AppleApple risponde alle accuse del New York Times 

Foxconn è un nome che sta diventando tristemente famoso nel mondo dei videogiochi e della tecnologia in generale. Si tratta di una fabbrica cinese che costringe gli operai a ritmi di lavoro insostenibili. Si parla di 16 ore al giorno per 7 giorni a settimana (Marchionne, non ti eccitare) per paghe da fame. Il risultato è che produrre in quella fabbrica costa pochissimo, ma anche che il tasso di suicidi è il più alto del mondo.

Ovviamente le multinazionali occidentali e non, che hanno a cuore i diritti umani sopra a ogni cosa, sono tutte lì che fanno la fila per far produrre i loro apparecchi da Foxconn. Sì, anche quello che avete in tasca. Dopo aver parlato del caso Microsoft di qualche giorno fa, con la produzione di 360 bloccata per la minaccia di 300 operai di suicidarsi in massa, oggi è il turno di Apple di finire nello scandalo Foxconn.

A sollevare il polverone è stato il reportage del New York Times, che potete leggere in italiano su Dagospia (LINK) che in sostanza ha accusato la multinazionale della mela di essere indifferente alle condizioni lavorative, molto vicine alla schiavitù, degli operai che assemblano i suoi prodotti. Quelli che poi vengono venduti a prezzi altissimi sul mercato, molto oltre i costi reali di produzione.

Apple non ha fatto mancare la sua risposta e, per voce del CEO Tim Cook, ha dichiarato di avere a cuore le sorti di ognuno dei lavoratori della sua catena di produzione e che ogni anno vengono condotte ispezioni regolari su moltissime fabbriche.

Non mancano riferimenti alle campagne di educazione ai diritti dei lavoratori e l'apertura della società alla valutazione della Fair Labor Association, un'associazione indipendente che si occupa proprio di valutare il rispetto dei diritti dei lavoratori delle grandi multinazionali.

Nonostante la risposta, molto generica in verità, la questione Foxconn rimane aperta, visto che Apple e le altre multinazionali (nella stessa fabbrica producono anche Nintendo e Sony) si dimostrano sempre indignate quando vengono tirate in ballo in casi di violazione dei diritti umani, ma poi rimangono legate a doppia mandate a queste realtà, la cui funzione è diventata indispensabile per tenere bassi i prezzi dei prodotti tecnologici.

Ma sì, in fondo lo sappiamo bene che anche noi preferiamo dei prezzi più abbordabili al rispetto dei diritti umani, altrimenti in certi negozi non ci metteremmo nemmeno piede.

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