EditorialiIl diritto di offendersi 

Dove inizia il diritto di protestare e finisce la libertà creativa dello sviluppatore?

L'altro giorno scrivevamo che in questi 10 anni il mondo dei videogiochi è cambiato, più che dal punto di vista tecnico, da quello filosofico, evidenziando il limite sempre più sottile tra single e multiplayer, il concetto di gioco come servizio, gli early access, l'accorciamento delle distanze tra pubblico e sviluppatori e così via. Un'altra cosa in via di sviluppo, che si trova ora in mezzo a un processo lunghissimo, è la percezione di minoranze, ruoli femminili e diversità. Il mondo dei videogiochi è giovane, è cresciuto col suo pubblico e come tale ha dovuto col tempo modificare il proprio gusto, adeguandosi anche al fatto di essere ormai un fenomeno culturale seguito da milioni di persone, un grande potere dal quale senza dubbio derivano grandi responsabilità. I videogiochi oggi non possono limitarsi a schiaffare in copertina l'ennesimo eroe bianco e muscoloso che schiaffeggia sul sedere le spogliarelliste e fa battute sulle minoranze, a meno di non voler volontariamente causare una levata di scudi o porsi in maniera palesemente ironica. Le figure alla Duke Nukem stanno tramontando come gli "action hero" alla John Matrix, per il semplice fatto che gran parte del pubblico ha raffinato i proprio gusti e che le suddette minoranze sono pronte a scendere sul piede di guerra ogni volta che qualcuno sembra offendere o violare i loro diritti. E mentre queste figure si facevano sempre più importanti e ascoltate, dall'altra parte nasceva la loro controparte, quelli che "forzarmi a usare un personaggio femminile è un modo per ingraziarsi un certo tipo di pubblico", quelli che urlano alla censura ogni volta che viene eliminato un contenuto ritenuto poco idoneo. D'altronde l'indignazione è diventata una delle monete di scambio più forti su internet, ora che tutti ci sentiamo in diritto d'esprimere una opinione. Ma fin dove è lecito spingersi nel proprio diritto di sentirsi offesi? Esiste effettivamente un limite o ogni protesta, anche quella legata ad aspetti spesso marginali di un gioco, ha senso di esistere?

Assurde censure e richieste legittime: quando nei videogiochi il pubblico ha il diritto di offendersi?

Spararsi le pose

Prendiamo ad esempio la diatriba che ruota attorno alla famigerata posa "sexy" di Tracer. Siamo tutti d'accordo che il personaggio è sempre stato presentato con un tono giocoso, allegro, molto lontano dall'atmosfera vagamente lasciva che circonda Widowmaker (a cui hanno dato anche un accento francese, che fa tanto erotico), ma parliamo pur sempre di una che gira con dei leggings attillatissimi. Detto questo, c'è chi non ha gradito una delle pose opzionali del personaggio che la ritraeva di spalle, quindi col sedere ben in mostra, perché considerata troppo lontana dal suo spirito. Inoltre, questo utente era preoccupato dell'eventuale messaggio che sua figlia, la quale adora Tracer, avrebbe ricevuto da questo genere di posa. Ebbene sì, c'è qualcuno che ha ritenuto fondamentale mettersi a sindacare su un contenuto aggiuntivo totalmente facoltativo perché avrebbe potuto traviare sua figlia. Il diritto di offendersi Mentre gli altri utenti del forum Blizzard strabuzzavano gli occhi per la sorpresa, Kaplan e soci rimuovevano la posa, scatenando un'ulteriore ondata di sdegno. Ma come, pieghiamo la sacra arte dei game designer e la loro visione al banale giudizio di un giocatore? Chi è questa persona per decidere cosa va bene e cosa no? Questa vicenda è assolutamente esemplificativa degli eccessi raggiunti da una parte e dall'altra nella Grande Lotta per far valere la propria opinione su internet. Che è un triste sottoprodotto di lotte ben più importanti. Se da una parte infatti è assolutamente legittimo che i videogiochi rappresentino non solo ciò che piace al maschio bianco medio di internet, dall'altra ogni sviluppatore ha perfettamente diritto di inserire nella propria opera ciò che preferisce, a meno che non sia illegale. Si chiama libertà di espressione e l'unico vero giudice di tutto ciò è il mercato. Il padre impaurito dal fatto che il sedere di Tracer possa trasformare sua figlia nell'ennesima "postatrice" di sederi su Instagram, dovrebbe sapere che ci sono tanti altri personaggi che mostrano il sedere nei videogiochi e che quando diventerà grande ci penseranno i video musicali, le pubblicità e forse anche le sue amiche a darle consigli ben peggiori. L'unica cosa che un padre può fare in questi casi è dare ai propri figli gli strumenti necessari per capire che qualcosa è sbagliato, indipendentemente da chi lo fa. Dall'altra parte i paladini anti-censura hanno quasi ragione: un giorno è il retro di un personaggio un po' troppo esposto, il giorno dopo è un personaggio muscoloso che dà fastidio a quelli troppo magri e alla fine, eliminando ogni fastidio, si arriva a Fahrenheit 451, in cui l'indice dei libri proibiti non veniva deciso dal governo, ma dai cittadini che si ritenevano oltraggiati dalle pubblicazioni. Il diritto di offendersi Stiamo lentamente passando da un mondo eccessivamente stupido e pensato per adolescenti arrapati a una realtà che non oserà mai niente per paura di beccarsi gli insulti su internet. Però suvvia, usiamo anche un può di buon senso: Blizzard è un'azienda enorme, con gli occhi costantemente puntati addosso, rimuovere una posa vagamente sexy per fare la figura di quelli attenti al customer care costa veramente poco, se proprio avete il fetish di Tracer siamo sicuri che su internet troverete materiale per i vostri momenti di solitudine. In tutta questa polemica però la parte migliore è stata senza dubbio la risposta di Blizzard. Eh sì, perché dopo essere corso ai ripari, Kaplan ha spiegato che è proprio questo il senso di una beta: trovare gli angoli da smussare, ma poi quella posa non piaceva neppure al reparto creativo, molto meglio quella nuova no? E così dopo la polemica ci ritroviamo una posa in cui si vedono comunque le forme del personaggio, però il tutto sembra molto più in linea con la sua filosofia. Il lato più comico è che questa posa richiama quella delle pin-up che venivano dipinte sui bombardieri americani, quindi di fatto la rende comunque un oggetto sessuale, ma dato che Tracer ha un passato da aviatrice tutti sono contenti perché "è nel personaggio". Tuttavia c'è ancora chi ha deciso di non comprare Overwatch perché Blizzard si sarebbe piegata a dei presunti "Social Justice Warriors", ovvero quei personaggi che vagano per internet cercando cause per le quali indignarsi e far casino. Viviamo davvero in tempi interessanti. L'importante è che sappiate che nella maggior parte dei casi un'azienda non fa delle scelte perché vi vuole bene, ma perché una ricerca di mercato gli ha consigliato di volervi bene.

Via i trans dal mio GDR!

Ma se tutto sommato possiamo considerare quasi legittima la discussione sulla posa di Tracer, quando è successo a Baldur's Gate: Siege of Dragonspear, è veramente assurdo e ridicolo. Lo tsunami di sterco è nato a causa di un personaggio presente all'interno del gioco chiamato Mizhena che ha due particolarità: è un transessuale e fa una battuta che cita una frase del famigerato GamerGate, ovvero quell'enorme polemica contro Zoe Quinn, Anita Sarkeesian e chiunque le difendesse che si è col tempo trasformata in una sorta di Santa Inquisizione Videoludica, con tutti i risvolti negativi del caso. Il diritto di offendersi Attenzione: in teoria è possibile finire il gioco senza dover parlare con Mizhena e le linee di dialogo incriminate le si possono leggere solo scegliendo determinate domande, però a quanto pare la sua stessa presenza e la voglia degli sviluppatori di ironizzare sul GamerGate, sono atti di lesa maestà da parte di una minoranza rumorosa di utenti che si ritengono depositari dell'unica verità dei gamer e investiti del diritto divino di decidere cosa va bene e cosa no. Il risultato sono state centinaia di recensioni negative che se la prendevano con la sua presunta "pessima scrittura" o che si lamentavano di "credenze politiche degli sviluppatori che venivano inserite a forza nel gioco", turbando l'animo candido di poveri giocatori che volevano semplicemente godersi il loro GDR preferito. Come se non bastasse sono arrivati anche i video dal tono vagamente transfobico, in cui il personaggio di Mizhena veniva picchiato e ucciso. Ma la cosa peggiore è che queste proteste arrivano dallo stesso gruppo di persone che, quando si smorzano i toni su un personaggio femminile, come nelle modifiche a Street Fighter, iniziano subito a urlare contro la censura e a favore della libertà di espressione degli sviluppatori! Dunque come vogliamo metterla? Che ognuno è libero di creare il gioco che vuole finché non va a toccare le corde di un gruppo di persone con troppo tempo a disposizione e una visione distorta del mondo? Il risultato è che per ora lo studio di sviluppo ha promesso che rimuoverà dal personaggio i dialoghi incriminati, nel frattempo c'è chi ha speso il proprio tempo per creare una patch che lo cancella completamente dal gioco.

Bussole morali impazzite

I due casi sono ottimi esempi di come il clima nel mondo dei videogiochi stia in parte diventando irrespirabile, a causa di persone che da una parte sono disposte a fare di tutto per far sì che le cose restino come piacciono a loro, comprese minacce di morte, abusi su internet, bullismo e quant'altro, ma che dall'altra mettono in campo la stessa potenza di fuoco quando un gioco non si uniforma al loro presunto codice. Il diritto di offendersi Ma anche una buona "case history" su come un'azienda può comunque avere la meglio se ha le idee chiare. Rendiamoci conto che le stesse persone che vogliono togliere qualcosa da Baldur's Gate sono probabilmente le stesse che si sono scagliate contro Alison Rapp, ritenendola responsabile delle modifiche a Fire Emblem Fates e Xenoblade Chronicles X. Certo, sotto l'ombrello del GamerGate operano così tante persone, mosse dai motivi più disparati, quindi è difficile censire i suoi affiliati, resta il fatto che internet, accorciando le distanze tra utenti e aziende ha fornito ad alcune persone la possibilità di fare un uso distorto di strumenti assolutamente legittimi. Cosa possiamo farci? Molto poco. Purtroppo queste situazioni sono il retro della medaglia di un mondo, quello dei videogiochi, che sta cercando una propria maturità artistica e narrativa, un procedimento complesso in cui ci sono persone che reclamano giustamente una rappresentazione più equa, priva di stereotipi, maschilismi e discriminazioni, che purtroppo si scontra con chi ha un'idea dei videogiochi totalmente legata ai propri gusti, persone che spesso nascondono la propria voglia di meschinità con la difesa della libertà artistica degli sviluppatori. Entrambe le fazioni hanno fatto i loro errori, tipo l'assurda polemica sulla mancanza di personaggi di colore in The Witcher 3 da una parte e le minacce di morte alla Sarkeesian e compagnia dall'altra, per quanto riguarda invece chi i giochi li fa, cosa può fare per evitare che l'ennesima pioggia di insulti? Ben poco, l'unica cosa è credere fermamente nella propria visione, se le motivazioni dietro le scelte sono chiare non esiste polemica che possa resistere.

TI POTREBBE INTERESSARE