Lost in Blue 2 - Recensione  2

Konami ci fa naufragare di nuovo su un'isola deserta, vediamo se saremo in grado di cavarcela ancora una volta...

Survival Kids

Nel 1994, Silmarils fece uscire sul mercato un gioco dal concept decisamente interessante, si intitolava Robinson’s Requiem, e metteva il giocatore nei panni di un esploratore spaziale naufragato su un pianeta selvaggio. L’esplorazione libera e la gestione quasi totale del personaggio rendeva tutto molto interessante e nuovo, ma la mancanza di una guida e la quantità di parametri da tenere sotto controllo comportava una grande difficoltà sfociante spesso nella frustrazione. Quasi a dimostrare che il concetto del naufrago virtuale sia destinato ad un comune, triste destino, le stesse sensazioni sembrano affiorare giocando a Lost in Blue 2, sebbene si tratti chiaramente di un gioco più levigato, filtrato attraverso il gusto e la cura nipponica. Sostanzialmente, la struttura di gioco si basa sull’esplorazione dell’isola e sulla gestione dei personaggi in maniera che, fondamentalmente, restino vivi, facendo esattamente quello che la tradizione ci suggerisce: trovare un posto dove ripararsi, raccogliere cibo e acqua, andare a caccia e pescare, proprio come dei novelli Robinson Crusoe. Una volta scelto il protagonista tra il ragazzo e la ragazza, ci ritroviamo sulla spiaggia dell’isola: nello schermo inferiore viene visualizzata l’azione di gioco, mentre quello superiore può mostrare, a scelta (e variabile con la semplice pressione di un tasto) la mappa della zona o una schermata riepilogativa della situazione “fisiologica” di Jack e Amy, con i parametri corrispondenti ai bisogni primari (fame, sete, forza fisica) e alla situazione globale di salute. L’interfaccia utente sfrutta a dovere le potenzialità dello schermo tattile di Nintendo DS, e in certi casi anche del microfono, con le azioni attuabili che variano a seconda del contesto circostante: il tasto “azione” consente di fare cose diverse come raccogliere oggetti, scavare, arrampicarsi, saltare o bere acqua, a seconda di dove ci troviamo nell’ambiente di gioco. I vari sotto-menù consentono l’utilizzazione e l’organizzazione degli oggetti, la combinazione di questi per creare nuovi utensili (un bastone e una lenza formano una canna da pesca, un legno e una corteccia creano un acciarino, e così via), o permettono di far riposare il personaggio. Il gameplay è costituito dalla sezione esplorativa e di raccolta oggetti, e da una serie di mini-giochi che si innescano per ogni situazione particolare, dalla creazione di utensili al fare da mangiare, dalla caccia e pesca alla semplice accensione di un fuoco. Gran parte dei problemi del gioco deriva proprio dalla struttura stessa del gameplay: per la maggior parte del tempo, almeno fino al momento in cui si riesce a delegare parte del carico del lavoro al proprio compagno, ci si ritrova a dover ripetere in continuazione i brevi mini-giochi necessari per cucinare, o accendere il fuoco, o raccogliere le conchiglie dalla sabbia. Tali frammenti di gioco sono certamente originali come concezione, ma purtroppo l’aggettivo “divertente” non si addice loro quasi per niente. Fondamentalmente, le sessioni di gioco di Lost in Blue 2, nelle prime, lunghe ore, si riducono a controllare con ansia i parametri vitali dei personaggi, e ad una forsennata ricerca di cibo e acqua. L’esplorazione dell’isola deve essere precisamente dosata e bilanciata rispetto all’autonomia dei personaggi, e il senso di libertà dato dall’ampia isola a disposizione è fortemente minato dalla necessità di dare da mangiare ai ragazzi praticamente in continuazione.

Le Giovani Marmotte

Abbiamo detto che la struttura di gioco si basa in gran parte su dei mini-games, ma è impossibile etichettare Lost in Blue 2 come l’ennesimo, semplice contenitore di frammenti di gameplay raccolti insieme. C’è una discreta logica dietro al modo in cui il gioco richiede di fare le varie azioni. Per fare degli esempi, un’occupazione a cui vi dovrete dedicare spesso è cucinare: una volta nei pressi del piano di lavoro, potete decidere se cucinare “a freddo” o alla griglia, e selezionare gli ingredienti da utilizzare. Se si tratta di frutta o verdura, dovrete tagliarla simulando il coltello con il pennino, se invece desiderate fare un po’ di alghe o funghi grigliati, vi troverete a tenere d’occhio la loro cottura e a doverli girare al momento opportuno, con il conseguente movimento circolare da effettuare sul touch screen. In certi casi anche il microfono della console viene chiamato in causa, con l’ormai consueta azione di soffiare verso di esso: per accendere il fuoco, ad esempio, sarà necessario prima toccare con il pennino il braccio destro e il braccio sinistro del personaggio, in modo da creare un movimento uniforme del bastoncino sulla legna; una volta accesa la scintilla, dovremo alimentare la fiamma soffiando dentro al microfono. Pur rappresentando dei momenti staccati dalla normale fase di esplorazione del gioco, incorniciate anche da una visualizzazione in prima persona diversa da quella base, queste varie azioni si integrano piuttosto bene nel continuum ludico, senza dare più di tanto l’impressione di espedienti raffazzonati con lo scopo di giustificare in qualche modo l’utilizzo del touch screen, o tentativi di dare vivacità al gameplay.

Qualcosa è cambiato?

Il primo Lost in Blue uscì nel novembre 2005, a due anni di distanza questo seguito non rappresenta un particolare passo in avanti dal punto di vista tecnico, o per quanto riguarda la struttura di gioco. Fondamentalmente, i cambiamenti apportati sono minimi, e in ogni caso non riescono ad aumentare l’appeal del gioco originale: questo significa che chi ha apprezzato il primo capitolo troverà piacevole questo secondo, mentre coloro che non sono riusciti ad entrare in sintonia con i naufraghi Konami la prima volta, difficilmente ci riusciranno adesso. L’impressione generale è che gli sviluppatori abbiano fatto davvero poco per giustificare il numero 2 al lato del titolo del gioco, sebbene delle variazioni ci siano. La più palese è la dimensione dell’isola nella quale l’avventura è ambientata, decisamente superiore a quella del primo capitolo, e la quantità di animali, vegetali e oggetti con i quali abbiamo a che fare in questo nuovo episodio, che si riflette in una maggiore varietà di situazioni in cui ci troveremo coinvolti e in nuove azioni da effettuare per venirne a capo. Come riferito in precedenza, il gioco consente adesso di poter scegliere il protagonista tra il ragazzo o la ragazza con la scelta che determina delle variazioni nei dialoghi tra i due, sebbene non influenzi il corso della storia. E' stata anche inserita la modalità di gioco in multiplayer, con la quale è possibile esibirsi in coppia in alcuni dei mini-games del repertorio di Lost in Blue.
La novità più consistente, seppure poco evidente in un primo momento, è il nuovo tipo di rapporto che si instaura tra i due naufraghi, che assume progressivamente sempre maggiore importanza, dando un passo diverso a tutto il gioco. Il compagno d’avventura, infatti, non è più un semplice peso da portarsi dietro, e da accudire attentamente, ma prende parte attiva all’azione, e opportunamente istruito può portare a termine importanti e utili azioni. La reale portata di questa introduzione viene fuori sulla distanza, giacché in un primo momento il partner non sarà in grado di fare granché, e in ogni caso di farlo bene, ma perseverando aumenteranno le sue capacità, e potremo assegnargli compiti sempre più impegativi, rendendolo un aiuto indispensabile e un ottimo metodo per alleggerire la pressione dei vari doveri sul protagonista, che potrà delegare molte delle azioni-base e concentrarsi sull’esplorazione dell’isola. Dal punto di vista tecnico, non si rilevano particolari passi avanti: nonostante si assista ormai a giochi che sfruttano appieno il potenziale grafico di Nintendo DS, Lost in Blue 2 è praticamente uguale al predecessore. Se l’aspetto del primo poteva essere piacevole, e in ogni caso decente all’interno di quella che si può definire la prima generazione di software per il portatile Nintendo, lo sviluppo ha fatto dei grossi passi avanti ultimamente, e questo titolo Konami non appare decisamente al passo coi tempi. Il massimo che si può dire della grafica di Lost in Blue 2 è che si presenta come funzionale, decisamente semplice e ben poco ispirata. L’isola che fa da ambientazione è ben più grande di quella del predecessore, ma lo stile grafico adottato è il medesimo, alcuni mini-games appaiono praticamente uguali e perfino le rappresentazioni 2D dei personaggi sono decisamente simili a quanto visto in precedenza. In definitiva, è chiaro come Konami, dal punto di vista grafico, abbia lavorato al risparmio. Il comparto audio, da parte sua, svolge la sua funzione in maniera soddisfacente, con musiche d'atmosfera, effetti sonori nella norma e la presenza di alcuni brevi frammenti di parlato campionato.

Commento

L’idea alla base di Lost in Blue 2 è senza dubbio affascinante, ma arrivati al secondo capitolo senza particolari variazioni nella struttura, ci si chiede se sia davvero adatta per un videogioco. Il titolo Konami non è né un vero e proprio adventure né una simulazione gestionale completa, seppure ne possieda alcuni elementi, poiché viene a mancare il divertimento puro di uno e il senso di controllo e pianificazione razionale dell’altro. Ci si ritrova a correre come disperati in cerca di cibo e acqua, per la maggior parte del tempo, ed eseguire azioni che, in fin dei conti, sono ben lontane dall’essere divertenti. La curva della difficoltà in questo gioco assume il preoccupante aspetto di un muro invalicabile: se si ha la costanza di perseverare, è possibile intravedere, e perfino godere, di quell’avventura che si cela al di là della ricerca di cibo per i protagonisti, ma tutti gli altri cozzeranno contro il tedio e la frustrazione delle prime ore di gioco, abbandonando Lost in Blue 2 ben prima di entrare propriamente nel vivo dell’azione. Ovviamente, per chi ha apprezzato il primo è un acquisto quasi sicuro, a tutti gli altri si consiglia di provarlo e vedere se l’atmosfera affascinante riesce a vincere le carenze del gameplay.

Pro

  • Il concept è originale e interessante
  • Perseverando, si può scoprire un'ottima avventura
Contro
  • Tecnicamente povero
  • Noioso e frustrante nelle prime ore di gioco
  • Scarse novità rispetto al primo capitolo

Il fascino del naufrago, costretto a sopravvivere contro le avversità della natura su un’isola deserta, pare essere rimasto intatto dal Robinson Crusoe di Defoe ad oggi, pur trasfigurato molto spesso, come in alcune produzioni televisive e cinematografiche recenti. Lost in Blue 2 mantiene intatto lo spirito originale della sfida contro la natura selvaggia, dell’uso della ragione per risolvere i problemi e riuscire a sopravvivere, proprio come nell’opera di Defoe. Seppure ovviamente privo delle intenzioni di propaganda illuministica che caratterizzavano le avventure del buon vecchio Crusoe, il gioco Konami contiene la sfida e il dramma della sopravvivenza, l’avventura e il brivido dell’esplorazione, insieme ad una certa dose di rapporti interpersonali di coppia.
Il concept alla base del gioco è dunque semplice ma molto interessante: in seguito al naufragio dell’imbarcazione sulla quale si trovava, il protagonista giunge su un’isola deserta, dove incontra un compagno, con cui si ritrova a fronteggiare le insidie della natura ma anche, soprattutto, a pensare ai propri fabbisogni fisiologici. Al contrario del predecessore, il gioco consente di scegliere tra il personaggio maschile, Jack (no, non quello di Lost…) e quello femminile, Amy, evitando così qualsiasi eventuale problema di discriminazione sessuale. In entrambi i casi comunque, che si scelga di interpretare Jack o Amy, la storia e lo scopo del gioco rimangono gli stessi: sopravvivere e trovare un modo per tornare a casa.