The Legend of Zelda: A Link to the PastThe Legend of Zelda: A Link to the Past - Recensione 

Di tutta la serie di Zelda, A Link to the Past è forse l'episodio più sottilmente affascinante. Seguiteci per un ritorno a un passato senza tempo...

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Cos'era ieri

Esiste una regola “non scritta” tra i giocatori e gli appassionati di Zelda, una sorta di tabù auto-imposto che chiunque non sia ai margini di una comunità videoludica tende a rispettare: il rifiuto, in qualunque gioco della serie, di rinominare Link e imporre all’eroe il proprio nome, quello del giocatore. Faccenda emblematica soprattutto perché Link non è, come dichiara il suo nome, che un “collegamento”, un attante prima che un attore videoludico, un tramite per calare il giocatore nel mondo di gioco. Alla sua uscita, A Link to the Past esalta magnificamente la missione iscritta nello stesso nome del genere (“gioco di ruolo”) presentandosi con una veste grafica minimale, stilizzata ma al contempo evocativa, fiabesca e ingenuamente surreale. Teso tra un mondo di Luce e uno di Tenebre, che costituiscono facce opposte ma complementari della realtà da percorrere, A Link to the Past parte dalla formula di azione in tempo reale del primo capitolo della serie per portare al picco una concezione ludica che costruisce un intero mondo intorno al giocatore. Il mondo di gioco è un vasto territorio ricco di passaggi, legami, interrelazioni, che sta al giocatore disvelare passo per passo, non tanto parallelamente alla costruzione della propria potenza, quanto alla conoscenza del mondo stesso e al possesso dei suoi oggetti magici. Oggetto per oggetto, capacità per capacità, dungeon dopo dungeon, side quest dopo side quest, così, non si risolve una semplice linea retta, ma si svela lo stesso tessuto di un mondo giocabile che al giocatore, mirabilmente condotto a sospendere ogni principio di verosimiglianza, appare quasi dotato di una vera serie di nessi causali, di agenti e moventi. Link, il giocatore, incarna il motore che fa tornare a girare questo mondo.

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Cos'è oggi

Oggi più che mai A Link to the Past è un ritorno al passato, un collegamento a un qualcosa che rimane, non cancellato dal procedere lineare del tempo. La presentazione estetica, già all’epoca refrattaria alla tentazione di presentarsi all’avanguardia, regge ancora oggi per pulizia e stile, ponendosi a metà strada tra la totale stilizzazione del capostipite per NES e uno stile grafico fantasy mai barocco, essenziale, non eccessivo ma al contempo non privo di sofisticate sorprese visive. Per non parlare del comparto sonoro, con versioni sobrie ma monumentali dei refrain zeldiani già esistenti e la parallela consacrazione di nuovi motivi e jingle oggi ben noti a tutti i fan. Tutto nella serie di Zelda parte realmente da questo episodio. La concezione magistrale, monumentale e la solidità del mondo di gioco si esprimono non soltanto nella quantità di oggetti, personaggi e situazioni, e nei molti e impegnativi dungeon (alcuni dei quali tra i più difficili in assoluto dell’intera serie), ma anche nella molteplicità di legami tra le varie zone del mondo di gioco, che appare come un unico ed enorme ingranaggio.

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Cos'è oggi

Link, sì, progredisce, ma l’eroe domina soprattutto con la conoscenza. Non ci sono mostri erranti casuali, combattimenti a turni slegati dall’azione, interminabili sessioni di re-spawning per costruire esperienza o lunghi, spocchiosi dialoghi: ci sono solo le vaste pianure, i deserti, le montagne rocciose, le acque del mondo di Link, i medaglioni che ci riconosceranno come prescelti, la Master Sword, i pezzi della Triforza e un mondo oscuro che, nemesi e cattivo destino delle vicende, è necessario attraversare e conoscere nella sua specularità con quello della luce. La precisione del controllo, la regia sottilissima e invisibile, il coinvolgimento che deriva dall’azione in tempo reale e la sensazione di sperduta solitudine in un mondo-campo di possibili Link da attivare personalmente. Tutto questo rende A Link to the Past il miglior episodio bidimensionale della saga e uno dei migliori RPG di tutti i tempi, siano questi in grafica bitmap o poligonale, vecchi o nuovi, col bump mapping a 1080 di risoluzione o a un massimo di 256 colori su schermo. La versione ri-pubblicata per GameBoy Advance avrà anche il vantaggio della portabilità, ma non è una fedele conversione come questa: sovraccaricata di effetti sonori e versi di link "sollevati", senza una vera ragione, da capitoli successivi della saga, assomiglia di meno a un leale "ritorno al passato".

Difficilmente, in ambito videoludico, l’espressione “senza tempo” potrebbe essere impiegata in maniera più sensata che per descrivere il terzo capitolo della serie di Zelda. Presentandosi alla sua uscita come culmine della ricerca action-RPG di Nintendo e come vetta tecnica di game design, A Link to the Past (classe 1991) si è imposto come esperienza immancabile per ogni giocatore, come riferimento imprescindibile per l’epoca a sedici bit e come uno tra i massimi esempi di solidità, seduzione e poeticità di un mondo giocabile. E se è altrettanto difficile che l’investimento di 1000 Wii Points su questo capolavoro del passato possa non rivelarsi scelta desiderabilissima, restringere l'intera varietà e ricchezza dell’esperienza di gioco in una semplice recensione sarebbe impresa improba.