|
|||||||
| Segna forums come letti |
| Vietato Leggere Vietato Leggere...ok, stavamo scherzando, maniaci letterari che non siete altro! |
![]() |
|
|
LinkBack | Strumenti discussione | Modalità visualizzazione |
|
|
#1 (permalink) |
|
Mietitore
|
IN questo thread i racconti partecipanti.
![]() Cymon
Follow the Rabbit! Il primo risultato di Google se cercate "adolescenti coreane"! ![]() FTR è su Facebook! Il mio libro, Milano Ultima Fermata |
|
|
|
|
#2 (permalink) |
|
perché no?
|
Pirati
Pirati... Vite spezzate, anime rotte, schiene piegate giorno e notte a scrostare lerciume dalla coperta, fino a baciarla, fino a quando le spugne durano e anche oltre, con le mani, con le unghie, e poi ancora: mangiati dal sole e dal sale, aspettando il momento di dover lavare via il proprio sangue. Briganti delle onde, ladri qualsiasi, tagliagole, poveri diavoli, che hanno risposto al richiamo del mare spinti dalla disperazione antica, quella che deforma i lineamenti e spegne gli sguardi: la miseria più nera, la paura indicibile di morir di fame, di venir dimenticati o, peggio ancora, di venir sempre ricordati in quel modo: ossuti e miseri, intenti a supplicare per un boccone. Vite sempre sull'orlo, sempre braccati, come animali; ma non animali nobili, che si cacciano per sport, ma piuttosto animali rabbiosi, bestie immonde, a cui si da la caccia solo per liberar da loro il mondo e liberare loro dal mondo, per praticità, per pietà. Morti appesi per il collo all'estremità di un pennone, a soffocare lentamente, scontando il solo peccato d'aver rubato in nome proprio, mentre chi li impicca ha rubato in nome d'altri. Pirati... Come abbiano fatto a diventare simboli di libertà, immagini nobili, non me lo spiegherò mai. Forse è solo lo scherzo di una cultura schizofrenica, che distorce e trasvaluta, ed è capace di trasformare ogni cosa nel contrario di se stessa e poi di cambiarla ancora cento volte, fino a quando le persone non si perdono, sfumano e svaniscono nello sfondo. O forse è il risultato di una nevrosi di massa, il parto dell'inconscio insonne di tutti quelli che la mattina si svegliano, si impacchettano come regali di natale e vanno a lavorare nei loro uffici asettici, vestiti dei loro sorrisi finti; magari seduti alla loro scrivania perfetta, rimpiangono il puzzo rancido del sudore nelle cuccette e il caos delle palle di cannone che volano, magari desiderano, nel profondo, brandire una sciabola e far volare un po' di budelli e ogni sera tornano a casa frustrati di non averlo fatto, che tanto era inutile. Anch'io sono un pirata, a modo mio, e, sebbene si tratti di un tipo di pirateria molto diversa da quella del diciottesimo secolo, anch'io, a modo mio, godo di un po' di quella nobiltà. Poi, per dirla tutta, anch'io, ogni tanto, sono vittima di quel genere di suggestioni, e anch'io alle volte mi chiedo come sarebbe essere persi in un oceano d'acqua, sotto un cielo azzurro, invece che in un oceano di bit, dentro una colata di cemento. Mi chiedo se in una vera nave, in un vero mare, non sarebbe possibile spiegare le vele e navigare senza una meta, fino alla fine del mondo e, arrivati sull'orlo, guardare giù e trovare se stessi. Il web non è così, non ci si trova se stessi e, casomai, bisogna stare attenti a non farsi trovare; poi anche fuori, fra il cemento, oltre la porta di casa ci sono solo altre porte e altre case, non è la stessa cosa. Ma forse è meglio che non sia la stessa cosa perché, si sa, la vita del pirata è triste. Sbarcato a Tortuga il pirata non può aspettarsi niente di meglio che uno squallido tugurio, del rum di cattiva qualità e un po' di amore mercenario. Io, da parte mia, adesso sono seduto in un bar di lusso, ho ordinato un Baileys e siedo faccia a faccia con la ragazza più bella e dolce che mi sia mai stato dato di conoscere. Direi che è un bel miglioramento. Lei è un angelo, davvero, non saprei in che altro modo descriverla. Ha ventisei anni, come me, capelli neri, pelle chiara e due occhi tanto azzurri da non sembrare veri. E' un po' geek anche lei, una specie di appassionata di pirateria (nell'accezione moderna). Tre settimane fa ci siamo conosciuti in una chat che frequento saltuariamente ed è venuto fuori che lei già sapeva chi fossi, o meglio sapeva chi fosse H3ichPyl3, che è il nome che uso nella scene. Da lì una cosa tira l'altra abbiamo fatto in fretta ad accendere le webcam e, alla fine, ci siamo ritrovati in questo bar. È la prima volta che la vedo di persona eppure sarei pronto a giurare di essermi innamorato. Ormai sarà quasi un'ora che mi fa domande sulla scene, sui codec che uso, sui telesync, sulle fonti... e io non riesco a staccarle gli occhi di dosso. Prima o poi, lo so, sarà stanca delle domande e allora mi chiedo: si farà baciare? La domanda mi assilla, mi tiene in pugno; non chiedo altro: un bacio e la certezza che la vedrò ancora. Allungo una mano per prendere il bicchiere, lei allunga la sua e ce la poggia sopra. La pelle è così liscia... mi sale un brivido lungo la schiena, per un momento ho il terrore di essere arrossito, poi mi rendo conto che il brivido era dovuto a qualcosa di freddo che avevo sul polso: sono ammanettato al tavolo. La guardo senza capire, lei tira fuori un distintivo e comincia a dire qualcosa circa una violazione della legge sul copyright. Non la sto più ascoltando: ho capito. Era così tanto ovvio che l'ho capito solo alla fine. Eppure il pirata lo sa che in mare non deve temere soltanto le tempeste e le navi della marina. Il pirata sa che il pericolo più grande non sono le onde o le palle di cannone, ma l'irresistibilmente bello che si cela dietro il mito delle sirene. Perché i pirati prima d'esser tali sono uomini e gli uomini, si sa, hanno tutti le stesse cose per la testa e, in cuor loro, sanno che dopo mesi di dura navigazione non sarebbero mai capaci di resistere il richiamo di una sirena, anche se ben consapevoli che l'unico modo per baciarne una è affogando. Da questa triste consapevolezza di questi uomini miseri, quali sono i pirati, dev'essere nato il mito delle sirene, chimere metà pesce metà fanciulla, che attirano i marinai in coperta con il loro canto e quindi li trascinano in acqua nell'atto di offrire loro un bacio. Mi guarda, mentre legge i miei diritti, e io la guardo. Ammanettato al tavolo di un bar, con un'espressione stranita, un po' cretina, non me ne curo: la guardo. Intorno a noi cominciano ad agitarsi, ci guardano, e io la guardo e sorrido piano, senza far male. Un ragazzino ci filma con un telefonino, per questa sera starà tutto su Youtube, e tutti ci guarderanno, e io guardo lei, negli occhi. Belli, quegli occhi, n'è valsa la pena ogni sguardo. Cominciano a entrare altri poliziotti, circondano il tavolo, uno mi mette le mani sulle spalle e preme giù, e io la guardo, la guardo ancora, e affondo con lei, la mia sirena. fine
Ultima modifica di Martox29a : 14-09-2011 alle ore 00.51.49 |
|
|
|
|
#3 (permalink) |
|
DISTORTION
|
Pirati
Ahr! La strada scorreva via liscia nel suo percorso rettilineo e tedioso, guidare nel deserto alle prime luci dell'alba è una prova che richiede la stessa pazienza e concentrazione di un mozzo messo di vedetta. Il mio vicino di casa, Donald, era seduto alla mia destra, fissava il laptop aperto sulle sue ginocchia e non guardava mai la strada, preso com'era a confrontare dati e coordinate geografiche. Il ragazzo ormai conosceva bene le regole: non doveva rivolgermi parola, non una sillaba, non un sospiro. Se stavamo rischiando la pelle era proprio perché non riuscì a tenere la bocca chiusa dopo la nostra fortuita scoperta, il silenzio doveva essere la più importante delle precauzioni. Invece la lingua lunga e il carattere inconsapevolmente espansivo di Donald avevano in poche ore concentrato su di noi attenzioni sgraditissime: visite improvvise, scontri fisici e verbali con gente che Donald stupidamente riteneva amica, non eravamo più gli unici a sapere della cassa e chissà quanti la fuori ne erano ormai a conoscenza. L'imbarazzante mancanza di autocontrollo di Donald era largamente bilanciata dalle sue doti di calcolo, senza di esse non sarei mai riuscito a decriptare il messaggio ricevuto la notte prima, che avvertiva la persona sbagliata della presenza di dieci milioni di dollari sigillati in una cassa nel deserto adiacente Rock Point. Per effettuare operazioni segrete, dove per questioni di sicurezza non sono previsti né incontri né scambi faccia a faccia ma solo luoghi di consegna e di ritiro, quello dei messaggi in codice era - errori a parte - il miglior metodo possibile, probabilmente avevamo una finestra temporale di 24-48 ore prima che il reale destinatario del messaggio cominciasse a insospettirsi. Ci muovemmo la notte stessa. "Bingo" disse Donald dopo un lento sospiro di palese soddisfazione "Ci siamo. Accosta, dobbiamo proseguire a piedi per almeno una decina di chilometri". Solo dopo due ore di cammino notammo di essere seguiti. Fingemmo di non accorgercene e proseguimmo indisturbati a passo spedito per un'altra mezzora. A poche decine di metri dal punto segnalato sul laptop di Donald, le chance di non notare la cassa metallica avvolta in una lucida plastica verde posizionata sotto a una larga roccia a forma di corno erano veramente irrisorie. "Sapevo che avrei fatto bene a seguirti, Donald" disse improvvisamente una voce alle nostre spalle "Non avrei mai preso sul serio una telefonata come quella di ieri notte se non ti sapessi totalmente privo di senso dell'umorismo" concluse con tono indifferente. "Ron, abbassa quell'arma. Non serve, c'è abbastanza denaro per tutti e tre" le parole di Donald caddero nel vuoto. "Dì al tuo amico di smetterla di fissarmi, o altrim..." non fece in tempo a finire la frase che già gli avevo bloccato il braccio e spinto via la pistola. L'uomo seppur disattento era piuttosto giovane e robusto, non sarebbe passato molto prima che riuscisse ad avere la meglio su di me se non avessi urlato a Donald di sparargli. Le mie grida si confusero al boato che echeggiò infinite volte prima di svanire nel nulla. Cademmo entrambi a terra, io di schiena, vivo, lui di fianco, con un proiettile in volto. Donald era chino su sé stesso, il pallore del suo viso era più accentuato del solito, tremante si guardava intorno con gli occhi gonfi di lacrime, "Ho ucciso Ron. Per del dannato denaro" disse lanciando l'arma a pochi centimetri da me. "Per un tesoro, Donald" mi preoccupai di specificare "Dieci milioni sono qualcosa di più che del dannato denaro". "Non sappiamo nemmeno a chi erano destinati tutti quei soldi. Cosa siamo appena diventati oltre che degli sporchi ladri, dei mercenari? Dei terroristi? Dei fottuti pirati?" disse poggiando stremato la testa alla parete rocciosa "Cosa diavolo siamo diventati..." "Non sei un pirata, Donald, tu al contrario di loro sai condividere ciò che riesci ad ottenere" dissi mentre gli esplodevo un colpo alla nuca. Perdonatemi qualsiasi eventuale minchiata, come Martox mi prendo la libertà di poter editare il post in caso di necessità. Ultima modifica di funker : 14-09-2011 alle ore 08.40.24 |
|
|
|
|
#4 (permalink) |
|
Cavaliere Errante
|
Premessa Scusate se sono andato un po' lungo stavolta, circa sei pagine... so che ciò non è proprio nello spirito del VS. Noterete che avrei potuto tagliare molte parti del raccondo, ebbene, rispetto a tutto ciò che avrei voluto scrivere ho già tagliato fin troppo. Perdonate anche alcune frasi decisamente più contorte di altre, lo stile lunatico e gli ancor più lunatici tempi verbali... ...buona lettura. Pirati Lo sguardo di Matthew si posò sul suo capitano di vascello, seduto nella sala comandi della Lancia Stellare guardando con vivo interesse la sua mano destra aprirsi e chiudersi precisa al comando dei tendini. Cosa starà pensando il capitano? Non poté che chiedersi Matthew, suo assistente, a vederlo così assorto. Non una ruga gli sfregiava la fronte e dentro l'occhio azzurro si rifletteva l'infinito dubbio dello spazio immenso, eppure, la certezza della vita e delle stelle non poteva restare a lungo celata in tale spirito e quando parlò il capitano lo fece con la sua voce freddissima ma suadente e armoniosa, una voce che Matthew, ed il resto degli uomini, avrebbe seguito fino al confine degli inferi; dove finivano le stelle e si dicesse iniziasse il regno dei morti, dove le arche si perdevano per non fare più ritorno, ne lasciar traccia del loro passaggio mortale. <<Vedi questa mano Matthew>> non attese certo risposta <<a due anni spaziali dal centro della confederazione è questa mano l'ordine e la legge, è questa mano che decide della vita e della morte, questa, in questa sala, a decretare l'unico termine di giustizia; qui, in quest'ultimo braccio della galassia, dove le arche si avventurano in cerca di pianeti vergini dove rapire la vita e di asteroidi dal ventre di Lauronio 392 per accendere di luce motori che le spingono oltre i limiti del possibile, qui, noi della Lancia Stellare svolgiamo il nostro lavoro e questa mano decreta la sorte delle arche e del loro carico, fosse di merci preziose o di vite pezzenti>>. I due si guardarono un attimo, Matthew non distolse certo lo sguardo a chiedersi cosa intendesse il capitano con quel tetro discorso. L'attesa ai bordi della galassia, senza Lauronio 392 per procedere ad un balzo e vedendo il consumo delle ultime scorte di cibo scandire le giornate degli uomini avrebbe potuto far impazzire chiunque. Era forse questo discorso il principio della follia che si celava dietro l'occhio del capitano? Sapeva forse egli qualcosa che manco a lui, fedelissimo assistente, nei suoi anni di servizio poteva rivelare? Che l'arca ammiraglia della confederazione, la Mano di Zeus, in netto ritardo di mesi sulla sua ipotetica marcia avesse invece cambiato rotta ed abbandonato le loro speranze alla deriva del vento spaziale, lasciando gli uomini segretamente a sperare nell'intervento definitivo di una folle cometa dalla rotta impazzita, col ventre del prezioso materiale, che per scherzo del destino puntasse loro contro... ...doveva rispondere Matthew, ne sentiva come il bisogno, forse nella egoistica speranza di sedare i suoi dubbi, o forse soltanto per rompere la tensione, che le parole del capitano potevano aver scolpito, negli operatori della sala di comando, soltanto nell'animo, nessun volto si era infatti staccato dal suo monitor. Non stette a pensare su cosa dire ad quell'uomo così preso dai sui libri e il suo rigore. Qualsiasi cosa sarebbe stata sbagliata ai suoi occhi. <<Capitano, gli ordini della Lancia Stellare parlavano chiaro, al quinto anno di pattuglia in queste esatte coordinate la Mano di Zeus, arca ammiraglia della confederazione sarebbe arrivata a darci il cambio nelle operazioni di pattuglia, carica di ogni bene necessario al lungo soggiorno ai confini dello spazio, e col chiaro ordine di rifornirci al fine di concedere all'arca un agevole viaggio di ritorno>>. Forse Matthew, con ancora il fiato che usciva dalla bocca che si chiudeva, poté notare un sorriso, o forse un ghigno, in qualcuno degli operatori; possibile che quegli uomini ancora non avessero accettato il suo ruolo? Lo deridevano, se non apertamente, alle sue spalle? Oppure pensavano ad altro ed altra parola aveva dipinto quel segno, o qualche indicazione dai monitor, o un fastidio nascosto sotto la pelle? Il capitano invece si fermò, se più fermo potesse stare, ma nessuna espressione era sul suo volto. La stasi durò poco e inclinò leggermente il capo, e si dipinse un sorriso, decidendo di parlare: <<Siamo ormai nel quinto mese dell'attesa, Matthew, la Mano di Zeus deve essere a giorni; mi chiedo, e dobbiamo tutti chiederci, a cosa sia dovuto questo ritardo? Come può essere che un'arca ammiraglia, miglior nave la confederazione abbia, sia così indietro sui tempi? Quale destino l'ha trattenuta dalla sua missione?>> <<Ce lo dirà il loro comandante in persona, appena entreranno nella distanza minima per mandare un messaggio, scusandosi dei danni che l'attesa ci ha procurato>>. Forse Matthew sperava in una risposta, nella possibilità di tornare a parlare col capitano come un tempo, anni fa, quando erano partiti. Forse Matthew sperava in una risposta, o in una affermazione qualsiasi, per mettersi in mostra al suo capitano, e fargli capire che lui non era uno spreco di vitamine ed integratori. Di sicuro Matthew, sperava di udire un segnale: la voce del fonico, chiara e distinta, nell'amplificatore, annunciare a tutti che la Mano di Zeus era entrata nel radar ed i computers avevano iniziato la procedura di comunicazione e scambio dati che precedeva il contatto fra le due arche. Ma quel suono si faceva attendere e l'attesa s'insinuava viscida nell'animo degli uomini trascinando in essi il dubbio e la disperazione, le razioni alimentari si facevano più piccole di giorno in giorno e pochi ormai si curano del proprio igiene personale, mentre altri non facevano più visita alla palestra, per risparmiare ossigeno, scherzavano fra loro, ma i volti non ridevano di quelle parole. E la sala libera era silenziosa in quei giorni quanto la biblioteca. Quando Matthew fece notare al capitano, il volgere dell'animo degli uomini sempre più verso la disperazione e la rassegnazione di questi nei confronti dei doveri, egli, che aveva praticamente spostato la sala controllo nella sala radar, tanto che sempre lì stava, in attesa del segnale, fece una smorfia, come se una fitta di dolore nascosta fra gli organi e la colonna si fosse ricordata di segnalare la sua presenza. Lo sguardo di Matthew si tese. I due si fissarono, ed entrambi fissavano oltre l'interlocutore, come se egli fosse la porta per scrutare l'infinito spazio che si estendeva lì fuori; e sondarlo, e da qualche parte, fra gli anelli di un gigante gassoso, o rilucendo alle pulsazioni di una quasar, trovare splendida l'arca e con essa la salvezza. I due si fissavano e il capitano seppe che doveva parlare non a Matthew, ma all'equipaggio, e la sala radar non era il suo posto. Aveva forse fallito quell'ultima missione? Era forse quell'attesa la punizione a lui ed hai suoi uomini per i comportamenti precedentemente tenuti? Arriva un momento nella vita in cui la speranza è così sottile che un umano deve fare una scelta: attaccarsi alla sopravvivenza come il topo che immersa la gabbia dove è prigioniero nell'acqua trattiene il respiro arrampicandosi nel punto più alto; o rinnegare il primordiale istinto che ha permesso alle sue genti di spargersi ovunque lo sguardo vedeva appiglio, ed accettare la vita fino in fondo, fino al suo prefigurato termine, fino a ciò che da sempre il suo significato custodisce. Arriva un punto in cui la speranza è così sottile che l'umano deve accettare la morte. Il capitano deve accettare la morte dei suoi uomini, la distruzione della sua nave, l'oblio delle sue imprese. E quel momento era giunto quel giorno all'interno della Lancia Stellare, ed il capitano seppe, riflesso negl'occhi di Matthew che doveva parlare. Sorretto da una forza improvvisa scattò in piedi. Matthew comprese e si spostò per lasciarlo passare, mentre egli due ordini secchi proferì: <<Torniamo alla sala comandi, allestite tutto per il mio discorso>>. Quando lui fu uscito fu il dubbio a oscurare il pensiero di Matthew come la nuvola che coprendo la luna piena, prosciuga la luce della notte, e si chiese, tornandogli in mente i vecchi discorsi dei giorni addietro, a cosa potesse esser dovuto questo ritardo che ormai li aveva condannati. Dalla sala di comando il comandante non si schiarì la voce prima di iniziare a parlare tanto era sicuro di se stesso e limpido nella sua mente il suo pensiero. <<Uomini>> esordì <<vi dissi che la Lancia Spaziale era un'arca costruita per il combattimento, per pattugliare confini incerti, una delle più veloci nelle manovre che richiede l'assalto, dotata di un armamento sorprendente per la sua categoria. Una delle migliori arche che un comandante può volere e sta a voi giudicare se sono stato all'altezza degli onori che il fato mi ha concesso in questo settore. Ma non posso mentirvi nel confessare che in tale superba nave la sua autonomia dipende unicamente da un'arca ammiraglia che possa rifornirla fra una missione ed un altra. L'ammiraglia che dovrebbe rifornirci ci ha eluso e non esiste posto dove far rotta. Il motivo di tale elusività ci è sconosciuto. Stiamo entrando nel settimo mese dell'attesa e non ci saranno risorse per un ottavo. Stasera banchetteremo a festa e lustreremo la nave e le divise, che nessuno dorma, che i festeggiamenti durino fino al mattino. Domani riposo per tutti. Nessuna seconda squadra starà ai comandi, a nessun uomo o donna sarà richiesto di far nulla. Fate invece ciò che volete, state soli o in compagnia, alcolici e altre droghe; so che alcuni di voi ne usano ben oltre le soglie che ogni comandante dovrebbe tollerare a bordo, sono permessi ed incoraggiati. Giunta la notte che ognuno entri nella sua cella di ibernazione, il computer farà certo un po' di storie sul vostro stato di salute, ma in questo modo ognuno di noi consuma un centesimo delle energie che invece consuma adesso ed i generatori possono mantenerci a tempo indefinito. Il computer sarà programmato per svegliarci al primo contatto che riceverà, e quando ciò accadrà, chiunque egli sia, ci faremo pagare gli straordinari! Adesso festeggiate il termine della missione. Ognuno è dispensato dal suo compito. Sto programmando, io stesso, il computer, che si occuperà della gestione della nave durante i nostri sogni. Potete spegnere le postazioni, buona festa>>. Terminato il discorso un grido di giubilo si alzo da ogni punto dell'arca, e nella sala comandi e nelle altre sale il personale applaudiva. L'attesa era terminata: che attendesse il computer adesso. Il capitano sorrise, un sorriso enigmatico, che sposava i suoi occhi e il pensiero che celavano, e le avventure che esso aveva custodito nel ricordo, il sogno di una vita, un sogno, che aveva creduto possibile un giorno. Chiusa la connessione audio, il capitano fece cenno a tutti di calmarsi, poi disse ad ognuno che era libero organizzarsi per la festa. Si voltò verso Matthew ed altre parole furono per lui: <<Matthew ho qui una lista di venti nomi che voglio tu convochi nella mia sala privata adesso, dovremmo attendere un po' per concederci alla festa, voglio sistemare alcune cose per il risveglio>>. Matthew scorse la lista, erano tutti fedelissimi del capitano, che senza i gradi avrebbe potuto definirli addirittura amici dello stesso, e tutti con posizioni di rilievo nella guida dell'arca e fin troppa esperienza sulle spalle. In ultimo veniva il suo nome. Un'ora dopo erano nella sala privata del capitano. Fu lui a rompere il teso silenzio che seccava le gole: <<Non ho remore con voi e di ognuno qui dentro ho provato più volte la fiducia. So che non posso ingannarvi e già avrete capito che le scorte energetiche della nave non miglioreranno certo se teniamo accesa ogni cella ibernante. Se avessimo le stive intasate dal Lauronio 392 forse le mie parole di prima avrebbero potuto celare una qualche verità. Ma siamo a secco d'ogni materia e i nostri generatori non sono autosufficienti per tempi così lunghi. Ho scelto voi perché so che quando cadrà su di noi l'estrema condanna, so che accetterete il fato col quale vi sto opprimendo. Diamo agli uomini un ultimo giorno di gioia ed una volta ibernati, noi, noi venti, entreremo nel cuore proibito dell'arca e da lì spegneremo il computer centrale. Nessuno soffrirà. Il metodo ultimo è ben risaputo dagli ufficiali>>. Ed infatti loro avevano capito. Forse qualcuno poteva aver creduto, anche solo per un momento nella salvezza. Forse qualcuno si era voluto illudere, prendersi un piacere, o abbandonarsi in un vizio. Nessuno certo, lo aveva più pensato dopo la convocazione. Adesso bisognava soltanto concedere una morte indolore all'equipaggio. Nessuno disse nulla, ma nello sguardo di ognuno l'assenso era evidente. Così il capitano continuò: <<Divertitevi con la truppa date l'esempio, ma tenetevi sobri, spegnere quella dannata macchina non è cosa da nulla>>. Quelle furono le prime parole ovvie che Matthew sentì dire dal suo capitano. Nessuno glielo fece notare, ed ognuno uscì dalla sala per tornare alla sua squadra, col sorriso dipinto nel volto, ma la nera pece che gli ostruiva il cuore. Matthew non aveva un posto dove andare essendo l'assistente del capitano, avrebbe preso un bicchiere di qualcosa forte nella sala libera, e doveva dare un bacio ad una delle addette al radar, quella coi capelli rossi, ma in poche ore aveva esaurito ogni pegno con la vita. E non era certo presenza gradita alla festa il leccaculo del capitano... sospetto che risiedeva nell'equipaggio in modo più che giustificato, pensò sogghignando, fra poche ore li avrebbe uccisi tutti. Nel sonno. Come uccide l'infame. Si mise a ridere ad alta voce, forse una risata troppo isterica. Ma per chi era attorno poteva essere l'isteria della tensione dell'attesa che finalmente, di botto, si alleviava. Qualcuno lo sentì ridere e lo invitò a dividere un bicchiere. Forse aveva diviso un bicchiere di troppo. Quella notte non aveva dormito, quasi nessuno lo aveva fatto. Stava pensando alle labbra di quella ragazza, della ragazza di capelli rossi. E si chiese se avesse potuto approfondirne le capacità. Era quello l'ultimo giorno utile per risolvere il mistero. Si stava dirigendo negli uffici di lei quando si rese conto dell'idiozia di quel gesto. Nessuno era al suo posto quel giorno. Si voltò per tornare indietro, camminò un po' pensando a dove cercare la ragazza, nella sua cabina? Ed era stata sola quella notte? Si girò di nuovo e tornò nella direzione precedente. Cosa importava ormai, doveva solo aspettare che ognuno fosse nella sua bara poi staccare la spina. Poteva pure aspettare camminando, cambiò direzione ancora, ed ancora una volta. Ed una volta ancora. E poi di nuovo cambiò direzione, di fretta, ruotando a piedi uniti e dando una testata sulla porta della sala radar. La porta si aprì. Gli occhi dovettero mettere a fuoco l'immagine, la colpa era di sicuro degli alcolici. Si mise una mano alla fronte. Era bagnata. Era sangue. Si era ferito. Si sentì un imbecille. La ragazza dai capelli rossi non era stata inflessibile al lavoro. Forse quelle labbra promettevano più di quanto lui credesse. Si chiese se così ferito potesse ancora svolgere il suo dovere. Si sedette nella postazione 6, prese un po' di carta lì accanto e se la mise in fronte. La carta scivolò sulla ferita facendogli un po' più male. Tanto valeva vedere se ci stava ancora un medico, che gli desse qualcosa per svolgere il suo dovere, rise, che lo aiutasse ad ammazzarlo, e rise al solo pensiero. E se il piano del capitano fosse fallito? Se venti era il numero minimo per spegnere il computer centrale? Alla fine aveva vinto la porta! Rise. Sarebbe andato all'inferno come Matthew l'imbecille. Quello che non sapeva stare una giornata calmo. Forse era il caso di chiamare il comandante e non un medico. Premette un tasto che supponeva essere dell'interfono e provò a chiamare aiuto. Nessuna risposta. Che fosse spenta la macchina? Diede uno sguardo attraverso il sangue alla tastiera. Uno degli interruttori più grossi era decisamente nella posizione zero. Lo mosse su uno. Sulla tastiera ci accesero un po' di luci. Matthew sorrise compiaciuto. Decise di concentrarsi meglio sulla tastiera, leggendo i messaggi che iniziavano a comparire su tasti e interruttori: Copia informazioni cache, abilita modalità di visualizzazione, prendi info da postazione, BMCF, BVZM, modalità di controllo, abilita controllo remoto, scorri layout, scorri assi, trova coordinate, trova distanza tra due punti, richiedi autenticazione, prendi messaggi da postazione, invia messaggi a postazione, abilita uso interfono esterno per trasmissione messaggi... eccolo, pensò soddisfatto e mosse l'interruttore. In quel momento il computer di bordo parlò a tutta la nave; tutti sobbalzarono nell'udire la voce metallica dell'interfono generale che asseriva di seguito e privo d'ogni pausa o espressione: <<Ore 05:27 Nuova presenza radar, in fascia esterna>>. <<Ore 05:43 Nuova presenza radar, in fascia di identificativo univoco>>. <<Ore 05:45 Procedimento automatico di identificazione in corso>>. <<Ore 05:57 Richiesta di identificativo univoco>>. <<Ore 06:13 Identificazione completa. Nuova presenza radar aggiornata. Arca Ammiraglia Mano di Zeus in fascia di identificativo univoco e rotta di contatto>>. <<Ore 06:21 Arca Ammiraglia Mano di Zeus: Invio del saluto formale>>. <<Ore 06:48 Distanza di contatto con arca ammiraglia Mano di Zeus: minima per effettuare messaggistica asincrona>>. <<Ore 07:36 Distanza di contatto con arca ammiraglia Mano di Zeus: minima per effettuare sincronia computer>>. <<Ore 07:38 Arca Ammiraglia Mano di Zeus: Richiesto tentativo di sincronia computer>>. <<Ore 07:54 Arca Ammiraglia Mano di Zeus: Richiesto tentativo di sincronia computer>>. <<Ore 08:22 Arca Ammiraglia Mano di Zeus: Richiesto tentativo di sincronia computer>>. Il minuto successivo la sala radar era invasa di persone, ognuno al suo terminale a picchettare sui tasti e confrontare risultati. Matthew vide il sorriso disegnato sul volto del capitano che impartiva ordini, quando il primario di bordo mosse la benda sulla fronte scoprendogli un occhio. Decise che avrebbe riposato per un po'. *** Quando fu attivato l'ordine di sincronia software del computer a livello massimo e si iniziò la trasmissione dei dati, la benda gli dava fastidio e la testa gli doleva ancora, scacciando il dolore lo sguardo di Matthew si posò sul suo capitano di vascello, seduto nella sala comandi della Lancia Stellare guardando con vivo interesse la sua mano destra aprirsi e chiudersi precisa al comando dei tendini. Sapeva cosa stava pensando, da quando il computer aveva parlato un solo pensiero era nella sua mente, un sogno che forse poteva ancora essere realtà. Qualcuno interruppe quei pensieri dicendo che il canale video dell'ammiraglia era già aperto e stava facendo richiesta per un contatto visivo. Il capitano gettò uno sguardo alla percentuale di progresso della trasmissione dati, poi annuì all'addetto video. Pochi minuti dopo il grande monitor delle comunicazioni ufficiali si accese, ciò che mostrò fece trasalire tutti. L'uomo nel video aveva forse trent'anni, troppo giovane per essere un ammiraglio, i capelli neri e crespi sembravano unti e spettinati, la giacca della divisa era slacciata, e decisamente non abbinata alla tuta che indossava sotto di essa; portava a tracolla un fucile vecchia generazione a proiettili, non proprio d'ordinanza e i gradi sulla spalla sembravano quasi rattoppati frettolosamente e storti. Dietro di lui un cerchio di persone dai volti solcati, dentro un pessimo abbinamento di vestiti in una ancor peggiore condizione e tutti armati. Armi di vecchia generazione. Il capitano della Lancia Stellare era una maschera, nessuna emozione traspariva se pure quella logora visione lo aveva turbato. L'ammiraglio al comando della Mano di Zeus disse con aria truce: <<Mi scuso per avervi fatto attendere oltre ogni limite, non confidavamo più trovarvi svegli. Dovremmo terminare le procedure di contatto il prima possibile, capitano, in modo da iniziare il trasporto delle merci, nel frattempo, vi invito a continuare questa discussione a bordo della mia arca, la cui sala ufficiali vanta i migliori alcolici della galassia. Penso vi siate meritati uno strappo alla regola>>. I fedelissimi che erano presenti guardarono il capitano, ma lui non guardava loro, i suoi occhi azzurri erano fissi sulla telecamera posta sopra al monitor. Il suo modo di guardare negli occhi l'interlocutore. Il silenzio durò il tempo necessario per farsi sentire. <<Accetto l'invito ammiraglio, considerateci dei vostri per la cena>>. Senza replica alcuna la trasmissione fu chiusa. Le procedure di contatto iniziarono celeri quanto i dubbi sui volti dei presenti. Fu il capitano a rispondere a tutti: <<La trasmissione dati dovrebbe essere finita ben prima di cena, non vi ho portato fin qui per farvi fare una figuraccia nei confronti del nostro ospite, porteremo i laser con noi, pare sull'ammiraglia ci tengano a fare una buona impressione>>. Il momento dell'attracco arrivò a contatto ultimato. Il capitano fece convocare venti uomini fra gli ufficiali vestiti con le alte uniformi e vennero trasportati nell'arca ammiraglia da un modulo della Lancia Stellare progettato per scorrere dentro uno dei tunnel che collegavano ormai le tue navi. Nell'asettica sala di sbarco li attendeva l'ammiraglio in prima linea, quelli dietro di lui dovevano essere gli ufficiali, ventitré ne contò il capitano, mentre scendeva dal modulo; i numeri sarebbero stati pari se dietro ogni uomo non ci fosse stato un droide da battaglia, modelli automatici, ma molto mal ridotti. Il capitano trattenne un sorriso pensando alla sua vita come un'altalena tra follia e fortuna. L'ammiraglio non si era nemmeno curato di farsi una doccia, da quel suo ghigno truce che portava in faccia s'intravedevano denti d'oro e protesi varie, i capelli erano crespi e sporchi come i suoi vestiti. Gli uomini dietro non erano certo più affascinati. Con le mani che scattavano impazienti ai fucili ad ogni movimento. Gente che stava sul che vive e fin troppo tesi... non era certo gente che teneva all'etichetta, si disse il capitano, decidendo di spezzare il silenzio fra i due schieramenti: <<Non mi sembrate certo l'ammiraglio Adams, reggente da vent'anni della Mano di Zeus, cosa vi è successo in nome della confederazione?>> <<C'era un clone a bordo capitano. Aveva già contagiato un quarto degli uomini, molti dei quali ufficiali, quando il computer ne ha rilevato la presenza. Ma era ormai troppo tardi, il numero dei replicanti era più che sufficiente per passare all'attacco ed oltre metà dell'equipaggio è morto nei successivi scontri. Abbiamo vissuto mesi di terrore, dormendo ad occhi aperti e non potendoci fidare uno dell'altro. Adams ha cercato di riportare l'ordine fino al suo ultimo respiro. Non c'è là fatta ed è morto combattendo, da vero eroe, per isolare, uno dopo l'altro, i livelli che erano pieni di quei fottuti replicanti>> fece una pausa e il sogghigno si tramutò in un primo abbozzo di risata <<abbiamo fatto i gradi in fretta da queste parti: pensate sono diventato ammiraglio con una reputazione di 43 presso la confederazione, che è quanto di più alto rimasto in vita su questa nave. E con altrettanta fretta, devo ammettere il fallimento, siamo riusciti ad esaurire le batterie dei laser dalla quantità di proiettili che quelle schifezze riuscivano ad assorbire, dovevano essere, infatti, di un tipo nuovo, ben adattato alla dura vita spaziale>> fece un altro sogghigno, come per ridere ad una battuta venuta male <<ma per fortuna abbiamo finito l'opera con questi vecchi modelli, li avevamo nella stiva come merce da scambio, per le missioni al di fuori della confederazione. E invece sono serviti a rendere l'inferno dei replicanti un posto un po' più affollato>>. E si mise a ridere grugnendo, seguito subito dagli uomini lui dietro, un filo di muco gli usci dal naso e dopo un colpo di tosse che fece azzittire tutti non diede tempo per la replica alcuna e continuò con voce grossa: <<Ma state tranquilli abbiamo una stiva così piena di Lauronio 392 da poter far girare la galassia al contrario, gli ordini sono cambiati, fate il pieno di ogni necessità e poi si balza dritti nel centro della galassia, siamo tutti convocati dalla confederazione a far rapporto, e a quanto pare a noi e a voi tocca la licenza a vita per atti di eroismo e fedeltà. Ma dite piuttosto, voi capitano>> disse dipingendosi in volto un'improvviso contegno d'alto ufficiale e con la voce più solenne che aveva, <<non sembrate certo il capitano Imanuel al quale la confederazione aveva concesso la Lancia Stellare. Raccontami, dunque, del suo fato avverso, e dimmi il tuo nome e a quanto ammonta la tua reputazione presso la confederazione è probabile che mi sarei dovuto inchinare l'anno scorso>>. <<Inizierò da Imanuel>> rispose il prontamente il capitano <<io stesso ho dovuto ucciderlo, circa tre anni fa, col mio disintegratore. È stato tratto in inganno, ed il software del computer della sua arca non rispondeva più ai suoi ordini, un virus nella trasmissione dati ne aveva cambiato il controllo>> l'ammiraglio cambiò improvvisamente espressione il corpo teso e lo sguardo fisso a sondare l'azzurro degl'occhi del capitano, che continuò: <<Quanto a me, la mia reputazione presso la confederazione è la stessa di ognuno dei miei qui presenti ufficiali, la stessa che condivido con ognuno dei miei uomini, per la confederazione noi siamo, infatti, la più pericolosa squadra di pirati mai esistita>>. Detto ciò aveva già in mano il disintegratore puntato contro l'ammiraglio. Non vi fu alcuna esitazione prima dello sparo, ne tempo per obiezione alcuna. La temperatura all'interno dell'uomo diventò all'istante talmente alta da sfaldare le molecole che lo componevano, lasciando al suo posto una nuvola di vapore. Il computer gracchiò, quindi, nell'interfono: <<Difese in sala di sbarco attivate, chiusura ermetica di tutte le porte in atto>>. I droidi aprirono il fuoco sugli uomini che avevano davanti e gli ufficiali, che non erano certo rimasti a guardare, al segnale del capitano avevano prontamente estratto i laser e aperto il fuoco sugli obbiettivi che si erano prefissati, con uno sguardo allenato, durante il colloquio; avendo ragione di quei disgraziati in un batter di ciglia. <<Difese in sala di sbarco sotto sicura, chiusura ermetica di tutte le porte completata con successo>> confermò il computer. Mentre ritornava sulla Lancia Stellare il capitano parlò alla sala di comando, la sua voce freddissima tradiva un velo d'eccitazione: <<La cena è rinviata di un paio di giorni, c'era un dannato clone a bordo dell'ammiraglia e persino d'un tipo sconosciuto prima. Predisponi per fermare i generatori di ossigeno, Matthew, e appena sbloccate le porte libera tutta l'aria all'esterno, non è certo il caso di fare prigionieri proprio oggi>>. <<Come lei ordina ammiraglio>> rispose Matthew e si diede da fare. ![]() Conosco la mia sorte. Per questo non mi preoccupo per lei... |
|
|
|
|
#5 (permalink) |
|
Armadillidium v.
|
Pirati
Ladri e libertini notori, belve prive d'una morale e del senso della legge: queste le notizie che si erano rincorse per mesi e che infine trovavano la non desiderata conferma nella vela nera e quadrata che poco per volta s’ingrandiva all'orizzonte, mentre il villaggio s'andava confusamente svuotando di persone e di beni. Solo il piccolo Eero, che tanto spesso negli ultimi tempi era stato terrorizzato da quegli stessi racconti, dormiva (o quel che di più simile al sonno gli fosse concesso) e non s’accorse di nulla. Era piccolo Eero, ma non d'età (ch'era ignota), quanto di statura e fors'anche di ragione, o almeno così credevano al villaggio, per quelle sue strane e solitarie abitudini che nessuno sapeva scusare o capire. Non diversamente, quel giorno, s'era allontanato dalle abitazioni e da quel loro meticoloso brusio e adesso sostava nel bosco ai margini d'un corso d’acqua, il cui soffice gorgoglio soleva proteggerlo dall’ingombrante presenza umana. Quanto quel giorno bastasse per coprire anche l’agitazione in corso al paese: ma forse non importava o, almeno, quale che fosse la ragione, non aveva mai avuto importanza e non c’era ragione per cui dovesse averne proprio allora. Già da alcune ore lo sguardo di Eero tracciava nel cielo confusi disegni, quando si risolse a tornare verso l’alveare di case e di gente: invece lo accolse il deserto. Quella stessa sgradevole presenza umana, adesso, nondimeno, lo offendeva con la propria colpevole assenza. Camminò. Senz’accorgersene discese verso il mare. Nel minuto porticciolo che di solito accoglieva soltanto i modesti pescherecci locali, era adesso ormeggiata un’imbarcazione di più ricercata fattura, le cui decorazioni, ormai corrose dal sale e dall’incuria, parlavano di insuccessi e di una qualche funzione perduta. La vela ammainata era bianca, sebbene da lontano la si potesse dire nera. Non s’udiva altro suono all’infuori di quello prodotto dal beccheggio dei natanti e dal frangersi delle onde; potevano essere le dieci del mattino o della notte, Eero non avrebbe saputo dirlo. Una figura di spalle, seduta sul molo con le gambe penzoloni, attirò la sua attenzione: d’intorno non v’era alcun’altra presenza o d’alcuna la traccia. Senza una ragione, s’avvicinò a quella camicia d’un bianco nitore che sul molo continuava a sedere: vide ch’era una donna che con le gambe penzoloni sedeva sul molo e, lo sguardo perso nella scintillante distesa salmastra, si dava piacere in solitudine. Eero ristette. Allora s’accorse che l’approdo non era deserto come gli era parso sinora: un brulicame di minuscole creature s’affaccendava sul ponte e d’intorno agli ormeggi. Alcuni dovevano essere tanto piccoli da non poter essere neppure intravisti, o forse semplicemente invisibili, sicché la loro presenza era soltanto rilevata dai movimenti della casse, del cordame, delle vele, dalla musica di violino che adesso iniziava a distinguersi sullo sfondo continuo prodotto dallo sciabordio del mare contro i legni e il cemento. Sulle murate di prora una bambina con la coda sedeva e piangeva. Pareva davvero che tutte le creature più schive o neglette avessero trovato rifugio in quella casa galleggiante. Eero s’avvicinò ulteriormente alla donna che, voltatasi, con le gambe non più penzoloni sedeva sul molo e lo osservava senza pudore. La camicia d’un bianco candore era slacciata sì che non meno pallidi seni rispecchiavano la luce del sole. Eero seppe di voler rimanere con lei, per sempre. Ma tanto era il suo spirito intento sulla di lei persona mentre schiudeva la bocca per domandarle conoscenza, che non si accorse di uno dei più piccoli membri dell’equipaggio, lo scorpione, che, insinuatosi fra le falde dei vestiti, realizzò il di lui desiderio nel perpetuo abbraccio della morte. |
|
|
|
|
#6 (permalink) |
|
Mietitore
|
Capitano Silvestro Acciaio, comandante della "Beso de la muerte", goletta spagnola rubata agli spagnoli. Nave che, una volta lavato il sangue dell'arrembaggio e caricata di qualche cannone, va bene per la pirateria come un'altra.
Capitano Silvestro Acciaio, italiano, arrivato in Inghilterra chissà come, si fa capire dai suoi uomini a gesti perché non ha mai imparato la lingua. Urla "molto bene" e credono bestemmi, ingiuria santi e papi e sono convinti che reciti messa. Capitano Silvestro Acciaio che ha ucciso finché ha avuto intorno gente che non gli andava a genio, ha depredato finché ha avuto bisogno di oro, ha scopato finché gli andava di scopare e ha calpestato ogni regola e legge che non avesse scritto lui. Non importa granché di tutte queste cose che hai fatto, Acciaio, perché stai per morire. Te ne stai aggrappato a un brandello di murata, abbracciato come un bimbo alla mamma, nella tempesta, gli abiti così zuppi di acqua salata da bruciare sulla pelle, le orecchie ormai sfondate dall'urlo del vento e dei tuoni. Hai le braccia forti, Accaio, per tenerti al legno della Beso de la muerte? Poco importa perchè la nave sta venendo giù, in mezzo alle onde e scenderai con lei, prima o poi. Io mi nutrirò della tua anima, perché ho molta fame. Le anime che hai mandato giù lungo il filo della tua spada mi sono risultate indigeste. Troppo rancore, troppo odio nei tuoi confronti. Hai goduto della loro dipartita quanto lorosi sono avvelenati di vendetta. Al primo morso il sapore del loro risentimento mi ha costretto a vomitare. Per te, invece, solo il mare a ucciderti. E sai la cosa più deliziosa? Al mare non interessa niente di te. Non gioirà di averti cancellato dal mondo, non esulterà assieme a coloro a cui recato dolore, non vivrà la tua fine come un trionfo della giustizia? Sai una cosa, Acciaio? Nella stessa tempesta, a molte leghe da qui, il mare sta portando via con sé un sant'uomo, un uomo che ha speso la sua vita per aiutare gli altri. Morirà come te, il mare non capirà nemmeno la differenza. A pensarci a me viene da ridere. A te forse no, con i denti stretti a fissare i nembi e le dita trafitte dalle schegge di legno, ma a me si. Chi preferisci, Acciaio? Me, che mi godo lo spettacolo o il mare che se ne frega? Non importa nemmeno questo. Prima andrai da lui, poi verrai da me. Aspetta, Accaio, aggrappati bene. Mi accorgo ora che non ti ho detto il mio nome e non posso lasciarti scivolare via così. Resisti ancora un momento mentre te lo sussurro. Sono lo spettro della tua prima vittima, sono ciò che rimane del sogno che avevi prima di partire per le avventure. Sono il Silvestro Acciaio che viveva nella sua terra, sudava il suo lavoro, costruiva una sua famiglia. E sono ancora qui, a osservarti crepare, perchè oggi ti accorgi che sono ancora nel tuo cuore, sotto gli strati di sangue e morte che la stupida gloria ti hanno costretto ad accumulare. E sono così carica di rancore perché questo è il tuo rancore, Silvetro Acciaio. Perché ora che tutto finisce e il mare arriva, quello che godrà della tua morte sarai tu stesso, la persona che più di ogni altra, ormai ti odia. Buona morte, Silvestro Acciaio. Puoi ancora sperare che sia rapida. Puoi continuare a lottare. A me, viene semplicemente da ridere. ![]() Cymon
Follow the Rabbit! Il primo risultato di Google se cercate "adolescenti coreane"! ![]() FTR è su Facebook! Il mio libro, Milano Ultima Fermata |
|
|
![]() |
| Bookmarks |
| Utenti attualmente attivi che stanno leggendo questa discussione: 1 (0 utenti e 1 ospiti) | |
| Strumenti discussione | |
| Modalità visualizzazione | |
|
|