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Diario del Capitano

C'è chi l'ha amata e chi l'ha odiata, sicuramente nessuno l'ha mai ignorata. Parlo di Sega, e ne parlo al passato perchè ormai, checchè se ne dica, la Sega di oggi e degli ultimi anni non è che l'ombra di sè stessa, un'entità in agonia che da troppo tempo sembra aver perso la propria identià. La SErvice GAme, quella vera, è morta con il Dreamcast, quasi che la sparizione dell'ultimo hardware proprietario si sia portata via, beffardamente, tutti i pregi del colosso nipponico e ne abbia esaurito la linfa vitale. Sono lontani i tempi del Sega scream e degli slogan graffianti, del Sega does what Nintendon't. Sega piaceva per i giochi, ma piaceva soprattutto per la forte carica innovatrice e per la sfrontatezza con la quale affrontava a muso duro il Golia-Nintendo. Per quei suoi progetti folli, finanziariamente senza capo nè coda ma che ci hanno permesso di giocare a Shen Mue o di sfidarci in rete su Dreamcast anni prima che la concorrenza anche solo pensasse all'online gaming. Progetti in gran parte fallimentari, certo, ma che hanno inequivocabilmente spinto e spronato verso nuovi traguardi l'industria videoludica. Se non ci fosse stato il Megadrive chissà per quanto tempo Nintendo ci avrebbe fatto aspettare il Super Famicom.
Il Re è morto viva il Re dunque? No. L'agonia è stata troppo lunga, gli ultimi anni troppo travagliati e costellati da una serie di errori imperdonabili. Il periodo post Dreamcast è stato un epilogo indegno del passato di Sega e alla rinascita, con annesso ritorno ai vecchi splendori, ci crediamo poco.
Solo una cosa è certa: l'accordo con Sammy puzza di bruciato, e a nessuno va di vedere Sega fare la triste fine di SNK. E allora ben vengano Microsoft o Electronic Arts a salvare almeno il salvabile. A patto che si salvi non la memoria o uno sterile marchio, ma lo spirito che da sempre ha animato la casa del porcospino blu.

Mauro Fanelli, responsabile editoriale area console

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