la garanzia di non essere sbattuto in un CPT, quello sottoposto al doppio ricatto di perdere il lavoro ed essere espulso oltre frontiera.
Ci sono leggi che sembrano paradossali, ma in realtà rispondono a una logica ferrea. Quella dell'esclusione per poter includere al minor costo possibile. Quella del profitto spacciato per sicurezza. La stessa logica che porta a gridare "padroni a casa nostra" mentre si appoggiano operazioni di guerra in casa d'altri.
Quelli che per ultimi in Europa si sono sbarazzati di un regime fascista e ne hanno ancora fresca memoria se ne sono accorti che l'Italia sta marcendo al passo dell'oca (no, non è un refuso, marciare è troppa fatica) e ce lo dicono in faccia. Gli spagnoli non ci vanno certo teneri con gli immigrati, men che meno con i clandestini, ma in Spagna non si respira l'aria pesante che asfissia il Paese Semplice, togliendoci l'ossigeno necessario a riconoscere le cose e chiamarle con il loro nome. Colpa dei miasmi della spazzatura, dei gas di scarico, dell'odore di benzina bruciata.
Per onorare le promesse elettorali si è appena istituito un Commissario straordinario ai rom. Le istituzioni si occuperanno degli zingari. Non di cittadini italiani o stranieri, ma di un'etnia. E' un bel salto di qualità, un passo in avanti nella storia a ritroso di questo paese e di questo continente. E possiamo stare certi che ci sarà sempre qualcuno disposto a discuterne... pacatamente, serenamente.

MARCIRE AL PASSO DELL'OCA Wu Ming
Appunti dal Paese Semplice



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Vecchio 13-09-2008, 12.42.28   #120 (permalink)
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Ci fosse stato lì accanto un'accetta, un attizzatoio, o un qualsiasi altro arnese per squarciare il petto del padre e ucciderlo lì, all'istante, James l'avrebbe afferrato. Così estrema era l'emozione che Ramsay suscitava nel petto dei figli con la sua sola presenza, semplicemente stando lì in piedi, come adesso, asciutto che pareva un coltello, affilato che sembrava una lama, come quella smorfia sarcastica di piacere all'idea di deludere il figlio, e contraddire la moglie, che era diecimila volte meglio di lui sotto ogni aspetto (così pensava James); ma anche con un certo gusto segreto per la propria accuratezza di giudizio. Quello che diceva era vero. Era sempre vero. Era incapace di falsità. Non corrompeva i fatti, non alterava una parola sgradevole per assecondare il piacere o l'interesse di un altro, meno che mai dei suoi figli, che generati dai suoi lombi dovevano rendersi conto fin dall'infanzia che la vita è difficile, i fatti incorruttibili, e il passaggio a quella terra favolosa - dove si estinguono le nostre speranze più luminose e naufragano nelle tenebre le nostre fragili scorze (qui Ramsay raddrizzava la schiena e aguzzava le fessure strette degli occhi azzurri verso l'orizzonte) - un passaggio che richiede soprattutto coraggio, amore di verità, e forza di resistenza
Citazione:
Ma era solo apparenze? si chiedeva la gente. Che c'era dietro - dietro la sua bellezza, il suo splendore? Non s'era fatto saltare le cervella, si chiedevano, non era morto una settimana prima che si sposassero - quell'altro, il suo primo amore, di cui qualcuno aveva sentito parlare? O non c'era niente? niente altro che una bellezza incomparabile, protetta dalla quale lei viveva, che niente pareva turbare? Perché anche se in quei momenti di intimità, quando le venivano confidate storie di grandi passioni, di amori traditi, di ambizioni frustate, lei avrebbe potuto parlare, no, non parlava. Taceva sempre. Però sapeva - sapeva senza aver imparato. Nella sua semplicità coglieva cose che altri più colti di lei non capivano. La sincerità della sua mente la faceva andare giù a piombo come un sasso, o posarsi precisa come un uccello; le dava, così, naturalmente, quel movimento a picco di uno spirito che piomba sulla verità - che incantava, confortava, sollevava, forse a torto
Citazione:
Era il suo destino, la sua prerogativa, che lo volesse o no, di arrivare a quella lingua di terra, che il mare a poco a poco rorrodeva, e rimanere lì, come un gabbiano solo, abbandonato. Era un talento, una capacità che aveva, tutta sua, di liberarsi d'improvviso di ogni cosa superflua, per contrarsi e ridursi fino a sembrare sempre più nudo, più spoglio anche fisicamente, senza però perdere nulla della propria acutezza intellettuale, e stare così su quella sporgenza di fronte alle tenebre dell'ignoranza umana - perché noi non sappiamo nulla, e il mare divora il terreno stesso su cui poggiamo i piedi. Questo era il suo destino, e talento. Ma gettati via, appena sceso da cavallo, i gesti eroici e gli orpelli, i trofei di rose e di nocciole, concentratosi fino al punto di non ricordarsi più nemmeno il proprio nome, in quella solitudine assoluta manteneva tuttavia un'attenzione vigile, incorruttibile da fantasmi o visioni.
Virginia Woolf - Gita al Faro


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