Apollo Justice: Ace AttorneyAce Attorney: Apollo Justice - Recensione 

La serie avvocatesca di Capcom torna a dibattere sul doppio schermo portatile: sarà una sentenza già scritta?

Se c’è una fonte di ispirazione alla quale gli sviluppatori di videogiochi hanno ancora relativamente attinto poco, è tutto il filone di fiction, sia essa letteraria, cinematografica o televisiva, a sfondo legale e processuale, il legal-thriller, per dirla con un sempre efficace anglicismo. Sarà forse per la sensazione di staticità e noia che dà un processo che le varie case non si sono mai sentite di puntare molto su questo sottogenere, ma, a dimostrare ancora una volta che la fortuna aiuta gli audaci, approfittando di questa nicchia lasciata aperta, ormai qualche anno fa Capcom deliziò i possessori giapponesi di GBA con la trilogia di Ace Attorney, una serie di avventure dal tono sempre sospeso tra comicità demenziale e pesante drammaticità; i tre giochi furono poi convertiti su DS e portati in Occidente (in Europa solo i primi due, Phoenix Wright: Ace Attorney e Phoenix Wright: Ace Attorney - Justice For All, mentre Trials and Tribulations non si è ancora visto) con un po’ di modifiche e aggiunte per sfruttare le peculiarità del portatile Nintendo e con ottimo riscontro di critica e pubblico. Apollo Justice è il primo episodio sviluppato su DS sin dall’inizio.

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L’altra metà del cielo

Nella serie di Ace Attorney i personaggi più affascinanti sono probabilmente i procuratori distrettuali, divisi a metà tra i ruoli di avversari, e quindi “cattivi”, e di rappresentanti della giustizia. Tra loro il più memorabile resta Miles Edgeworth, apparso già nel primo episodio; non è un caso che proprio ad Edgeworth sarà dedicato Perfect Prosecutor, uno spin off che ci vedrà impegnati dall’altra parte del sistema giudiziario. Lo attendiamo, in Giapponese, per fine anno.

Ace Attorney: Apollo Justice - Recensione

Colpevole fino a prova contraria

Chi fu già a suo tempo conquistato dall’avvocato Phoenix Wright e dalla sua improbabilissima cricca di amici e avversari, nonché dai casi intricatissimi e al limite dell’assurdo, giocando Apollo Justice avrà la piacevole sensazione di tornare in una casa amata, bella e accogliente, solo, magari, un po’ rimessa a nuovo. Nonostante il cambio del protagonista, che potete desumere sin dal titolo, già all’inizio della carriera del novello avvocato Justice ci si imbatte in facce amate e conosciute, negli stessi toni estremamente sopra le righe e soprattutto nello stesso identico sistema di gioco, diviso per ogni caso (ce ne sono quattro, ma mediamente più lunghi che negli altri episodi) in fase investigativa e fase processuale. Nella prima si visitano varie locazioni, dal luogo del delitto alla casa di detenzione, dalla sede dello studio legale in cui lavorate ad altri luoghi importanti ai fini dell’indagine, si raccolgono indizi e ci si dà da fare per cavare quante più informazioni utili possibile dai vari personaggi;

già all’inizio della carriera del novello avvocato Justice ci si imbatte in facce amate e conosciute

Colpevole fino a prova contraria

in aula, invece, al fine di evitare la condanna del nostro assistito (che all’inizio del processo sembra sempre palesemente colpevole) si ascoltano le testimonianze e si cerca di evidenziarne le contraddizioni, facendo ricorso al registro processuale dove sono raccolte tutte le prove. Il tutto con una comodissima e completamente intuitiva interfaccia punta-e-clicca, ovviamente affidata all’interazione tra pennino e touch screen; grazie al pennino eseguire le varie azioni possibili – dialogare coi personaggi, analizzare le prove, sfruttare le tecniche d’investigazione scientifica (con un paio di new entry) e usare l’abilità Percepisci di Apollo (che è in grado di rilevare determinati tic nervosi nei testimoni per indurli a rivelare la verità) – è un processo completamente naturale che elimina qualsiasi ostacolo all’immersione nell’universo di gioco, che è poi, probabilmente, il vero segreto della formula di Ace Attorney.

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Suspension of Disbelief

E già, perché in ultima analisi il gameplay di Apollo Justice è estremamente lineare, e sebbene sia più volte richiesto l’uso di parecchia materia grigia la libertà d’azione è molto risicata, anche più che in altre avventure; ci troviamo di fronte più ad una sorta di libro interattivo che non ad un videogioco vero e proprio, e, per quanto siano diversi i procedimenti mentali tramite i quali potreste arrivarci, la soluzione di un determinato problema è solo una, e porta sempre allo stesso evento. Ci si trova, più che a giocare, a scoprire man mano il copione messo su dagli sceneggiatori, ed è proprio qui che viene il bello, perché ogni processo nasce quasi come un mucchio di informazioni messe insieme a caso ma pian piano si vede, con sottile piacere, come ogni pezzo vada al proprio, impensato eppure così perfettamente logico, posto. E la relazione che lega tra loro i vari elementi di un caso è la stessa che lega tra loro i casi stessi, e addirittura ogni episodio della serie con l’altro, una struttura narrativa perfettamente coerente come solo quella dei più grandi manga e anime giapponesi, universo al quale Ace Attorney è legato a doppio filo. La galleria di personaggi è deliziosamente assurda, impossibile non affezionarsi per esempio al vecchio giudice un po’ tardo o al giovanissimo procuratore, dunque l’avversario di Apollo, che sembra più interessato al suo gruppo rock e alle belle ragazze che non al trionfo della giustizia, toni ed atmosfera sono esilaranti e demenziali per poi passare in un attimo al cupo e drammatico, il tutto coadiuvato da un sempre eccellente character design, da musiche che sanno sottolineare con efficacia ogni momento e per questo nuovo episodio anche da bellissime cut scene animate che introducono ogni nuovo caso (forse troppo poche e brevi) nonché da sequenze grafiche 3D che illustrano meglio le ricostruzioni processuali. Il gioco è, per di più, anche tradotto in un ottimo Italiano, addirittura nel (poco) parlato. Cos’altro si può volere di più da un processo? Giusto un quarto ed ultimo caso che vi lascerà come minimo a bocca aperta…

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Voto

Assegnare al quarto (terzo per noi Europei) episodio di una serie un voto più alto di quello del predecessore, ed ammettere tranquillamente al contempo che poco o nulla è veramente diverso, significa solo una cosa: l’esecuzione della vecchia formula è ancora una volta perfetta, e lascia del tutto inalterato tutto il fascino del gioco, delle storie, dei personaggi, delle sfide mentali. Certo, se gli altri Ace Attorney non vi avevano detto nulla, non è con Apollo che inizierete a subirne la malia tutta particolare, ma se vi erano piaciuti e avete dubbi sulla freschezza dell’imberbe Justice, accomodatevi in Sala Udienze senza timori: l’esperienza sarà, al solito, memorabile. Ben fatto, Capcom!

Pro Interfaccia perfetta Personaggi e storie eccellenti Molto longevo Contro Pochissime novità Non lo rigiocherete una seconda volta