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Vecchio 22-10-2011, 14.30.47   #1 (permalink)
Armadillidium v.
 
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Predefinito [VS - Reloaded] 'Il resto è storia'

Volevo pensarci più a lungo, ma in questi giorni non ho proprio avuto il tempo. D'altra parte, siamo tanto caduti in basso coi titoli di cymon che peggio non potevo fare io
Mi è balzato alla mente questo soggetto e il modo in cui può essere utilizzato, anche se ovviamente mi aspetto che lo utilizziate in modo diverso da come lo immagino io
Elrond. non è collegato   Rispondi citando
Vecchio 10-11-2011, 10.17.03   #2 (permalink)
perché no?
 
L'avatar di Martox29a
 
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Il resto è storia

Per tempi interminabili, epoche senza fine, era stato qualcosa di diverso, di primitivo, istintuale; poi, proprio come l'esperienza trasforma le persone, il tempo l'aveva trasformato. All'inizio di tutte le cose era stato soltanto una forza disincarnata, cieca e incosciente, che muoveva i cieli e plasmava ogni cosa secondo l'ordine che la sua stessa natura gli suggeriva; poi tutte le cose erano cambiate, e lui con loro: si era fatto carne e sangue, forma determinata, liberamente ispirata alle forme della natura, si era fatto volontà e coscienza, proprio come la volontà e la coscienza che gli uomini che aveva osservato credevano di avere, si era fatto più complicato, perché l'ordine delle cose era diventato più complicato e lui doveva rispecchiare quell'ordine e vegliare su di esso. Al culmine della sua trasformazione aveva ricevuto un nome, se l'era dato o glie lo avevano dato, non lo ricordava, ma al culmine di tutto seppe finalmente cos'era: era un angelo. Gli uomini credevano nella sua esistenza, anche se non l'avevano mai visto, e la loro fede era ben riposta perché lui era lì, fra di loro, e vegliava.
Però forse il genere umano lo aveva un po' idealizzato: lui era più simile a loro di quanto essi non immaginassero, non conosceva tutte le risposte e si stupiva e si meravigliava ancora nell'osservare le cose del mondo. Certo lui era lì all'origine dell'universo, questo lo ricordava bene, ma tuttavia non ricordava se in principio ci fosse stato un creatore o meno, e alla fine era questa la domanda che contava. Lui in qualche modo era la testimonianza di una certa volontà d'ordine, questo era sicuro, ma a chi appartenesse questa volontà non lo sapeva; per quel poco che ne sapeva, a dire il vero, poteva anche essere la sua propria volontà a far funzionare tutto, senza una ragione precisa, semplicemente perché il suo istinto lo spingeva a mantenere un certo ordine, proprio come gli uomini sono naturalmente spinti a nutrirsi e dissetarsi, quando hanno fame e sete. Al contrario degli uomini lui vedeva il passato e il futuro e in un solo sguardo riusciva ad abbracciare molti mondi possibili, ma anche questa era una capacità sopravvalutata, perché proprio come gli uomini non vedevano il mondo con il loro occhi, ma solo minuscole e insignificanti frazioni del mondo mentre guardavano, così anche lui non vedeva il passato e il futuro, ma solo insignificanti proiezioni di tutti i mondi possibili, il minimo di cui aveva bisogno per esercitare la sua funzione, qualsiasi essa fosse.
L'unica cosa certa era che tutto era diventato più complicato da quando l'uomo era entrato in scena, una volta portare ordine era questione semplice, bastava correggere di poco la traiettoria di una galassia, aumentare o diminuire di poco la massa di una stella: cose da niente. Ma da quando gli uomini erano entrati in gioco tutto era diventato assurdamente più difficile, quello che succedeva nelle loro testoline era più complesso di qualsiasi altra cosa nell'universo ed ogni loro pensiero, anche il più semplice, aveva il potenziale per scatenare una catastrofe. Avevano una naturale attitudine al caos proprio come l'angelo aveva una naturale attitudine all'ordine, con la differenza che lui sapeva cosa faceva (sebbene non afferrasse il principio primo, il senso) mentre loro lo facevano e basta e quando ci pensavano troppo su o giungevano alla conclusione sbagliata o facevano ancora più danni.

Erano le prime ore del mattino del ventotto Giugno 1866 e l'angelo stava pensando esattamente a queste cose, mentre guardava le campagne intorno a Gottinga bruciare. La bassa Sassonia era stato un posto meraviglioso in altre occasioni, ma poche ore prima lì si erano scontrati due eserciti, in quella che la storia avrebbe ricordato come la battaglia di Langensalza, e la campagna adesso non aveva un aspetto tanto piacevole. Gottinga e la sua università erano rimasti relativamente intatti, sebbene ancora barricati e pronti a difendersi: la notizia della vittoria dell'impero di Hanover sull'esercito prussiano non era ancora giunta.
L'orizzonte, ad ovest, albeggiava, ma la luce era ancora pallida, incapace di competere con i numerosi fuochi che bruciavano in lontananza. L'angelo si trovava su un'altura fuori dalla città, accanto alle mura del famoso osservatorio astronomico in cui Gauss aveva condotto alcuni dei suoi esperimenti. Il luogo e il tempo erano perfetti per continuare a guardare la devastazione portata dalla guerra, insieme al placido scorrere del fiume Leine, rorido di sangue e morte, interrogandosi sul senso di tutte queste cose.
Questa era un'altra cosa che l'angelo aveva imparato dagli esseri umani: insieme alla loro forma e alla coscienza, aveva preso anche l'abitudine di interrogarsi sulle cose, di cercare senso, anche quando evidentemente non ce n'era alcuno. La complessità degli esseri umani lo affascinava, ma ancora di più lo affascinava la loro illusione perenne di libertà, il modo in cui si rapportavano alla volizione, quello che per molto tempo avevano chiamato “libero arbitrio”.
L'angelo aveva acquisito tante delle caratteristiche degli esseri umani, ma non questa: non era mai stato capace di considerare se stesso “libero”, perché vedeva troppo bene i vincoli che lo legavano alla sua posizione nell'universo. Lui era sempre lì a fare la cosa giusta quando ce n'era bisogno, il fatto che sapesse sempre quale fosse la cosa giusta e quando ce ne fosse bisogno, altro non era che una testimonianza del fatto che doveva essere all'opera una predestinazione di qualche tipo, un piano, non c'era altra spiegazione. Lui era solo parte di quel piano, forse una parte importante, ma niente più di questa parte, non poteva sfuggire al suo imperativo più di quanto potesse un essere umano smettere di respirare di punto in bianco, era nella sua natura farlo e non c'era scampo, era nella natura delle cose conformarsi ad una forma d'ordine predeterminata e in questa natura non c'era spazio per la libertà.
Gli esseri umani d'altro canto erano diversi da lui, erano creature caotiche, imprevedibili, erano guidate da compulsioni, proprio come l'angelo, ma erano compulsioni che ne determinavano le possibilità, non la ragione, d'esistenza, e questa era una bella differenza. Sicuramente non erano liberi come i loro filosofi favoleggiavano. Erano legati e costretti a volte nei modi più brutali, sotto certi aspetti più dell'angelo stesso, eppure in questo loro essere legati c'era creatività, rimaneva spazio per deviare, rimaneva la possibilità di effettuare delle scelte; se così non fosse stato non avrebbero creato tanti problemi. Il caos dunque era libertà? Questo l'angelo se l'era chiesto tante volte e volutamente aveva preferito non trovare risposte.
Sicuro era che quella libertà gli uomini la pagavano a caro prezzo e la conoscevano solo di rado, la loro esistenza era sotto molteplici aspetti misera. Li aveva appena visti scannarsi a centinaia a Langensalza per combattere in una guerra non avevano scelto liberamente; questo l'angelo lo sapeva per certo perché era stato lui, due settimane prima, a scatenare quella guerra, alterando il risultato di una votazione tenutasi il quattordici Giugno a Königsberg. Aveva fatto tutto questo solo per liberarsi il campo e costringere un matematico di nome Bernhard Riemann a fuggire da Gottinga, spaventato dalla guerra, lasciandosi tutti i suoi appunti alle spalle. Il pover'uomo sarebbe morto a Selasca, sul lago maggiore, in Italia, il venti Luglio di quell'anno e non sarebbe mai tornato al suo lavoro. Questo diceva il piano. Quando poi qualcuno fosse andato a cercare i suoi appunti semplicemente non li avrebbe trovati, essi sarebbero stati bruciati da una badante troppo poco sensibile alla storia della matematica.
Queste cose l'angelo le sapeva bene, mentre entrava nell'ufficio di Riemann, che si trovava proprio accanto all'osservatorio di Gottinga. Si guardò intorno, con circospezione, osservando le pile di carte ed i libri sparpagliati disordinatamente. In uno di quei fogli, da qualche parte, c'era qualcosa di pericoloso. L'angelo non sapeva esattamente cosa fosse, o in che modo esattamente fosse pericoloso, tutto ciò che sapeva era che c'era qualcosa in quelle teorie matematiche che gli esseri umani non dovevano in alcun modo conoscere, qualcosa che aveva a che fare con la distribuzione dei numeri primi all'interno dell'insieme dei numeri naturali, qualcosa di solo apparentemente innocuo. Povero Riemann, geniale com'era il suo nome sarebbe rimasto indissolubilmente legato ad un teorema matematico irrisolto. Per un istante, per un solo istante, l'angelo fu tentato: quel teorema era pericoloso perché nascondeva il segreto della fabbricazione dell'universo, c'era qualcosa in quella teoria che poteva spiegare tutto il resto, qualcosa che anche lui ignorava. Per quell'istante fu umano, troppo umano, ma venne subito interrotto da una voce ostile:
«Cosa ci fate voi qui? Questa è proprietà dell'università di Gottinga e se non ve ne andate immediatamente...»
«Buon giorno» la interruppe l'angelo.
Era la badante di Riemann, che, svegliata dal rumore, era andata a controllare, vestita ancora con la camicia da notte, che nessun soldato prussiano fosse entrato nell'osservatorio, brandendo minacciosamente una lampada ad olio; aveva una certa età e un certo aspetto e certi pericoli non li correva, per quanto disperati potessero essere i soldati prussiani.
«Mi manda l'università» disse lui sorridendo.
«A quest'ora della notte? Con questo parapiglia?»
«E' mattino, il sole sta sorgendo, ed ogni momento è buono per fare un po' di pulizia primaverile, per quanto tarda. Non mi riconosce? Ci siamo già incontrati...»
La badante non aveva mai visto quell'uomo dagli occhi di ghiaccio, eppure per un istante ricordò, quel poco che bastò per convincerla. «Io.. si... ma il signor Riemann ha detto...»
«Il signor Riemann si trasferirà in città una volta tornato dall'Italia, questa brutta esperienza gli ha insegnato che l'osservatorio fuori dalle mura non è un luogo adatto per lui. Per il momento bisognerebbe liberare e riordinare questo ufficio»
«Riordinare? Ma questo ufficio è un disastro, ci vorranno...»
«Mettere ordine sarà un lavoro lungo e difficile, mi creda se le dico che lo so bene» sorrise mentre parlava «Oh se lo so...» si guardò intorno «Comunque credo che un buon inizio sia liberarsi di tutte queste scartoffie»
«E cosa dovrei farci?»
«Le bruci» rispose l'angelo noncurante.
La badante impallidì «Ma il signor Riemann...»
«Il signor Riemann ne ha una copia con sé, per continuare il suo lavoro in Italia, non si preoccupi di questo e bruci tutto, se ha bisogno di me può trovarmi fuori»
«Ma...»
«Buon lavoro!»
E così dicendo l'angelo tornò all'esterno a scrutare l'orizzonte, interrogandosi della natura delle cose e della propria, chiedendosi quanto ci fosse di vero in quello che gli esseri umani dicevano di loro stessi e quanto di vero in quello che lui credeva di loro. Meditò a lungo, guardando i fuochi spegnersi mentre il sole sorgeva; quando la badante tornò da lui era ormai giorno:
«Ho finito con i fogli»
«Molto bene» rispose l'angelo senza staccare gli occhi dall'orizzonte «Bruciati tutti?»
«Dal primo all'ultimo»
«Magnifico» l'angelo stava guardando molto più in là dell'orizzonte, vedeva la storia che si scriveva, vedeva innumerevoli possibilità e attualità formarsi di fronte a lui. I prussiani quel giorno erano stati sconfitti, ma la guerra alla fine l'avrebbero vinta; in quei giorni il primo Reich stava nascendo, ne sarebbe seguito un secondo, poi un terzo, per più di un secolo le conseguenze di quella breve guerra, di sole sette settimane, avrebbero riecheggiato nelle vite degli uomini; dell'intervento dell'angelo nell'ufficio di Riemann nessuno avrebbe mai saputo, ma quello che stava succedendo nel mondo difficilmente sarebbe stato dimenticato.
«I fogli li ho bruciati ma c'è ancora un gran disordine lì dentro... Cosa devo farci con il resto?»
«Il resto?» l'angelo sorrise senza voltarsi «Il resto è storia!»
Martox29a non è collegato   Rispondi citando
Vecchio 17-12-2011, 17.15.56   #3 (permalink)
Cavaliere Errante
 
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Il resto è storia


Che il resto è storia, fosse un titolo difficile l’avevo capito, al primo sguardo. Le opzioni che mi trovavo davanti erano un accavallarsi di vicissitudini e difficoltà che avrebbero sbigottito qualunque mortale fosse costretto a sbrogliare il problema.

Già sapevo che mi sarei dovuto confrontare con racconti che avrebbero avuto un contenuto manieristico che avrebbe fatto rosso di invidia Borges. Come pure sapevo che l’unica alternativa valida è rappresentata da quel genere di racconto così particolare da potersi contrapporre a un titolo si universale. Quel genere di racconto che non ho più voglia di scrivere.

Avevo, invece, pensato di scrivere l’intera storia del mondo, precisando i dettagli su ogni vita, da quando la scimmia aveva deciso di posare il piede sulla terra ed iniziare a correre, a quando l’uomo avrebbe posto dominio sulle stelle e i pianeti della cui luce si nutrono. Avrei poi cancellato l’intera opera è postato qui unicamente il titolo.
Motivi di tempo non mi hanno permesso di rendere effettiva la prima idea e quindi, come avevo già previsto, non restava che confidarmi nell’ultimo Jolly, l’ultima speranza del narratore in casi disperati.

Ma anche quest’ultima soluzione si rivela terribilmente difficoltosa in giornate come questa. Giornate in cui il freddo nel frattempo giunto stritola ogni buona iniziativa almeno quanto il caldo ormai passato soffocava le stesse.

Non potevo certo darmi per vinto, sebbene vacillasse in me quel poco di contegno che mi permetteva di scrivere. Dovevo quindi trovare un’idea e dovevo trovarne una che fosse applicabile almeno in parte alla vita reale.

Insomma che il resto è storia sia uno dei titoli più difficili il VS abbia mai visto è ormai chiaro dal numero esiguo di partecipanti, gli altri per lo più intenti a cercar valide scuse per far fronte alla imbarazzante situazione, sebbene ben giustificata, di dover ammettere di non trovar nulla da scrivere.

È, appunto, uno di quei titoli che ti fa rimpiangere quelli di Cymon. I quali a loro volta ti fanno rimpiangere i titoli di non so chi.

È uno di quei titoli per il quale Martox stava fingendo impegni in modo d'aver più tempo al fine di scrivere la sua epica. Un’epica che sarebbe rimasta sola a svettare in cima al deserto topic per mesi.

È uno di quei titoli al riguardo quale avrei pure detto mi piace, ma soltanto a parole, poiché dentro di me sentivo l’impossibilità di giungere a conclusione alcuna. Di raccontare veramente una storia che poi non lo sia.


Conosco la mia sorte. Per questo non mi preoccupo per lei...

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