Dear Esther: Landmark EditionDi nuovo sull'isola 

Dear Esther torna nella Landmark Edition: cerchiamo di riscoprirlo

Entrando nella stanza di una persona per la prima volta, lo sguardo l'abbraccia nella sua interezza e ne trae giudizi di massima basati su una serie di aspettative che possono essere attese o disattese. Di nuovo sull'isola L'impressione data dalla stanza si trasforma automaticamente in un giudizio su chi la occupa, giudizio a sua volta fondato sulla conoscenza, più o meno superficiale, che si ha di questo individuo. Se però avessimo del tempo per fermarci, ossia per girare la stanza osservando i segni lasciati da chi la vive, segni che possono essere oggetti o semplici modi di fare qualcosa cui normalmente non diamo alcun peso, ma che in realtà un peso ce l'hanno, allora scopriremmo anche altro: una serie di fatti, piccoli o grandi, che ne definirebbero meglio la persona e, contemporaneamente, sfocherebbero quell'immagine che ci eravamo costruiti mentalmente osservandola solo superficialmente. Apprenderemmo di piccole manie, di storie microscopiche o di grandi passioni e avremmo un accesso diacronico a tempi e spazi che non sono nostri, nell'indefinibilità di collegamenti visibili e invisibili che regolano la vita di ognuno di noi. Non ingannatevi: la stanza non ci sta donando la conoscenza completa di chi la vive, che di suo è una perversione possessiva, ma ci sta regalando delle schegge di una scultura molto più grande. Di fronte a esse possiamo ammettere i nostri limiti conoscitivi, abbandonando i vecchi pregiudizi, oppure possiamo svilupparne di nuovi e più oppressivi, tornando a illuderci di aver capito.

Abbiamo recensito Dear Esther: Landmark Edition, scoprite se vale la pena di tornare sull'isola

Limiti e aperture

Dear Esther è una stanza. Lo possiamo guardare superficialmente, limitandoci a notare il fatto che si cammini e basta e che la storia che racconta sia difficile da decifrare, oppure possiamo rallentare e iniziare a guardarci serenamente intorno, sopprimendo il desiderio infantile che qualcuno ci guidi per mano e abbandonarci ai flussi interpretativi suscitati delle associazioni oniriche e delle suggestioni artistiche che lo compongono. Di nuovo sull'isola In fondo stiamo parlando del walking simulator per antonomasia, quello che ha definito il genere nella sua essenza e nelle sue assenze (di meccaniche, di sfida apparente, di facili ricompense). Lì dove il videogioco tradizionale è ossessionato dal fornire facili interpretazioni di ciò che racconta, interpretazioni che rasserenano il giocatore, togliendogli l'angoscia della comprensione, ma allo stesso tempo frenandone la spinta riflessiva, il walking simulator puro cerca di farsi specchio dell'ambiguità della vita e della condizione umana, descrivendosi continuamente nella sua impossibilità di fornire una consolatoria chiave di lettura dei fatti. Sinceramente è assurdo continuare a leggere recensioni di titoli appartenenti al genere che ne sottolineano la lentezza e la mancanza di cose da fare: qualcuno criticherebbe mai un simulatore di volo perché ci sono degli aerei che volano? Nonostante le apparenze, non è semplice sviluppare un walking simulator, perché oltre a sapere cosa metterci dentro, devi anche capire cosa non metterci e, soprattutto, accettarlo per quel che è. Provate a realizzarne uno e vi troverete costantemente a combattere con il sibillino terrore di non riuscire a dire quanto vorreste, commettendo errori su errori per cercare di forzare una certa interpretazione.

La nuova edizione di Dear Esther

Dear Esther: Landmark Edition è semplicemente l'edizione rimasterizzata di Dear Esther per Xbox One e PlayStation 4, con qualche aggiunta atta a giustificare l'intera operazione. L'esperienza è quella di allora, con il protagonista che ci offre frammenti della sua vita, ossia legge alcune lettere indirizzate a una certa Esther, mentre attraversa una delle Isole Ebridi, ormai abbandonata. Di nuovo sull'isola Di nuovo sull'isola Non ci sono puzzle da risolvere o nemici da affrontare, ma poco importa, perché, come scrivemmo all'epoca dell'uscita della versione originale per PC "se ci si lascia trasportare e si entra nello spirito giusto, Dear Esther diventa un'esperienza totalizzante. Presto si viene invasi dalla stessa solitudine che trascina il protagonista fino al suo destino (è faticoso raccontare un titolo simile senza fare accenni alla trama, scusate se scappa qualche anticipazione), si ammira l'ambiente in cui è costretto a vivere e se ne assapora il senso di vuoto e di vacuo dovuto all'assordante abbandono che lo circonda." Oltre a una revisione grafica, non invasiva ma visibile, la Landmark Edition offre un extra prezioso, che merita una citazione: il commento degli sviluppatori. L'autore Dan Pinchbeck (game director), Robert Briscoe (direttore artistico) e Jessica Curry (musicista) fanno un ottimo lavoro nello spiegare cosa hanno voluto ottenere con Dear Esther, raccontando i motivi di alcune scelte senza però risultare mai banali. Ascoltare i loro commenti (o leggerli, visto che si possono attivare anche i sottotitoli) è illuminante se si è appassionati anche del lato espressivo dei videogiochi. Lì dove di solito i commenti degli autori si limitano a scalfire la superficie del loro lavoro, il terzetto di cui sopra va più in profondità e finisce per scrivere, almeno idealmente, un vero e proprio saggio di game design, senza però mai sovrapporsi all'interpretazione del gameplay dei giocatori. Scopriamo ad esempio che la Curry ha scelto di sparpagliare la musica, così da non renderla onnipresente, per non vincolare eccessivamente le emozioni dei giocatori, concedendogli del silenzio per riflettere su quanto visto e letto; oppure Briscoe ci racconta dell'approccio impressionista avuto nella composizione delle scene, con il giocatore invitato ad osservare in dettaglio ciò che a un primo sguardo appare confuso e indefinito. Insomma, si tratta di un'aggiunta interessante, che da sola giustifica una nuova fruizione e che farà felici gli estimatori dell'originale.

La versione PC

L'edizione PC di Dear Esther: Landmark Edition merita una menzione a parte, perché, come annunciato, è stata data in regalo a chi già possiede Dear Esther (ve la ritroverete automaticamente nella libreria di Steam). Inoltre l'originale è stato comunque mantenuto nella libreria (ma non è più acquistabile).

Requisiti di Sistema PC

  • Configurazione di Prova
  • Processore Intel Core i7-4770
  • 16 GB di RAM
  • Scheda video NVIDIA GeForce GTX 960
  • Sistema operativo Windows 10
  • Requisiti Minimi
  • Sistema operativo Windows XP/Vista/7/8/8.1/10
  • Processore Intel Core 2 Duo E4600 (2 * 2400), AMD Athlon X2 4200+ (2 * 2200) o equivalente
  • 2 GB di RAM
  • Scheda video NVIDIA GeForce 7600GT (256 MB), AMD Radeon X1600 XT (256 MB)
  • 2 GB di spazio su Hard Disk
  • DirectX 9.0c
  • Requisiti Consigliati
  • Sistema operativo Windows 7 (64-bit)
  • Processore Intel Core 2 Duo E7300 (2 * 2660), AMD A8-3850 (4 * 2900) o equivalente
  • 4 GB di RAM
  • Scheda video NVIDIA GeForce GTX 560 Ti (1024 MB), AMD Radeon HD7770 (1024 MB)
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9.0

Redazione

8.9

Lettori (2)

Dear Esther: Landmark Edition è quello che era allora, con in più dei piccoli ritocchi grafici e la possibilità di rigiocare l'intera avventura con i commenti degli sviluppatori. Come il buon vino, il tempo gli ha fatto solo bene, senza privarlo del fascino che lo caratterizzava allora. In fondo è la dimostrazione plastica del fatto che realizzare un buon walking simulator è davvero difficile. Ovviamente se disprezzate il genere (ma a questo punto non si capisce come mai siate arrivati a leggere fino a qui), l'opera di The Chinese Room non vi farà cambiare idea. In conclusione Dear Esther rimane un capolavoro anche nella Landmark Edition e merita di essere vissuto in modo viscerale, amato o odiato, discusso e studiato.

Simone Tagliaferri

Pro

  • Un'esperienza estetica eccezionale
  • Profondo e inesplicabile
  • Colonna sonora utilizzata in modo eccellente

Contro

  • Niente armi da fuoco
  • Niente esplosioni
  • Niente "Ehi, tu sei l'eroe che il mondo aspettava e senza il quale avrebbe smesso di girare"

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