Runaway - A Road AdventureRunaway - A Road Adventure 

L’avventura “punta e clicca” torna più in forma che mai in una mirabolante storia on the road. E questa volta, inaspettatamente, sono gli Spagnoli a raccogliere l’eredità di Sierra e LucasArts...

Runaway - A Road Adventure Runaway - A Road Adventure

Studente americano + fascinosa cantante + mafiosi = guai

Cos’hanno in comune un neolaureato in fisica e una cantante di cabaret? Assolutamente nulla. Infatti, è per puro caso che s’incontrano o meglio si scontrano: Brian Basco è in viaggio verso il dottorato dei suoi sogni a Berkley e, di passaggio a New York, s’imbatte nella bella e misteriosa Gina, una cantante in fuga da due brutti ceffi della Mafia locale, la quale finisce sotto le ruote della sua scalcagnata vettura e perde conoscenza. Sentendosi in colpa e non restando affatto indifferente al fascino di lei, Brian decide di accompagnarla subito in ospedale. Qui scoprirà che la ragazza ha assistito all’uccisione del padre, di cui le resta solo un vecchio crocifisso, e che la sua vita è in pericolo. Che fare? Proseguire alla volta della California per dedicarsi al dottorato o lasciarsi trascinare dalla languida Gina per tutti gli States, da Chicago al deserto dell’Arizona, e aiutarla a scoprire cosa si cela dietro la morte del padre? La risposta mi pare scontata, anche perché, se il nostro protagonista optasse per la prima scelta, Runaway non sarebbe un granché come avventura (con tutto il rispetto per chi si sta sudando un dottorato in fisica)!

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Studente americano + fascinosa cantante + mafiosi = guai

È lo stesso Brian a raccontarci tutto questo, attraverso un lungo e gustoso filmato introduttivo dal ritmo e dal sapore spiccatamente cinematografici, con tanto di sigla e titoli di testa. Dopo di che, ci possiamo finalmente calare nei panni del protagonista: è a questo punto, nella stanza d’ospedale dove riposa Gina, che ho scoperto con grande soddisfazione e un pizzico di nostalgia di trovarmi immersa in un’avventura punta e clicca vecchia maniera. La grafica in stile cartoon è una gioia per gli occhi, coloratissima e ricca di dettagli ma sempre pulita. Brian è visualizzato in terza persona e seguendo il cursore può esplorare liberamente gli scenari di gioco, che spesso scorrono lateralmente per offrire una visuale più ampia. La curva di apprendimento è pressoché inesistente: il cursore animato cambia forma a seconda delle possibilità d’interazione con la zona dello schermo su cui passa, suggerendo così le operazioni eseguibili col pulsante sinistro del mouse (osservare, parlare, usare/raccogliere) e le prime ambientazioni sono piuttosto limitate, in modo da non disorientare il giocatore e favorire la soluzione degli enigmi iniziali. Se sullo stesso oggetto è possibile eseguire due azioni, si passa dall’una all’altra con la semplice pressione del tasto destro. L’inventario e la schermata delle opzioni sono accessibili nella fascia superiore dello schermo. Tutto qua, niente di più elementare: gli avventurieri di lunga data si troveranno perfettamente a loro agio con questa interfaccia asciutta e funzionale, mentre i principianti scopriranno in essa il veicolo ideale per avvicinarsi al genere.

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Studente americano + fascinosa cantante + mafiosi = guai

Era dall’ultimo Monkey Island che non vivevo un’esperienza simile e infatti nel gioco stesso abbondano i riferimenti alle avventure del passato, oltre che ai cliché cinematografici. Proprio come i vecchi titoli LucasArts, Runaway ha il pregio di non prendersi mai troppo sul serio, il che contribuisce a farne apprezzare ulteriormente il valore qualitativo già molto elevato: un sottile umorismo pervade non solo i dialoghi ma anche le descrizioni degli oggetti e l’irresistibile caratterizzazione dei personaggi - basti pensare allo strampalato e psichedelico gruppo di drag queen in cui il protagonista s’imbatte nel bel mezzo del deserto (omaggio cinematografico non troppo velato). Pur essendo un titolo artisticamente molto curato, non ostenta particolari pretese d’innovazione, né punta espressamente su ambientazioni d’impatto o vertiginosi effetti speciali. La sceneggiatura non è certo delle più originali ma, grazie alle apprezzabili tecniche narrative adottate e a qualche risvolto imprevisto nella trama, risulta coinvolgente quel tanto che basta a mantenere sempre desto l’interesse del giocatore.

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Studente americano + fascinosa cantante + mafiosi = guai

Insomma, ci troviamo di fronte alla versione interattiva di uno di quei road movie americani disimpegnati ma rinfrescanti, che finiamo per guardare e apprezzare perché sanno offrire qualche ora di genuino divertimento, anche senza la pretesa di ambire a una nomination per gli Oscar, e perché tutto sommato sono ben confezionati. Con i suoi puzzle stimolanti, le sue atmosfere intriganti, la sua bella colonna sonora e i suoi indimenticabili attori, Runaway è proprio questo: un’esperienza di puro intrattenimento in cui tutti gli ingredienti, sapientemente dosati, contribuiscono a regalarci contenuti gradevoli, presentati in una veste di tutto rispetto. È ciò che intendevo, sintetizzando l’essenza del gioco nelle parole “equilibrio e leggerezza”.

Sulle orme di Guybrush Threepwood... e McGyver

Runaway è suddiviso in sei capitoli, che alternano al gioco vero e proprio dei lunghi e appassionanti filmati d’intermezzo, in cui il protagonista narra i momenti salienti dell’avventura. Lo svolgimento della trama è assolutamente lineare e non prevede diramazioni o finali alternativi, i puzzle stessi vanno risolti in un ordine ben preciso, ma ciò non sembra pesare più di tanto sul ritmo del gioco, che resta incalzante per tutta la sua durata.

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Sulle orme di Guybrush Threepwood... e McGyver

Gli enigmi sono per lo più incentrati sull’esplorazione a tappeto degli scenari, i dialoghi e la combinazione di oggetti, anche se qualche volta ci ritroveremo a scassinare casseforti o indovinare una sequenza di suoni per sbloccare un codice. La difficoltà non è mai troppo elevata: spesso risulta ovvio quello che dobbiamo fare per progredire nell’avventura ma non necessariamente come farlo, anche perché certi puzzle sono resi particolarmente ardui dall’impossibilità d’individuare un oggetto utile sullo sfondo alla prima occhiata. È imperativo frugare minuziosamente ogni ambientazione in modo da non tralasciare elementi importanti ma, a questo proposito, c’è da segnalare un ulteriore ostacolo: molti oggetti sono visibili ed esaminabili ma non utilizzabili fino a un determinato momento, ovvero quando si rendono necessari per un enigma particolare o dopo una conversazione particolare. Ciò si traduce indubbiamente in maggiore realismo, ma d’altro canto impone un ordine inflessibile nella risoluzione degli enigmi: Brian si rifiuterà di raccogliere un oggetto pesante a meno che non gli serva davvero (comprensibile, se non fosse che presto o tardi dovremo tornare a prenderlo!) o ancora non vorrà prelevare qualcosa da una borsa finché non saprà esattamente cosa cercare e in diverse occasioni potrà estrarne diversi oggetti.

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Sulle orme di Guybrush Threepwood... e McGyver

In linea di massima i puzzle sono logici e non dovrebbero frenare più di tanto l’avventuriero esperto, che saprà quasi sempre come raggiungere lo scopo sperimentando con l’inventario o sfruttando i preziosi indizi forniti dai personaggi del gioco e lo completerà in un tempo relativamente breve. Il livello di difficoltà risulta ben calibrato anche per un principiante, se escludiamo qualche associazione di oggetti un tantino forzata, come l’uso del burro d’arachidi per sfondare una porta (giocando, capirete perché), ma niente a cui non si possa rimediare con una buona guida alla soluzione dell’avventura. A prescindere da se e quando rimarrete bloccati, fino ad allora non vorrete saperne di abbandonare Runaway senza un valido motivo: sarete impazienti di avanzare nella storia per visitare nuove ambientazioni, parlare a personaggi sempre più stravaganti e godervi altri filmati cinematografici, anche perché difficilmente ci si stanca di enigmi così vari e ben congegnati, nella loro semplicità.

2D o 3D? Questo è il problema...

Perché non entrambi? Alla prima occhiata, un osservatore distratto potrebbe lasciarsi ingannare dalla fumettosa veste grafica di Runaway, pensando di trovarsi di fronte a un’avventura classica non solo nello spirito ma anche nell’aspetto, mentre questo titolo propone una felice commistione di grafica 2D e 3D, integrando alla perfezione i modelli tridimensionali di personaggi e oggetti con gli sfondi bidimensionali disegnati a mano, in stile un po’ retrò, con una sorta di libera interpretazione della tecnica di Cell Shading. L’effetto visivo che ne consegue è particolarmente originale e gradevole, soprattutto se sommato alle animazioni realistiche e ai pregevoli effetti di luce e ombra.

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2D o 3D? Questo è il problema...

Le ambientazioni sono varie e coloratissime, anche se mai troppo estese. Quando nello stesso capitolo ci si trova a esplorarne diverse, viene fornita una mappa dell’area. Notevole è pure l’ampia galleria di personaggi bizzarri e splendidamente caratterizzati. Anche la schermata dell’inventario è realizzata con ironia e cura dei dettagli: al centro sono allineati gli oggetti in nostro possesso, che possiamo esaminare da vicino e combinare tra loro, e sulla destra appare un’immagine del protagonista, pronto a illuminarci con commenti più o meno seri: quando effettua operazioni particolari o fruga in un contenitore, si china e sparisce dall’inquadratura ma lo sentiamo rovistare; se abbandoniamo il gioco per qualche istante, batte un pugno sul bordo dello schermo per richiamare la nostra attenzione. Animazioni, inquadrature e filmati sono molto cinematografici e i caricamenti sempre fulminei. Solitamente la qualità grafica delle sequenze d’intermezzo è superiore a quella delle normali fasi di gioco, ma Runaway rappresenta l’eccezione alla regola: alcuni dei filmati appaiono leggermente sfuocati e meno vivaci, il che non li rende comunque meno godibili!

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2D o 3D? Questo è il problema...

Una menzione particolare meritano il doppiaggio e la colonna sonora, entrambi superlativi: per il gioco è stata appositamente scritta una canzone con testi in Inglese, intitolata a sua volta Runaway, intrigante e decisamente difficile da ignorare – chi ama le sonorità dei Cranberries o di Heather Nova non potrà fare a meno di apprezzarla; il resto dell’accompagnamento, che spazia dalla tipica “musica da ascensore” a malinconici motivi western, è più discreto ma sempre orecchiabile e all’altezza di quello di una qualunque serie televisiva. Complimenti vivissimi anche ai doppiatori italiani, che hanno offerto interpretazioni decisamente ispirate, contribuendo in modo determinante al coinvolgimento del giocatore e alla ricchezza della caratterizzazione.

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Lunga vita alle avventure punta e clicca!

Ci tengo che sia chiaro: non aspettatevi di scoprire le nuove frontiere dell’avventura grafica con questo titolo, al contrario, potrete rivivere la genuinità e il divertimento dei primi esemplari del genere. Runaway dimostra finalmente che l’avventura punta e clicca è lungi dall’essere morta e che era solo in un coma vegetativo. L’evoluzione e l’ibridazione del genere sono senz’altro ben accetti e non dubito che alcuni esperimenti degli ultimi anni abbiano piacevolmente colpito anche i fan delle avventure tradizionali, ma non ce n’è per nessuno: in barba al rischio di essere anacronistica, Runaway ha tutto quello che serve, ritmo, varietà, puzzle simpatici, difficoltà calibrata, ambientazioni e personaggi azzeccati, dialoghi divertenti e mai noiosi, un finale lungo e appagante. Come altre avventure vecchio stampo, non è certo esente da difetti quali lo svolgimento forzatamente lineare o qualche enigma un po’ troppo macchinoso, ma il divertimento è garantito. Se consideriamo anche il prezzo competitivo di 19,90 euro e il fatto che il gioco non abbia praticamente concorrenza al momento, Runaway risulta un acquisto obbligato - soprattutto per i nostalgici dei titoli Lucas e Sierra!

Pro: Massima giocabilità Grafica originale in stile cartoon Musica e doppiaggio di lusso Tono ironico e scanzonato Contro: Qualche enigma un po’ contorto Caccia agli oggetti nascosti sui fondali Rigida linearità Rigiocabilità limitata (piaga del genere più che del gioco nello specifico)

Avventura grafica, la bella addormentata

È proprio vero che il mercato spesso è tanto imprevedibile quanto contraddittorio: la ricetta che i madrileni di Pendulo Studios hanno seguito per Runaway è vecchia come il mondo dei videogiochi e non troppo lontana da quella già adottata nel 1997 con Hollywood Monster - una trama semplice ma coinvolgente, puzzle basati sull’esplorazione e l’associazione di oggetti, dialoghi a scelta multipla, interfaccia semplice e intuitiva - eppure si è dimostrata ancora una volta infallibile. A detta di molti, questa formula ha stancato e dovrebbe essere ormai superata, ma allora come si spiega l’eco che il gioco ha avuto sia presso gli avventurieri hard-core che i neofiti del genere? Neanche i publisher ci avevano creduto, tanto che Runaway ha sofferto problemi e ritardi nella distribuzione, raggiungendo il nostro paese solo ora, pur essendo comparso per la prima volta nel 2001! Così, mentre gli avventurieri sono in trepidante attesa della “rivoluzione” del loro genere preferito promessa da titoli quali Broken Sword 3, la più classica delle avventure grafiche uscite negli ultimi tempi conquista un successo insperato prima in Spagna e poi in Germania, Austria e Francia, propagandosi a macchia d’olio nel resto d’Europa e riuscendo a imporsi per la propria freschezza e originalità, malgrado un’impostazione rigidamente tradizionale. Io direi che, al di là delle possibili implicazioni commerciali e concettuali, il miracolo di Runaway si spiega in due sole parole: equilibrio e leggerezza.

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