Midway's Arcade Treasures  0

Cos’hanno in comune Midway, Atari e Williams? In primo luogo sono tre dei protagonisti del mercato dei videogame arcade degli anni ’80. In secondo luogo, alcuni dei loro prodotti più rappresentativi sono stati riuniti per questo Midway’s Arcade Treasures…

E vai col listone

L’inerzia, questa sconosciuta. Prima che Dave Perry, con RC Stunt Copter, ricordasse ai possessori di PSone che un elicottero radiocomandato deve essere pilotato in modo da tener conto delle forze che su esso agiscono e che ne influenzano il movimento, ci sono stati molti casi famosi di uso dell’inerzia nei videogame. Ai più furbi il pensiero correrà al modo in cui Capcom è riuscita a far sopravvivere per dieci anni la serie di Street Fighter 2 senza cambiarne neanche gli sprite: un ottimo esempio di inerzia. I più innocenti e attempati, invece, penseranno a titoli come Joust e il suo mediocre sequel, guardacaso entrambi presenti nella compilation. In Joust, il giocatore prende il controllo di quello che sembra uno struzzo, e deve saltare di piattaforma in piattaforma evitando i nemici. Visto che questo tipo di uccelli non se la cava granché a volare, la parabola discendente dei salti viene solo rallentata dallo sbattere delle ali. Estremamente semplice nella grafica, il gioco richiede un pizzico di strategia: bisogna calcolare in modo preciso il movimento del nostro uccellaccio prima di saltare, e leggere gli spostamenti degli avversari.
Lo scenario cambia drasticamente con Boot Beer Tapper, che risale all’86 e che ricordo benissimo in quanto ci giocavo al bar sottocasa. In questo simpatico giochillo si vestono i panni di un barista che deve accontentare una mandria di ubriaconi lanciandogli dei boccali di birra su diversi banconi. Talvolta agli sbevazzoni non basta una sola bevuta, e rimandano indietro i boccali in attesa di un secondo giro: se i boccali cadono a terra, siete fritti; diversamente, completare ogni livello renderà euforico il barista al punto di bersi una birra, lanciare in aria il boccale e spaccarlo con il tallone (adeguatamente anestetizzato dall’alcol, è ovvio).

Seconda parte

Midway’s Arcade Treasures contiene anche diversi giochi di guida. Il primo che salta all’occhio è l’innovativo Road Blasters, in cui il giocatore non si limita a guidare la propria auto per superare degli avversari, ma può anche disfarsi di loro in modo violento, utilizzando armi di vario genere. Il sistema a “check point” nel gioco viene rappresentato dalla raccolta di carburante, senza il quale è ovviamente impossibile continuare a correre.
In Spy Hunter cambia la visuale (in questo caso dall’alto) ma non la sostanza, con la nostra auto attrezzata di ogni ben di Dio per avere ragione dei nemici. Peccato che tutto sia un bel po’ ingiocabile, soprattutto per come sono stati trasposti i comandi sul Dual Shock 2. Il medesimo problema affligge Super Sprint, che in sala veniva giocato ruotando come dei dementi il suo volante ma che non rende per nulla con la levetta analogica del pad.
Sempre ambientati per strada, ma fondamentalmente diversi, sono 720° e Paper Boy. Il primo è un gioco di skateboard in cui bisogna prodursi in acrobazie per guadagnare punti e ci si può spostare da uno stage all’altro per trovare nuove rampe e percorsi diversi; il secondo è un classico ricordato da molti, in cui si guida un ragazzo in bici che deve consegnare i giornali solo a determinate case e trova sul suo cammino ogni genere di cosa.
Degli altri titoli contenuti in questa raccolta, merita una menzione speciale sicuramente Rampage. Nel gioco si controlla un mostro gigante intenzionato a distruggere una città, e si devono affrontare le forze di difesa militari nel tentativo di far crollare tutti gli edifici presenti in ogni stage. Tra i numerosi spara e fuggi del lotto, non posso non citare i “gemelli” Robotron 2084 e Smash TV. Questi due titoli, praticamente identici se non fosse per l’anno di produzione e, ovviamente, per la realizzazione tecnica, vi mettono nei panni di un personaggio che viene circondato da nemici e deve sparare nelle otto direzioni per sfuggire al loro attacco. Curiosità: c’è anche Blaster, uno spara e fuggi poligonale che rende bene l’idea di quanta strada abbia fatto la grafica vettoriale in vent’anni.

Commento

Una raccolta di vecchi videogame si rivolge a un pubblico di nostalgici, e i ventiquattro giochi contenuti in Midway’s Arcade Treasures rappresentano un bottino appetibile per chi vuole rigiocare un titolo che ha segnato la sua infanzia. Per colpa della realizzazione tecnica pessima e degli scarsi extra, però, anche un nostalgico dovrà pensarci due volte prima di metter mano al portafogli. Del resto, è anche vero che chi compra una PS2 non lo fa certo per chiedersi come potesse, vent’anni fa, considerare capolavori dei videogame oggi neanche guardabili… Il voto numerico è da intendersi come un mix delle due correnti di pensiero.

    Pro:
  • Ventiquattro giochi
  • Emulazione perfetta, quasi sempre
  • Informazioni e interviste sui giochi
    Contro:
  • Grafica assolutamente pessima
  • Controlli talvolta inadeguati
  • Solo per nostalgici

Ventiquattro giochi in uno. A dirla così, sembra una cosa capace di ammazzare l’economia dei videogame almeno quanto la pirateria. Invece si tratta di una “compilation per nostalgici”, chiamiamola così: Midway’s Arcade Treasures ci permette di sfruttare il potente hardware di PS2 per tornare indietro nel tempo, emulando alla perfezione (quasi sempre, almeno) i giochi che eravamo soliti vedere al bar quando ancora non esistevano le console.
Dopo un’introduzione sinceramente pessima, forse neppure degna di una PSone, in cui una piramide egizia apre le proprie stanze segrete ai giocatori desiderosi di riscoprire l’origine del videogioco, ci viene presentata una semplice interfaccia con tutti i titoli disponibili nella compilation, disposti in ordine alfabetico (non sarebbe stato meglio seguire la cronologia?) e pronti a regalarci le emozioni di quand’eravamo alti quanto due fustini di detersivo impilati. O almeno ci provano.
All’impavido “giornalista” di “settore” che si accinge a recensire una compilation di questo tipo, carica di ricordi ma scarica di spessore, non rimangono che due modi di cavarsela: 1) discernere in modo elegante l’essenza dei videogiochi classici, stabilire un contatto tra pixel e Dio, viaggiare nell’iperuranio per cogliere il significato intrinseco di ogni produzione, censire gli acidi di cui i programmatori dell’epoca facevano sicuramente uso per inventare nuovi mondi e infarcire il tutto di citazioni filosoficosociologiche. Oppure 2) presentare ai lettori un fantozziano listone (messo in ordine rigorosamente col metodo del membro canino) dei giochi migliori presenti nella raccolta.