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Diario del Capitano

Diario partente da uno spunto esterno quello di oggi. Del resto, dopo la tempesta informativa di queste ultime settimane, non è nemmeno male l'idea di leggere una rivista (cartacea questa volta) mentre si sorseggia una buona tazza di caffè in poltrona. Aggirandomi per casa alla ricerca di qualcosa da leggere, le mie mani si sono chiuse su uno di quei settimanali che leggono le persone comuni, il cosiddetto "uomo della strada". Fra le numerose rubriche più o meno interessanti, faceva capolino un servizio riguardante trasmissioni educative.
A volte sono i particolari quelli che si insinuano fra i nostri pensieri in modo più radicale, e arrivano a perturbare il nostro ragionamento in modo inaspettato. Il servizio, peraltro interessante, partiva con una specie di motto: "Altro che videogiochi"... Lavorando nell'ambiente videoludico si sviluppa una sorta di deformazione mentale che porta il soggetto a tentare di assimilare qualunque informazione nella quale si parla anche marginalmente di videogames, colpevole forse anche un leggero complesso di inferiorità nei confronti dei colleghi generalisti. Mi sono trovato così a leggere questo articolo nel quale, udite udite, nessuno parlava della nostra materia preferita. Interessante, molto interessante. "videogioco" è diventata una parola di richiamo, una di quelle che invoglia la gente a leggere, come "internet", "guerra", "tragedia", "attentato", "bikini", "segreti" e molte altre. Se ci fosse un manuale del perfetto attiratore di masse di lettori, credo che un capitolo sarebbe dedicato alle parole da inserire nel titolo.
Finito questo ampio incipit, veniamo al concetto vero e proprio: "Altro che videogiochi". Perchè "Altro che videogiochi"? Per sottindendere che fanno male? Per insinuare che esiste di meglio? Per contrastare un fenomeno potente che attira i giovani e drena potenziali lettori/spettatori da media di natura diversa? Siamo alle solite: i videogame proprio non riescono a guadagnarsi la dignità e il rispetto di un passatempo sano e normale quale sono. Nell'immaginario collettivo noi giocatori siamo ancora un popolo sotterraneo di individui probabilmente pallidi e fuori forma, che vedono poco la luce del sole e trascorrono le loro giornate con la sola illuminazione azzurra del monitor o della televisione, poco propensi ai rapporti sociali e con evidenti problemi di comunicazione. Non posso che pensare a questa immagine e confrontarla con la realtà con un sorriso. La realtà è molto diversa. La realtà è, ripeto fino alla noia, che non vi è alcuna differenza fra la passione per i videogiochi e quella per i motori, i libri antichi, le arti marziali o la cucina indiana, il calcio o il cinema.
Mi chiedo: Sarà chiaro prima o poi?

Massimiliano Monti, responsabile editoriale area PC.

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