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Propaganda ISIS: da Call of Duty a Grand Theft Auto

Come mai i terroristi dell'ISIS usano i videogiochi per reclutare militanti in occidente?

SPECIALE di Simone Tagliaferri   —   12/10/2014

Spesso è difficile cogliere le forti influenze culturali del medium videoludico sulla cultura di massa e sulle sue forme di espressione, al punto che la pubblicazione di un filmato dell'ISIS su di un videogioco di propaganda jihadista, probabilmente realizzato moddando GTA IV, non ha destato molta impressione. Sono molti i commentatori che si chiedono come mai alcuni occidentali decidano di lasciare le loro case e il nostro mondo per andare a combattere per il califfato che sta occupando sempre più città dell'Iraq e della Siria e che recentemente è arrivato alle porte dell'occidente. Non è facile dare una risposta a un quesito così ampio, perché bisognerebbe affrontare problematiche non esauribili in poche righe. L'unica certezza è che nonostante l'ISIS agisca per creare uno stato islamico regolato dalla Shariʿah, qualcuno al suo interno conosce molto bene il linguaggio dei media occidentali e sa come colpire e interessare il pubblico occidentale più giovane. "Your games which are producing from you, we do the same actions in the battlefields !!" questa frase sgrammaticata apre il filmato del "videogioco dell'ISIS", connotato subito come un richiamo verso la realtà, ossia l'esatto opposto di quello che solitamente i videgiochi pretendono di fare e di essere. Di base il trailer ci sta dicendo che tutto quello che vedremo da lì in poi è una rappresentazione virtuale di qualcosa che accade veramente, non un modo per fuggire in un mondo fittizio, stabilendo un rapporto ambiguo tra il fruitore e il filmato. Una dissolvenza in nero apre sull'immagine di un miliziano in primo piano, con affianco quello che dovrebbe essere il titolo del gioco. Non vi sarà difficile riconoscere il logo di Grand Theft Auto davanti alla bandiera nera dell'ISIS. Anche qui il discorso è diretto e poco fraintendibile per un occidentale medio: abbiamo preso il tuo videogioco preferito e lo abbiamo trasformato in realtà, quello che facciamo noi è quello che tu fai nei tuoi mondi virtuali. Si tratta di un messaggio inquietante, in un certo senso brutale, ma allo stesso tempo capace di affascinare una certa fetta della popolazione. Non che l'ISIS voglia convincerci di essere nel giusto, badate bene, e non che la maggior parte di noi possa arrivare a pensare che lo sia guardando un filmato simile. La tecnica comunicativa usata è molto più sottile e chi ha deciso di realizzare il trailer ha colto un aspetto spesso negato della passione videoludica, girandolo a suo favore come mezzo di propaganda. Ha messo in scena il desiderio di trasformare in realtà i sogni di fuga e ribellione legati ai videogiochi. Subito dopo il titolo partono alcune sequenze di questo fantomatico gioco. Anche qui qualsiasi maschio occidentale sotto i cinquant'anni non faticherà minimamente a riconoscere lo stile Grand Theft Auto. In effetti, se togliessimo la prima parte del filmato, quella raccontata sopra, si farebbe enormemente fatica a riconoscere le immagini seguenti come strumento di propaganda. Sono situazioni tipiche da videogioco, con esplosioni e sparatorie difficili da contestualizzare se prese in autonomia. Diciamo meglio: sono le immagini di un videogioco qualsiasi, uno di quelli con cui tutti abbiamo giocato.

Il protagonista stesso, inquadrato di spalle, non è il classico miliziano bardato di quelli che vediamo in televisione; con quella maglia, con quei capelli e con quel cappello potrebbe essere uscito da uno qualsiasi dei quartieri periferici di una città occidentale. Volendo potrebbe essere davvero il protagonista borderline di un nuovo capitolo della serie di Rockstar Games. Insomma, tolte le due scritte introduttive e i richiami all'ISIS tra le sequenze di gameplay, quello che abbiamo di fronte è un videogioco come tanti altri, incapace di inquietarci come hanno affermato provocatoriamente i portavoce dell'ISIS, ma capacissimo di parlarci, toccando e facendo risuonare una corda del nostro inconscio che esiste, nonostante i tentativi di rimuoverla. Quello che ci inorridisce del trailer dell'ISIS è la sua capacità di toccarci. Il califfato nei suoi materiali di propaganda sembra sempre parlare più con noi occidentali che con i suoi aderenti, sfidandoci continuamente con la trasformazione in realtà del nostro immaginario. Gli stessi sgozzamenti hanno riferimenti diretti ed espliciti al cinema contemporaneo, sempre pronto a inquadrare la crudeltà per venire incontro ai gusti del grande pubblico, e ai videogiochi, dove spesso la crudeltà del nemico è il movente per l'azione.

Uno speciale dedicato all'uso dei videogiochi nella propaganda dell'ISIS.

Che cos'è l'ISIS?

La storia dell'ISIS è più lunga e complessa di quanto possa sembrare guardando un qualsiasi telegiornale. Se volete saperne di più, leggete questo articolo del Post, che contiene parecchie informazioni utili e ne traccia la storia a grandi linee ma in modo esauriente.

La forza dei pregiudizi

In "1984" di George Orwell era il sistema stesso a produrre contro informazione per stanare le cellule impazzite della società e normalizzarle con tecniche coercitive. Lì dove il Grande Fratello non riusciva a convincere attraverso la retorica di stato, finiva per mettersi a nudo così da abbassare le difese del ribelle per poterlo colpire successivamente con maggiore violenza, fino alla sua estirpazione dal tessuto sociale. Ogni azione è neutra, siamo noi che la riempiamo di senso in base alla nostra cultura. Uno sgozzamento è uno sgozzamento, direbbero dei semiologi, almeno in termini assoluti. La cultura si occupa poi di mettere in contatto il fruitore con alcune delle possibili implicazioni del gesto, definendone l'identità. Di fronte allo stesso atto un simpatizzante dell'ISIS vede qualcosa di molto diverso da ciò che vede un occidentale medio. La reiterazione delle uccisioni serve paradossalmente ad ammortizzarli, facendoli diventare quotidiani.

Propaganda ISIS: da Call of Duty a Grand Theft Auto
Propaganda ISIS: da Call of Duty a Grand Theft Auto

Entrambi i soggetti finiranno per assuefarsi all'orrore, ma con risultati differenti: il simpatizzante inizierà a vedere in ogni ulteriore sgozzamento il progressivo indebolimento dei nemici, incapaci di fermare l'ISIS, sentendosi quindi in una posizione di forza, mentre l'occidentale medio sentirà sempre meno il peso di quella mattanza ma, percependosi costantemente aggredito, quindi sotto una specie di assedio, inizierà a sviluppare una volontà di rivalsa sempre più forte, giustificando a poco a poco il ricorso a qualsiasi forma di violenza per cancellare quell'immagine. In entrambi i casi l'atto in sé avrà perso il suo valore fattuale (un uomo che sgozza un altro uomo) e ne avrà assunto uno fortemente culturale, che motiverà le scelte di opinione dei diversi fruitori, assegnandoli ai vari fronti. La propaganda è normalizzazione, ossia la trasformazione in un concetto quotidiano di qualcosa che non esiste o che si percepisce come distante. Di base è la creazione di un pregiudizio collettivo, che deve essere utilizzato per leggere la realtà funzionalmente alle decisioni del potere politico e militare. Quando un'intera società, o una grossa parte di essa, inizia a percepire come giusto un comportamento, è essa stessa ad alimentare la propaganda, reiterandone i concetti. Prendiamo come esempio le armi di distruzione di massa di Saddam in Iraq e quanto fu la società stessa a spingere per l'intervento militare, dopo le iniziali menzogne del governo americano sulla loro esistenza. Diversi studi hanno dimostrato come gli esseri umani usino i pregiudizi per leggere la realtà. Normalmente tendono a dimostrare come gli aderenti a un determinato partito politico usino i fatti per confermare giudizi che possiedono a priori, e anche di fronte alla verità tendano a occultare inconsciamente ciò che smonterebbe la loro fede, oppure a piegarlo all'occorrenza. Noi ci spingiamo ad affermare che il principio è applicabile a molti altri ambiti della società. Ne abbiamo prova giornalmente su internet, dove si sviluppano discussioni accesissime alimentate più dai pregiudizi reciproci che dall'analisi razionale degli eventi. Rimane ora da capire se questi processi di condizionamento siano premeditati o se siano il frutto di meccaniche sociali spontanee.

Lavate il cervello del pubblico

Dave Anthony, scrittore e regista di Call of Duty: Black Ops, parlando a un forum organizzato dall'Atlantic Council ha spiegato in maniera eccezionalmente sincera come lavora il marketing sul grande pubblico; grande pubblico educato a negarne l'influenza, ma di fatto impregnato e manipolato giornalmente dalla pubblicità e dalla propaganda. Anthony ha detto esplicitamente che il governo dovrebbe usare tattiche di lavaggio del cervello per vendere alla gente l'idea di piazzare soldati nelle scuole come difesa da possibili pericoli interni derivati dallo scenario mediorientale e dall'avanzata dell'ISIS. Anticipando una delle probabili obiezioni, ha poi spiegato "Non piacerà al pubblico perché lo percepirà come uno stato di polizia, ma si tratta di un problema risolvibile".

I Call of Duty sono da sempre accusati di propaganda militarista
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Lavare il cervello è l'unico modo che hai per far nascere desideri nelle persone
Lavare il cervello è l'unico modo che hai per far nascere desideri nelle persone

Come? Sfruttando le tecniche di comunicazione usate regolarmente dall'industria di massa e dai creativi che la popolano per far passare novità potenzialmente sgradite: "Quando non siamo sicuri della risposta del grande pubblico a delle caratteristiche di un nuovo prodotto, cosa facciamo come corporation? Le esponiamo il più che sia possibile lavando il cervello alle persone che non le gradiscono, facendogliele accettare e vendendogliele prima che il prodotto esca effettivamente sul mercato." Se ci pensate bene si tratta di una tecnica usata comunemente per venderci il videogioco del momento (e non solo). Quanti trailer vengono pubblicati settimanalmente sui titoli di punta che l'industria mira a farci percepire come "indispensabili" per il nostro divertimento? Quante volti i potenziali difetti vengono sottolineati per farceli accettare? L'obiettivo di Anthony è apparentemente nobile, ossia aumentare la protezione delle scuole da possibili attacchi terroristici: "Mettiamo che ci siano cento di questi tipi [simpatizzanti dell'ISIS] sul nostro territorio, magari anche cittadini americani, che possono entrare in un'armeria qualsiasi e acquistare legalmente dei fucili d'assalto con cui attaccare bersagli inermi." Ma chissà se il regista di Black Ops si rende conto di quanto questa cultura del "lavaggio del cervello" sia diffusa e venga ora utilizzata attivamente anche dal nemico del momento, quello contro cui vorrebbe utilizzarla anche lui. Soprattutto, chissà se si rende conto dei danni causati alla nostra società da questo costante indebolimento delle capacità critiche degli individui per vendergli "prodotti" che non vogliono. Sì, perché di base un individuo che subisce un lavaggio del cervello costante come quello descritto da Anthony, si "ammorbidisce" e diventa vittima dei desideri indotti, che non riesce a non percepire come suoi e che vanno a incidere profondamente sulla sua vita. Forse è per questo che un cittadino inglese ha dichiarato candidamente a un podcast di propaganda che fare parte dell'ISIS è "better than that game Call of Duty" (tad. meglio di Call of Duty), dando di fatto ragione ad Anthony sull'efficacia delle sue tecniche. E forse è per questo che l'ISIS sfrutta con grande efficacia il linguaggio dei media occidentali per cercare nuovi adepti, facendo diventare pane quotidiano l'immagine degli sgozzamenti, alternandole a quelle dei videogiochi e dei film. In fondo il responsabile della comunicazione del califatto potrebbe sempre giustificarsi affermando di non aver inventato nulla, ma di aver solo scelto di seguire la strada aperta dai maestri occidentali del marketing.