I videogiochi fanno buon sangue

Videogiocare non fa male, anzi: è sintomo di buona socialità e stima del self. Lo suggerisce uno studio pubblicato dalla University of Western Australia (UWA), secondo il quale i giovani utilizzatori di di videogiochi per sistemi come PlayStation 2, Nintendo GameCube e Xbox avrebbero esibito "lo sviluppo di tratti di personalità positiva come autostima, buon rendimento scolastico e salute mentale positiva", ma anche "vicinanza alla famiglia, buone reti amicali e livelli di disobbedienza relativamente bassi nei confronti dei genitori". Lo studio va poi avanti citando il professor Kevin Durkin, docente di psicologia, secondo il quale i videogiochi "non inciterebbero i teenagers ad essere violenti". La notizia si unisce a un corpus di ricerca ormai ampio che tende a rovesciare il paradigma apocalittico dei primi "cacciatori di streghe" levatisi contro videogiochi, manga e chi più ne ha più ne metta. Per anni e anni pregiudizi e semplicismi accademici e sociali hanno infatti costantemente demonizzato la pratica videoludica accusandola di alienazione, incitamento alla violenza e alla asocialità: negli ultimi anni, invece, da parte dello stesso ambiente accademico (prevalentemente di area psicologica e cognitivista), abbiamo osservato ad un cambio di rotta positivo nella valutazione dei videogiochi. Si tratta di una tendenza indubbiamente positiva, ma altrettanto ingenua. I videogiochi andrebbero piuttosto restituiti al loro potenziale simbolico e semantico tipico di ogni prodotto culturale e mediatico: negare il loro potenziale di empatia per affermare che sono del tutto innocui, ignorando così la stessa base che li rende entusiasmanti ai nostri occhi, sarebbe altrettanto grave e semplicistico che sostenere che essi siano delle perdite di tempo nocive.

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