Monster Hunter - Monografie 53

Arriva anche in Europa l'ultimo Monster Hunter portatile, il momento giusto per riflettere sulla storia della serie

RUBRICA di Christian Colli   —   09/02/2015

Monografie è una rubrica a cadenza mensile che racconta i momenti essenziali nella storia di alcune società, franchise o personaggi di spicco che hanno lasciato il segno nel mercato videoludico.

L'uscita di Monster Hunter 4 Ultimate, benché in netto ritardo rispetto alla release nipponica, segna indiscutibilmente l'interesse di Capcom nei confronti dell'emisfero occidentale per quel che riguarda la serie omonima. È probabile che vedremo anche i futuri Monster Hunter con un certo ritardo, insomma, ma sui nostri scaffali prima o poi arriveranno: il brand segna ora vendite più che soddisfacenti, al contrario di quando Capcom aveva pubblicato i primi episodi per PSP, accompagnandoli da una pubblicità ben misera. Il passaggio alle console Nintendo ha giovato sia alle vendite della grande N sia a Capcom stessa, forte quantomeno della base installata del Nintendo 3DS. Chiaramente non è stato sempre così, e ci sono dei Monster Hunter che probabilmente in Europa non vedremo mai e che molti giocatori neppure sanno che esistono: il recente Monster Hunter Frontier G ne è un chiaro esempio. In quanti sanno che si tratta di un gioco multipiattaforma che in Asia va a gonfie vele? Eppure dalle nostre parti è pressoché sconosciuto. Il fatto è che Monster Hunter da quelle parti, e specialmente in Giappone, è un fenomeno incredibile, mentre da noi è diventato mainstream solo di recente, e comunque in misura relativa. Per capire il motivo di questa discrepanza, dobbiamo iniziare dal principio...

Monster Hunter è un vero e proprio fenomeno videoludico: ma è stato sempre così? E perché?

A caccia di mostri

Ironicamente, il primissimo Monster Hunter fu un mezzo flop, se paragonato ai successivi, vendutissimi capitoli. Uscì per PlayStation 2 nel marzo del 2004, seguito da un'espansione, a meno di un anno di distanza, intitolata Monster Hunter G, anch'essa per PlayStation 2. Entrambi i titoli vendettero meno di un milione di copie a testa. Si era occupato dello sviluppo il Production Studio 1 di Capcom, il quale era stato incaricato di concentrarsi su almeno tre giochi per PlayStation 2 provvisti di modalità multigiocatore via Internet. Gli altri due sarebbero stati Auto Modellista e Resident Evil Outbreak, ma fu chiaro fin da subito che Monster Hunter era quello ad avere maggiori potenzialità di successo. La formula, in fondo, era originale e accattivante: il giocatore si immergeva in un mondo fantasy popolato da strani personaggi e creature mostruose. La storia era un pretesto, i meccanismi segretissimi, e bisognava scoprire tutto da soli. Monster Hunter non era certo un titolo per casual gamer; richiedeva pazienza, concentrazione e dedizione.

Monster Hunter - Monografie
Monster Hunter 2, 2006

Strutturato a missioni, obbligava il giocatore a imparare il comportamento imprevedibile dei mostri e a reagire di conseguenza nel tentativo di sconfiggerli. I materiali ricavati dai loro corpi e dall'ambiente circostante permettevano di fabbricare armi e armature provviste di attributi che rendevano più facile la vita quando si affrontavano certe altre creature. Difficile, impegnativo e assuefacente, Monster Hunter - che ricordava sotto molti aspetti uno dei titoli online più innovativi della storia, e cioè Phantasy Star Online di SEGA - poteva funzionare, ma gli mancava ancora qualcosa per sfondare davvero. Dopo aver studiato le scarse vendite del titolo anche nel resto del mondo, e la risicata presenza online dei giocatori, i quali erano obbligati a pagare per poter fruire del servizio, i ragazzi del Production Studio 1 ebbero l'intuizione geniale che trasformò Monster Hunter in un successo: combinarono Monster Hunter e Monster Hunter G in un sol gioco, aggiunsero qualcosina e lo schiaffarono su PSP, intitolandolo Monster Hunter Portable (Freedom in Occidente). Qui la storia del franchise, però, arriva a un bivio: mentre in Occidente le vendite faticavano a decollare, in Giappone esplodeva letteralmente la Monster Hunter mania. Sul perché ci arriveremo dopo, ma val la pena sottolineare che la versione PSP non consentiva di giocare online, ma soltanto in multigiocatore locale, e in un certo senso fu proprio questo a decretarne l'assoluto successo in patria, facendolo diventare uno dei titoli portatili più giocati in assoluto e portando all'apertura di veri e propri locali di ristoro dedicati ai cacciatori in cerca di compagni di avventura e, magari, di un buon spuntino. Il successo di Monster Hunter Portable spinse Capcom a ritentare la fortuna con Monster Hunter 2 su PlayStation 2, una versione riveduta e corretta dell'edizione per PSP alla quale erano state aggiunte alcune mappe e feature (gemme e castoni, ad esempio). Le vendite inferiori a Monster Hunter Portable convinsero Capcom che era proprio la console Sony a rappresentare un problema per la diffusione del gioco, specialmente in un momento in cui la PSP era diventata popolarissima in Giappone.

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Monster Hunter Freedom Unite, 2008

Gran parte del lavoro svolto su Monster Hunter 2 fu quindi traslato in Monster Hunter Portable 2nd, l'edizione uscita per PSP anche nel 2007 dalle nostre parti, in cui facevano capolino alcune nuove armi come la spada lunga e, naturalmente, nuovi mostri. A questo punto, tuttavia, ogni nuova versione era un semplice aggiornamento della precedente, e il pubblico cominciava ad avere bisogno di una ventata di aria fresca. Monster Hunter Portable 2nd G, uscito nel 2008 in Giappone e nel 2009 in Occidente col titolo Monster Hunter Freedom Unite, cementava questa sensazione di dejà vù. Benché il gioco fosse più bello, più ricco e più complesso delle precedenti iterazioni, era fondamentalmente lo stesso titolo in cui si combattevano ad nauseam gli stessi mostri per fabbricare centinaia di armi e armature. Nonostante abbia venduto più di tre milioni di copie in tutto il mondo, portando allo sviluppo di software ufficiali e non per fruirne anche online, scavalcando i limiti del portatile Sony, l'ennesimo Monster Hunter per PSP rappresentava il momento della svolta, per Capcom: a questo punto il successo del brand si era fatto clamoroso, almeno in Giappone, e su di esso aveva puntato lo sguardo anche Nintendo, mentre Capcom cominciava a temere che PlayStation 3, ancora agli albori, non sarebbe riuscita a ripetere i trionfi della precedente console Sony. Siamo nel 2009, e le vendite della nuove console della grande N, il Wii, faticano a decollare: l'idea è quella di pubblicare un Monster Hunter sufficientemente innovativo che attiri l'attenzione sia dei vecchi giocatori sia di quelli nuovi e curiosi. Monster Hunter Tri fa un passo indietro sulla scala della difficoltà che lo rende meno ostico e introduce la novità dei combattimenti subacquei. Il nuovo episodio della serie spinge le vendite della console Nintendo, come da previsioni, e convince la casa di Super Mario a puntare su questo nuovo cavallo vincente.

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Monster Hunter Tri, 2009

Contemporaneamente, però, Capcom non vuole certo abbandonare gli altri due mercati che hanno reso la serie un successo in Giappone: non solo continua a supportare Monster Hunter Frontier Online, il primo episodio del franchise giocabile solo online e uscito nel 2007 per PC e nel 2010 per Xbox 360, ma sviluppa anche un nuovo episodio per PSP, generando un'incredibile confusione. Il nuovo Monster Hunter Portable 3rd, infatti, non è un adattamento di Monster Hunter Tri, ma un episodio a parte, con mostri e oggetti esclusivi, che rende l'iterazione per Wii uno spin-off a tutti gli effetti. Monster Hunter Portable 3rd riscuote in Giappone un successo straordinario prima nel 2010 e poi nel 2011, quando esce in versione rimasterizzata per PlayStation 3. Questa volta, però, europei e nord americani restano a bocca asciutta, e devono accontentarsi di Monster Hunter Tri G, ribattezzato Monster Hunter 3 Ultimate in Occidente e concepito appositamente per spingere le vendite di Nintendo 3DS e Wii U, le nuove console di Nintendo. Nonostante riscuota un buon successo, e sia uno dei titoli più venduti su entrambe le piattaforme, le vendite non sono straordinarie e ancora una volta riconducono a una certa stanchezza. Sono passati tre anni dall'introduzione dei combattimenti subacquei e bisogna inventarsi qualcosa di nuovo. Quel qualcosa sarà la verticalità di Monster Hunter 4 e Monster Hunter 4 Ultimate che, colpo di scena, escono soltanto su Nintendo 3DS. Nel mentre, Capcom sviluppa e pubblica in Giappone il suo primo Monster Hunter di ultima generazione: si chiama Monster Hunter Frontier G, si gioca solo online ed esce su praticamente ogni altra piattaforma esistente, PlayStation Vita compresa. E di arrivare sui nostri scaffali, questa volta, proprio non se ne parla. Perché?

Divergenze

Per comprendere la reticenza di Capcom nei nostri confronti possiamo riesaminare la storia del franchise e soffermarci sulla risposta del pubblico occidentale al "simulatore di caccia" che è Monster Hunter. Essa ci insegna sostanzialmente due cose. Primo, il gaming mobile in Giappone va molto più forte che da noi. Il motivo è molto semplice: i giapponesi trascorrono gran parte delle loro giornate sui mezzi pubblici, magari andando o tornando da scuola o da lavoro. Le distanze da coprire sono spesso così ampie che le console portatili sono diventate facilmente uno dei passatempi preferiti di studenti e pendolari.

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Monster Hunter Portable 3rd HD, 2011

Chiedete a chiunque sia stato in Giappone almeno una volta, vi risponderà che i nostri amici con gli occhi a mandorla tengono lo sguardo fisso su handheld e cellulari come fosse la loro seconda natura. Se è vero che anche in certi paesi occidentali si viaggia parecchio, c'è da dire che la nostra cultura è più improntata alla fruizione delle console casalinghe pure per ragioni di spazio. Inoltre, Monster Hunter non è certo l'unico gioco sviluppato per gli handheld, in Giappone: per PSP, ad esempio, sono usciti dozzine di titoli, tra visual novel e jRPG, con cui i giapponesi vanno letteralmente a nozze e di cui noi ignoriamo completamente l'esistenza. La storia del brand Capcom, poi, riflette un altro aspetto della cultura giapponese ancora più importante e intrecciato col suo gameplay: Monster Hunter non è solo un titolo molto impegnativo, ma anche pensato per stimolare la collaborazione tra i giocatori e la loro interazione sociale. Non è un caso che le prime iterazioni del gioco fossero terribilmente lacunose sul fronte della campagna single player, migliorata nettamente negli ultimi episodi e specialmente in quelli che Capcom sapeva avrebbe portato in Occidente. E l'intuizione clamorosa della società nipponica nacque proprio da quel primo sbaglio della modalità online: i giapponesi preferiscono di gran lunga giocare in multiplayer faccia a faccia, socializzando e condividendo l'esperienza fisicamente. In effetti, preso a sé, Monster Hunter è un gioco abbastanza vuoto. Sconfiggere i mostri e fabbricare armi e armature senza avere nessuno con cui condividere la gioia di un trionfo non dà le stesse soddisfazioni di quando si batte il cinque a un amico che ci ha aiutato a stendere un drago antico. Ancora una volta, non è un caso se i combattimenti più avanzati richiedono una pianificazione e una complicità incredibili. Del resto, l'aspetto sociologico del multiplayer di Monster Hunter ai giapponesi non è certo nuovo, dato che stiamo parlando della cultura che ha procreato i Pokémon e gli scambi via cavetto oltre vent'anni fa.

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Monster Hunter Frontier G, 2013

Se in Giappone abbondano i locali pensati appositamente per i videogiocatori in cerca di compagnia per una partita in multiplayer, in Occidente è difficile trovarne di simili e certo è raro guardarsi intorno in un pub e scorgere un gruppetto di amici che giocano a Monster Hunter: l'idea, per noi, è quasi strampalata. Infine, un altro motivo del successo di Monster Hunter in Giappone è legato al secondo aspetto e al gioco in sé e per sé. L'impegno richiesto, sia in termini di concentrazione sia in termini di tempo, è notevole. Monster Hunter è un gioco basato sul "farming", una parola spesso usata in senso dispregiativo e che spartisce ben poco con la nostra cultura videoludica. Inoltre, i combattimenti nella serie Capcom, se approcciati casualmente, possono rivelarsi difficili se non impossibili e frustranti. Tuttavia, se è vero che questa caratteristica è stata uno dei principali motivi per cui Monster Hunter non ha avuto inizialmente successo in Occidente, bisogna ammettere che negli ultimi anni la musica è cambiata, specie grazie alla diffusione e alla fama di giochi come Dark Souls, che hanno fatto leva sul lato hardcore dei giocatori, impegnandoli e ripagandoli con soddisfazioni a dismisura. Paradossalmente, oggi molti giocatori nostrani si avvicinano a Monster Hunter perché viene considerato "una specie di Dark Souls", e l'inclusione dell'online in Monster Hunter 4 (clamorosamente assente in Monster Hunter 3 Ultimate, se non su Wii U o attraverso Wii U) potrebbe portare a quel successo clamoroso, in Occidente, che ribalterebbe tutta la situazione.

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