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#1 (permalink) |
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Mietitore
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Buongiorno Angeli,
la missione del giorno è scrivere un racconto a tema: Normalità Che a essere pazzi con la pazzia son buoni tutti. ![]() Cymon
Follow the Rabbit! Il primo risultato di Google se cercate "adolescenti coreane"! ![]() FTR è su Facebook! Il mio libro, Milano Ultima Fermata |
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#2 (permalink) |
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Mietitore
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Pur essendo solo un segretario del Terzo Circolo iniziato ai Segni, reclutare per la Missione il nano Har'dukat toccò a me, come toccava sempre, giacché io e Har'dukat ci conoscievamo da tempo, da prima che lui ricevette i suoi Tagli d'Ascia e io il cominciamento alla Dottrina.
Har'dukat, nano errante, eroe di mille battaglie, da tempo era andato a vivere lontano dalla sua gente, al limitare della Pianura Grande, in una vasta tenda allestita secondo i sontuosi principi degli scieicchi delle sabbie. Mi era noto che chi cercasse di intrufolarsi nella tenda senza annunciarsi rischiava, minimo, di perdere una mano, così, davanti al suo ingresso, mi fermai e gridai: "Har'dukat, l'emissario dell'Impero è qui" Un telo di cotone grezzo chiudeva la tenta e quando venne scostato feci un balzo indietro e mi ritrassi. A muoverlo, infatti, era stata un'amazzone di almeno due metri, la belle color dell'ebano, le forme scolpite. Il seno prosperoso di un'allattatrice di semidei, le cosce di una cacciatrice di gazzelle a piedi. Mi guardò sbarrando gli occhi, come se il mio annunciarmi fosse stato un affronto, scostandosi dalla fronte i capelli, che portava acconciati a caschetto e tinti di bianco, con una tintura pastosa che li lasciava come impiastrati, con effetto sgradevole, oltretutto sulla sua persona così slanciata. "Har'dukat?" chiesi, perplesso. Il nano le apprve rapidamente al fianco, o per meglio dire al ginocchio. Har'dukat era un nano, aveva tutte quelle proporzioni nanesche per cui i nani erano noti. Le sue gambe erano una caviglia della donna. Il suo seppur muscolo torace non gli permetteva di arrivare alla vita, il suo testone, con tutta la barba, era a malapena paragonabile a una sua tetta (e, per varie ragioni, studiai questo paragone a lungo). Har'dukat vestiva di una semplice tunica e portava con sé una piccola ascia d'appartamento. I nani non abbandonavano mai l'ascia, ma in casa ne avevano di dimensioni pratiche. "Ethermael lo studioso!" esclamò "E' tempo che non passi!" Non mi ero ancora del tutto ripreso. A destra, la scultura di donna che più di una stilla di sudore doveva aver spremuto agli dei della creazione. A sinistra il nano, che probabilmente era venuto via a gratis, agli inizi del giorno. "Har'dukat?" ripetei, lanciando un eloquente sguardo verso l'amazzone, bhe, uno sguardo un po' più in alto. "Oh si!" fece il nano "Questa è Aleha! La mia compagna! Parla solo Nimmerico, ma tanto in pubblico non parla granché in generale!" I miei occhi percorsero lungamente Aleha un paio di volte. Un viaggio tanto lungo che ebbero loro stessi il fiatone. "La tua... compagna? Compagna di lotta?" "Eh!" fece Har'dukat. Mi venne vicino e mi diede di gomito poco sotto la cintura con fare cameratesco "mica solo. Eh... cioè, brava con la lancia, ma... eh.. ma... eh..." Ci provai. Perchè la Dottrina e la Devozione ai Numeri insegnano l'esercizio dell'immaginazione e dell'astrazione. Ci provai a pensarli insieme, combinati in tutte le posizioni più sensate e anche in alcune meno sensate. Ma non ci riuscii per niente. "Com...pli...men...ti" dissi, mentre pensavo di sottoporre la questione al circolo dei Saggi. La donna sorrise, un'alba avorio sul suo viso scuro, poi disse qualcosa in Nimmerico e si ritirò. Io guardai il mio amico nano a lungo. "Facciamo due passi?" La missione per cui ero giunto a lui era improvvisamente passata in secondo piano. Parlammo un po' di Aleha finché Har'dukat non cominciò. "Pensavo di portarla da mio padre. Sai, le cose regolari. Sgozzare gli agnelli, gli altri riti eccetera eccetera. I Nimmerici non sono formali, ma sai come sono i nani" Mi sedetti su una roccia. "Vuoi un parere da Incisore di codici?" "Un parere di che genere, scusa?" "Vuoi che ti dica cosa farà tuo padre quando gliela porterai?" "Bhe, ripeto, la cosa degli agnelli, poi se sta pass..." "Har'dukat... tuo padre ti sfiderà in duello e ti ucciderà" Il nano rimase fermo immobile, fissando oltre me, come per sfuggire alle mie parole e impedire loro di raggiungerlo. Poi si sedette a sua volta davanti a me. "Tu dici?" "Mio buon amico, quella donna è stramaledettamente ALTA" Har'dukat arrossì. "Oh, guarda, la cosa comporta dei vantagg..." "Non mi interessano i vantaggi! Hai mai sentito di una persona così ALTA integrarsi con una comunità di Nani! Non siete... non siete una coppia... normale!" Curiosamente, quello che dissi strappò fuori l'eroe dal mio amico, che quindi tornò in piedi e si inorgoglì "Ho spezzato con la mia ascia monti e castelli! Penso di poter decidere cosa sia normale e cosa no! Non credi?" "Stiamo parlando di qualcosa di molto più duro di una fortezza, Har'dukat!" "Bhe, significa solo che dovrò picchiare più forte!" "Ma..." "Ethermael! Io e Aleha ci amiamo! Questo è normale! E' la cosa più normale del mondo! Ed è ancora più normale se pensi quanto è bella Aleha! E sarà questo che dirò a mio padre, al mio popolo e a tutto l'impero, se necessario! GLi dirò quanto è normale amare Aleha e quanto io ho diritto alla NORMALITA'!" "Capisci, Baramial? Si è arrabbiato come non avevo mai visto! Faceva paura! Non ho intenzione di toccare mai più l'argomento con lui" Raccontai il mio incontro a Baramial appena tornato alla Biblioteca. Avevo bisogno di sfogarmi e una strega rossa come lei era la persona più adatta. "Mi sembra molto saggio" mi disse subito "Non credo sia comunque sensato mettersi sul cammino di uno come Har'dukat" "Vero.. e poi sono solo uno studioso imperiale. Cosa mi importa delle usanze nanesche. Senza contare che Aleha è DAVVERO molto bella" "Ah si..." Baramial mi parve come reticente a parlare, cosa che non ti aspetti da una strega, la guardai con occhi inquisitori "C'è qualcosa che ti imbarazza in tutto questo?" Lei abbassò lo sguardo "Ethermael, tu hai un po' di conoscenza delle usanze dei paesi... quelli a sud?" "Uhm... non è una conoscenza che l'impero ritiene importante quindi..." "Quindi non sai niente delle insegne nimmeriche?" "Nah..." "Non lo sai che sono i guerrieri MASCHI che si tingono i capelli di bianco?" Abbassai lo sguardo io, a quel punto. Un po' più in basso di dove lo teneva Baramial. "Ah..." "Si, solo loro" "Ma aveva due grandi..." "Incantesimo che ti insegnano al primo cerchio. Qualsiasi sciamano lo sa compiere, duraturo pure. E a molti... quelli che... quando hanno... bhe, gli piace..." "Oh..." Tacemmo. Ci guardammo. Riabbassammo lo sguardo. "Bhe, se si vogliono bene..." "Oh si, cosa c'è di più normale che volersi bene" ![]() Cymon
Follow the Rabbit! Il primo risultato di Google se cercate "adolescenti coreane"! ![]() FTR è su Facebook! Il mio libro, Milano Ultima Fermata Ultima modifica di cymon : 08-10-2011 alle ore 14.09.14 |
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#3 (permalink) |
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Armadillidium v.
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Dio guardò l'uomo ancora una volta. Già in questo semplice atto c'è più di quel che sembra. Se a guardare l'uomo ancora una volta fosse stata una creatura di questo mondo, si sarebbe svolta una scena pressappoco di questo genere: la creatura guarda l'uomo; non lo guarda più; lo guarda ancora una volta. Una mosca svolazza d'intorno ed ecco che la creatura trova altro oggetto per la propria attenzione; il sole tramonta ed ecco che l'uomo le si sottrae parimenti alla vista. Ma non c'è notte per quanto buia, animale per quanto ingombrante o fenomeno per quanto interessante che possa sottrarre l'uomo alla vista o all'attenzione di Dio. Dio che vede con la mente, cioè pensa, costantemente pensa l'intero esistente. E non soltanto l'esistente presente: Dio pensa il multiverso. Il suo modo di distogliere lo sguardo, pertanto, oltre ad essere del tutto intellettuale, è anche profondamente motivato.
Ora, per quanto le motivazioni di Dio, quali che siano, rappresentino l'inintelligibile per antonomasia, non è difficile capire che ne avesse abbastanza. Quell'idea di creare l'uomo a propria immagine e somiglianza non aveva del tutto funzionato: che a volerlo rendere libero e dotato di ragione, s'era ritrovato prevalemente con un mucchio di stronzi. Senza tirarla troppo per le lunghe, era giunto il momento di disfare quel che era stato fatto. E fu così che la volontà perfetta e sempiterna di Dio si proiettò su questo mondo con velocità superiore a quella di un impulso neurale, per chiudere la breve parentesi dell'uomo e della non meno immeritevole donna. Era una bella mattina d'ottobre: Fido corse a raccogliere il bastone e si voltò per riportarlo indietro. Non vide nessuno. Sedette e attese. Il mondo avrebbe forse potuto respirare per qualche tempo, ma nessuno conosceva le regole del gioco quanto il loro creatore: la scimmia doveva essere egualmente terminata, e con lei i pesci del mare e gli uccelli dell'aria, i batteri e gli organismi monocellulari. Era una bella mattina d'ottobre e il bastone cadde dalla presa di mascelle che non esistevano più. Il vento scuoteva le fronde degli alberi e il mare continuava a frangersi sulla riva, ma non vi era alcuno che potesse udirli o vederli. Il mondo era bellissimo, ma Dio non aveva ancora compiuto la propria opera. Adesso con più vigore e senza trovare ostacolo nelle fronde degli alberi, il vento continuava a spazzare la terra, non più viva, non più bella. Con la stessa mano inesorabile il creatore si portò quindi sulle acque del mare, dei fiumi e dei laghi di tutta la terra, prosciugandoli sicché non più la casuale combinazione degli elementi potesse ivi generare la vita. La terra, ormai vuota se non di sabbia, continuò a rotolare per qualche istante lungo la propria orbita. Nessuno la vide sparire, neppure gli occhi inanimati della luna che con essa disparvero, non il sole, non le stelle che tutte si spensero nelle galassie vicine e lontane. E quando anche la più piccola delle particelle fu rimossa dal multiverso, Dio vide che il nulla era cosa buona. Il tutto, o forse nulla, finalmente ritornava alla normalità. Ultima modifica di Elrond. : 08-10-2011 alle ore 00.59.14 |
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#4 (permalink) |
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Esiste un Di0!
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E’ una giornata fredda, umida.
Alle porte c’è la stagione delle piogge. Così ormai si dice da queste parti, quando dopo una giornata autunnale è violato il tacito patto tra le stagioni e sembra piovere per sempre. L’ultimo dono di oggi è il lieve torpore del sole. Ti alzi con attenzione, assumendo la stessa aria di un vecchio settantenne incazzato. Cerchi l’intesa di chi è seduto di fronte, proponendo una smorfia a mezza bocca per simpatia. “Oh, e sta arrivando la stagione delle pioggie…”, ti dice uno seccamente e scuotendo la testa, come se te la fossi cercata. Apri rumorosamente la porta della biblioteca disturbando chi studia e chi fa finta per prendersi in giro, ti volti mordendoti il labbro con gli incisivi e in un attimo sei fuori. L’attività delle cinque è ciondolare per il corridoio della facoltà strusciando i piedi con aria distinta, scendere gli scalini e rifugiarsi in giardino. Da quando la pioggia esiste nella tua vita hai sempre ringraziato quel miracolo che si compie quando la terra si bagna. No, non è il fatto che la pioggia di fatto sia fonte di vita per tutto ciò che esiste. Quell’odore…poco altro è così inebriante, l’odore della terra bagnata. Un piccolo nirvana. A volte basta questo per farti staccare la spina, ed è questo il miracolo, fermare i pensieri. Sdraiato sulla panchina ti immagini come Snoopy sulla sua cuccia. Abbozzi un sorriso mentre le dita partono alla ricerca di un pacchetto perduto nei meandri della borsa, appena lo afferri senti parlare. “Ciao scemo” Ruoti stancamente la testa e con una faccia che non tradisce l’appellativo saluti quello che dal tuo punto di vista sembra un palo della luce con dei vestiti addosso “Ehi Dudì!” Tra i migliori amici che si possano avere: Dudì, un essere di un metro e novanta, talmente magro che di profilo diventa a due dimensioni, quello che quando ti senti giù viene a casa e ti prende a calci nel culo pur di farti reagire. Dudì si avvicina, inarca un sopracciglio alla Michael Madsen e con il solito fare spocchioso introduce una conversazione: “Ancora con questa coglionata delle sigarette? Quand’è che la finisci?” “Lo sai che lo devo fare” “Ma si è mai visto uno che spezza le sigarette a metà per non fumare?!” “No” “No cosa?” “Non le spezzo a metà! Le divido almeno in quattro parti, hai idea di quanto costano le sigarette?!” A quel punto Dudì cerca maldestramente di nascondere una risata dietro uno sguardo di disapprovazione, e dice con una voce bassa che per niente si addice alla sua figura filiforme “A volte penso che non ti faccio male abbastanza. Ti…” “Sei una mezza sega” lo interrompi sorridendo ad occhi chiusi. “…ti ricordo che stasera c’è la cena da me, sono giorni che non ti fai vedere. Va bene, un periodo di isolamento ci vuole, ma sta cominciando a girare la voce che sei diventato sociopatico. Insomma, come definiresti una persona che di punto in bianco si chiude in sé stessa senza reagire agli stimoli esterni? Siamo ai confini dell’autismo!” “E’ una cosa normale…” “La maggior parte delle persone non si comporta come te, no, ti sbagli di grosso” “Io non credo” Il sole è basso, molto studenti stanno uscendo per tornare verso casa, cerchi di concentrarti sul rumore delle biciclette che colpiscono le rastrelliere mentre il silenzio insinua pensieri in entrambi. “Sono il tuo migliore amico e non ti vedo da dieci giorni. Perché fai così? Pensi di essere migliore degli altri? Che certe cose non dovrebbero toccarti? Tutti si prendono delle fregature, la vita è fatta così!” “La luna nueva. Ella también la mira desde otra puerta” “Svegliati! Se rimani lì non ci sarà nessuno che verrà a prenderti, lo capisci? Scendi da quella cazzo di cuccia Linus!” “Snoopy” “…cosa?” “Il cane si chiama Snoopy" Dudì sopraffatto rimane in silenzio. Hai gli occhi chiusi ma senti che ti sta fissando. “Ricordati, stasera.” “Contaci”, gli dici mentendo. Si alza e si allontana. Apri gli occhi e fissi il cielo, cercando di rallentare la corsa del tuo cervello. Nuvole,un vento freddo spazza via le ultime speranze di una giornata troppo lenta, lontano si sente un boato. Comincia a piovere. ![]() Un muto dice a un sordo: "c'è un cieco che ci spia"
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#5 (permalink) |
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perché no?
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Normalità
Che il mondo non sia la quintessenza di un'eterna razionalità si può dimostrare definitivamente con il fatto che quella parte del mondo che noi conosciamo – e cioè la nostra ragione umana – non è eccessivamente razionale. Umano, troppo umano (Friedrich Nietzsche) Che cosa dice la tua coscienza? – «Tu devi diventare colui che sei.» La gaia scienza (Friedrich Nietzsche) Gli antichi greci, quel popolo di pazzi che erano, mettevano in mostra tutta la loro immonda barbarie (ed a questo proposito è veramente ironico che siano stati proprio i greci a fare della distinzione fra loro stessi e ciò che consideravano “barbaro” il leitmotif della propria cultura) nella pratica oscena e vana della consultazione degli oracoli. Tanto poca era la loro lungimiranza e tanto scarsa la loro attitudine ad esercitare il dono dell'intelletto, che essi erano soliti lasciare che nelle questioni più importanti fossero i loro oracoli, e non loro stessi, a prendere le decisioni e ad avere l'ultima parola; e così i greci non si dedicavano alla mietitura e alla vendemmia, non scendevano in guerra e, addirittura, non stabilivano un governo, senza avere il consenso di questo o quell'oracolo; sicché ogni greco, in un modo o nell'altro, non fosse altro che una marionetta nelle mani del caso e dell'arbitrio sregolato di chicche fosse. Di tutti gli oracoli quello più famoso e visitato fu, al di là di ogni dubbio, quello di Delfi, eretto nel nome di Apollo, dio del sole e tramite fra gli uomini e il signore del panteon greco, Zeus. Tanta e tale fu l'importanza dell'oracolo di Delfi nella cultura greca che era considerato normale, durante l'epoca classica, che tutti gli individui dotati di un certo particolare intelletto (e quindi particolarmente pazzi) vi si recassero in pellegrinaggio almeno una volta nella loro vita, a dispetto di ogni impedimento o distanza. Per comprendere quanto questa pratica fosse assurda bisogna ricordare che l'oracolo poteva parlare una sola volta, nella durata di un anno solare, e che il suo proferimento era regolato soltanto dal suo proprio arbitrio, sicché alla fine fosse quasi impossibile, se non del tutto impossibile, che alcuno dei filosofi greci che si accingevano al pellegrinaggio riuscisse veramente a partecipare alla saggezza dell'oracolo, se non si vuole considerare troppo blasfemo dare questo nome al delirio di un santone da mercato. Questi fatti (e molti altri che si potrebbero citare) compongono un'immagine chiara della pazzia del popolo greco, basti pensare che i migliori fra di loro, i maggiormente dotati nel campo della filosofia e delle scienze, intraprendevano sistematicamente un viaggio senza meta, generazione dopo generazione, per ottenere nient'altro che il magro conforto di leggere la scritta che campeggiava sull'architrave dell'oracolo di Delfi: γνῶθι σεαυτόν, “conosci te stesso” (massima che essi sicuramente conoscevano bene anche prima di intraprendere il viaggio); e quindi tornavano sistematicamente soddisfatti in madre patria, convinti di essere tornati arricchiti da quel viaggio, ed anzi convinti che fosse stato il viaggio stesso ad arricchirli (ben consci, nella loro pazzia, che difficilmente potevano aver conosciuto diversamente qualcosa che conoscevano già e che, per di più, era nient'altro che un vile proverbio, proprio come uno qualsiasi di noi non potrebbe considerare se stesso maggiormente erudito nell'ascoltare il proferimento “Chi ha tempo non aspetti tempo”). Similmente non sorprende che il più saggio in assoluto fra gli antichi greci (e quindi il più pazzo) fosse stato nominato tale proprio dall'oracolo di Delfi e che la sua filosofia non fosse nient'altro che una ripetizione, fino alla nausea, di quel solo principio capitale “conosci te stesso”, tanto vuoto e odioso (specialmente se somministrato in dosi tanto massicce) da far si che quel saggio fosse condannato per disperazione a morte, proprio da quel popolo di cui avrebbe dovuto essere stato l'esponente migliore; tale uomo era Socrate, la cui pazzia era tanto avanzata che si racconta egli avesse interiorizzato l'oracolo, nella forma di un demone, e lasciasse che fosse questa caricatura interiore dell'oracolo a prendere per lui tutte le scelte. Che il pellegrinaggio a Delfi avesse valore proprio in quanto viaggio e poi un'assurdità doppiamente paradossale, soprattutto se si considera che la famosa massima “conosci te stesso” non è una vera e propria risposta, ma casomai una domanda. I filosofi greci quindi intraprendevano un lungo viaggio senza meta, nella speranza della saggezza, e tornavano indietro, con massima soddisfazione, con una domanda che credevano essere una risposta e in virtù di questo era celebrata la loro maturità speculativa. Questo fatto può essere considerato una metafora dell'intera filosofia greca, che non trovò mai risposte, ma piuttosto domande e non arrivò mai da nessuna parte, sebbene viaggiò molto. Altro pensiero tanto folle e sconclusionato la storia dell'uomo non ha mai conosciuto. L'unico greco ad accorgersi di questo inganno fu forse Pindaro, nei quali versi, che sono delirio, ma non certo pazzia, viene enunciata un'altra massima capitale “divieni ciò che sei”, complementare a quella dell'oracolo di Delfi, come una risposta è complementare ad una domanda. Infatti se è vero che conoscere se stessi sia sicuramente un intento nobile, è altresì vero che la logica pratica che deve seguire dalla conoscenza di se stessi (e quindi dalla domanda capitale) è il libero esercizio della propria volontà nell'atto di farsi ciò che si è scoperto essere (e quindi la risposta capitale). Sfortunatamente era del tutto estranea al popolo greco, composto di inetti e idioti, l'idea stessa della possibilità di esercitare la propria volontà, tanto che non pare eccessivo sostenere che ogni greco fosse, a conti fatti, incapace di esercitare il dono del libero arbitrio, del quale tuttavia il buon Dio lo aveva certamente dotato. Esempio evidente di questa incapacità del popolo greco è appunto la pratica degli oracoli, ma per capire fino in fondo quanto questa inerzia dell'intelletto fosse radicata nella mentalità greca ci si deve rendere conto del mondo sostanzialmente negativo con il quale essi consideravano il divenire stesso, cioè il cambiamento. A questo proposito si pensi all'orrore con il quale quell'altro greco pazzo, Parmenide, constatava che tutte le cose sembravano, nell'atto del loro divenire, una mescolanza di essere e non-essere, e, in quanto l'essere non ammetteva secondo lui gradazioni, non fossero affatto (nulla è!). Le stesse becere considerazioni sulla natura delle cose portarono Eraclito a sostenere πάντα ῥεῖ “tutto scorre”, nel senso che tutto è, ad un tempo, essere e non-essere, vita e morte, potenza e atto, nel suo farsi realtà effettuale e sensibile; un magro antidoto il suo, alla malattia mentale parmenidea, che tentava di salvare l'esistenza delle cose appiattendola sulla normalità del letto di un fiume. Tutti questi esempi rendono evidente che i greci non potevano seguire il consiglio di Pindaro e divenire ciò che realmente erano, realizzandosi, in quanto, di fatto, erano inorriditi dalla concezione stessa di un “divenire” e preferivano di gran lunga considerare loro stessi come marionette nelle mani del destino, ingranaggi in una grande macchina deterministica, che se non avevano libertà avevano, per lo meno, un posto del mondo. Quanto è più nobile della pazzia degli antichi greci il pensiero moderno, quello che, inesorabile, a partire dall'illuminismo, ha liberato lo spirito dell'uomo e ne ha fatto creatura autentica, capace di auto-realizzazione. Quanto migliore del concetto di “destino” quello di “libertà”, quanto più bella dell'idea di “necessità” quella di “giustizia”; quelle idee e quei concetti che costituiscono l'ossatura concreta dello spirito di un tempo libero, quello stesso spirito che cavalcò, orgoglioso, fianco a fianco del bianco destriero di Napoleone, fecondando le genti d'Europa, prima, e poi tutti gli altri popoli, rendendo il mondo pregno dell'orizzonte bello e pieno della libertà! Nel mondo degli spiriti liberi non c'è la normalità opprimente e plumbea dello scorrere di un fiume, il concetto stesso di normalità, al di fuori delle rozze indagini statistiche, è un ossimoro. Non c'è normalità perché non c'è individuo che sia paragonabile ad un altro e non c'è alcun destino al di là di quello che gli individui si formano con le proprie mani. Ogni uomo moderno è uomo libero, in maniera diametralmente opposta a quella degli antichi greci, ed ogni uomo libero è nient'altro che l'atto costante di riconoscersi per ciò che si è e diventare orgogliosamente tale. Ognuno di questi spiriti liberi è cosciente, autocosciente e dotato di ragione ed impiega il suo tempo ad essere, per così dire, pastore del suo proprio essere. Tale è la portata di questo prodigioso progresso, che ha illuminato le tenebre dell'antichità e ha restituito dignità all'esistenza, glorificando quanto di umano c'è nell'uomo. Tutte queste cose pensavo, ed anche altre, in una mattina chiara di tanti anni fa, mentre mi accingevo con umiltà e rassegnazione a fare la fila in un ufficio delle poste, nell'attesa di versare i bollettini delle tasse e potermi finalmente andare a prendere un caffè. In attesa, come me, erano in molti e in molti avanti a me, sicché la giornata fu lunga e l'inerzia stimolò queste mie speculazioni. Poi finalmente arrivò il mio turno e non ci pensai più. |
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Cavaliere Errante
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Normalità
...avere una vita normale vuol dire aspettare la morte con indifferenza... La mia vita è iniziata il giorno in cui Marta disse quelle parole. Io avevo vent'anni, appena compiuti, lei uno di meno. Eravamo di ritorno da un week-end passato in un paese sulle rive del Lago di Garda; dove lei aveva sempre sostenuto di avere parenti da cui la sua famiglia discendeva. Non ho mai capito se la delusione delle sue perdute origini non ritrovate, fosse stata la causa delle sue parole, ne ho mai capito se il fine di quel viaggio fosse stato premeditato o meno. Marta morì a trentotto anni. Prima che Marta parlasse non mi ero reso conto della mia vita precedente. La mia buona famiglia mi aveva indotto una rigida educazione, lasciandomi però, forse perché primogenito maschio, usufruire d'ogni bene, e non nego, che mai nella mia adolescenza mi è mancata cosa alcuna. Sebbene, il mio ardire ha sempre dato per scontato, che ciò del mondo su cui posi il mio sguardo mi appartenga, e sia frutto che va colto e masticato. Non potevo, quindi, comprendere il valore di ciò che nell'esistenza mi era stato regalato; non avendone mai provata l'assenza. E soltanto l'infinito, su cui non potevo porre sguardo, era il mio volere, e tale privazione mi assetava. E tutto era nulla. Marta è sempre stato il mio giocattolo preferito, lo preferivo a qualsiasi altra attività, sopratutto perché non sapevo giocare. E inventavo le regole per poterle infrangere. Marta parlò, mi pare per la prima volta, ma forse per la prima volta io l'ascoltai, che era notte. Tornai a casa all'alba. Il nulla era tutto da adesso. Il giorno dopo mi alzai senza aver dormito. Capii davanti alla colazione che quel caffè aveva proprio una sua aroma, unica e irripetibile, e che avrei perso nel tempo; come avevo perso Marta. Lei non c'era più, ci ho messo anni a comprenderlo. Anni tristi ma necessari, dove cercavo in un volto, in un nome o in un gesto, quella bambina che mai bambina era stata. Quella sua cieca sottomissione e l'amaro di quelle sue ultime parole. Quella sua dolcezza e quella sua tenacia... ed affogavo ogni mio fallimento in quello che più vicino trovavo, fosse un altra donna, fosse una bottiglia di vino, un foglio di carta su cui scrivere o tracciare qualche scarabocchio, un buon libro, o più semplicemente un insulto lasciato per strada a qualche altro viandante. Fu quando la rabbia stava per diventare abitudine che qualcuno mi diede dei soldi per impiegare il mio tempo per i suoi fini, comprando lo scopo della mia vita. Così iniziai a lavorare per la Acme. All'inizio era questione di poco tempo e minor impegno, sebbene ne fossi molto orgoglioso. Con gli anni le responsabilità crebbero, c'erano persone, adesso, che facevano ciò che gli ordinavo. Mi divertii con alcuni di loro; ma poi smisi, quando il piacere fuggì via assieme al sapore del caffè; preso spesso di fretta... e troppo caldo. Il piacere era già lontano da cosce bionde e poi anni dopo more. Non so se l'Architetto ne provò alcuno a disegnarmi una casa. Quando Marta morì la mia vita era già finita da tempo. La mia vita è finita il giorno in cui presi quel caffè senza nemmeno esserne cosciente. Non ci sono stati più libri sul mio comodino, niente più fogli dove fermare un pensiero. E i mie figli, ormai adolescenti, mi odiano, guardandomi con disprezzo; provando ribrezzo nel constatare la normalità di una vita. ![]() Conosco la mia sorte. Per questo non mi preoccupo per lei... |
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