6.0

Redazione

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Medal of Honor: WarfighterI veri eroi 266

La guerra al terrore di Danger Close. Abbiamo vinto noi o loro?

Due anni fa Danger Close era riuscita, seppur nel solco di un gameplay "classico", a lasciare il segno con una campagna piuttosto originale per piglio e per tematiche raccontate. Nulla di sconvolgente ovviamente, ma la scelta di mettere in scena le drammatiche vicende degli operatori dei gruppi speciali in Afghanistan alle prese con missioni fallimentari giocate quasi sempre in difesa aveva gettato uno sguardo diverso sul trito copione degli shooter in prima persona a sfondo bellico. I veri eroi Ci si affezionava insomma ai ragazzi, l'empatia scattava nella loro lotta "da soli" contro i talebani. Una sorta di "band of brothers" in salsa moderna. Quest'anno invece Danger Close ha deciso di buttare alle ortiche l'unità di tempo, di luogo e d'azione del teatro di guerra afgano per buttarci nella più classico giro del mondo all'inseguimento del solito novello Bin Laden, gettando nella mischia anche sprazzi di vita personale dei protagonisti per rimarcare l'attenzione e l'autenticità nel raccontare i veri "supereroi" americani.

Moglie mia non rompere

Nulla di nuovo quindi, e quello che ne esce alla fine è un guazzabuglio di livelli poco ispirati, con un continuo ricorso a flashback che spezzano ancor di più il fluire della debolissima trama, il tutto reso ancor più stucchevole dai lunghi filmati ripieni di drammi familiari. Proprio l'eccessiva frammentazione dell'azione, sfilacciata tra giorni, settimane e mesi prima del poco pirotecnico finale ci lascia intendere poco o nulla del complesso sistema a compartimenti stagni della cellula terroristica coinvolta, con personaggi che entrano e escono di scena come improvvisi deus ex machina. I veri eroi Si viene trasportati dagli eventi nei panni dei vari operatori coinvolti, e quei momenti che dovrebbero esaltare l'umanità dei protagonisti come le scene in famiglia o quelle cameratesche rimangono sullo sfondo, azzerando praticamente la loro funzione empatica nei confronti del giocatore. Nelle circa quattro ore e mezza di gioco che si impiegano per portare a compimento la campagna giocando a livello normale, si visitano punti caldi come il Pakistan, lo Yemen, Saraievo e Dubai in missioni che solo in piccola parte possiamo definire come esaltanti e ben realizzate, per il resto ci troviamo di fronte alla fiera del visto e del rivisto, il tutto condito da un design delle mappe che grida vendetta e che appiattisce le sparatorie nella più triste delle shooting gallery dal basso tasso di sfida. Livelli come quello pakistano o quello dell'enorme compound terroristico nascosto nelle montagne sono senza dubbio il fiore all'occhiello della produzione, con spazi ampi, corse a perdifiato e più in generale dinamiche shooter che esaltano l'ottimo feedback delle armi da fuoco. I veri eroi Ma buona parte delle vicende si svolgono spesso e volentieri in ambienti chiusi con un level design che per lunghi tratti ci porta alla mente il vecchio Doom 3. Tanti corridoi, angoli ciechi e linearità estrema, il tutto appesantito da una intelligenza artificiale sia dei compagni che dei nemici ai minimi storici, con gli avversari che rimangono imperterriti in copertura ad attendere l'esplosione di una granata, o meglio ancora espongono buona parte del corpo al nostro piombo, senza contare i momenti in cui si lanciano da perfetti kamikaze verso di noi. Cosa questa che fa il paio (e questo lo avevamo già visto nel primo Medal of Honor) con la capacità di apparire di punto in bianco in aree precedentemente bonificate, magari facendoci bu! da dietro un angolo come gli zombi indemoniati di id Software. Anche i nostri compagni non sono da meno, non difettano di mira, ma spesso si attardano nel continuare a colpire coperture, o peggio ancora non fanno scattare il trigger per la sessione successiva. Senza contare che se disgraziatamente ci siamo appostati dietro un muretto che lo scripting ha designato come loro, ci "sbatteranno" allo scoperto, lasciandoci alla mercé nemica. Zero adattabilità all'evoluzione della situazione, routine poco rifinite che sembra abbiano beneficiato poco della corposa patch rilasciata al day one, e tra parentesi caldamente consigliata da Danger Close stessa (e chi non può andare on line?).

Wardriver

Non mancano comunque implementazioni senza dubbio positive. Come scritto precedentemente il feedback delle armi, la loro resa sonora e visiva è oggettivamente una eccellenza del gioco. Il rinculo si fa sentire, tutte hanno caratteristiche peculiari e soprattutto molte di esse sono dotate di doppia ottica da cambiare al volo a seconda della situazione. Non mancano poi alcuni piccoli tocchi di classe, come il fumo che esce dalla canna e le scintille e le fiammelle causate dai proiettili quando impattano su superfici dure. Medal of Honor: Warfighter è poi dotato di un sistema di coperture finalmente funzionale e non farraginoso. Basta semplicemente tenere premuto L2 per sporgersi dalle coperture tanto di lato quanto in alto. Peccato però che la struttura a corridoi di molti livelli renda questa feature sin troppo efficace, trasformando l'azione in una sorta di versione moderna di di Time Crisis, senza poi l'assillo della scarsità di proiettili visto che possiamo costantemente chiedere caricatori ai nostri distratti commilitoni. I veri eroi A chiudere l'elenco delle scelte di design incomprensibili troviamo i ricorrenti momenti in cui dobbiamo sfondare una porta. Oltre ad essere davvero numerosi al pari di un banale e ripetitivo quick time event e piazzati senza una reale necessità, ci spingono a portare a compimento una sorta di mini gioco. Più colpi alla testa mettiamo a segno una volta fatta irruzione, più modalità di sfondamento otterremo. Si passa dal calcio al piede di porco, passando per colpi di fucile ben assestati sui cardini o diversi tipi di esplosivo. Il tutto senza che ci sia un reale vantaggio all'atto pratico visto che dopo aver gettato una granata stordente troveremo gli occupanti della stanza sempre sorpresi allo stesso modo, anche se prima abbiamo bussato a colpi di fucile a pompa. In poche parole inutile. Ma quello che rende ancor più palese la generale mediocrità delle missioni sono le due sezioni in auto realizzate per l'occasione da Criterion. Non sono semplici sezioni in macchina, ma ci impegnano in fughe e inseguimenti davvero entusiasmanti, con una buona attenzione per il modello di guida e per il "track design". Per intensità siamo più dalle parti di un Bourne o di uno 007 qualsiasi e addirittura gli sviluppatori inglesi hanno inserito anche una sezione "stealth" in cui dobbiamo evitare gli inseguitori avversari nascondendoci alla bisogna. Delle sezioni racing vere e proprie quindi che senza dubbio funzionano e che accendono la nostra spenta attenzione ma ci chiediamo per quale motivo, oltre a quello strettamente di raccordo narrativo, inserirle nel contesto di un FPS.

I migliori del mondo

A risollevare la produzione sono gli sforzi che i ragazzi di Danger Close hanno immesso nel tentare di realizzare un comparto multiplayer che tentasse di lasciarsi alle spalle la pesante eredità DICE. L'operazione, al netto dei pesanti bug non corretti dalla patch, è senza dubbio riuscita, ma anche qui le criticità non mancano. I veri eroi Molti avevano riscontrato la mancanza di personalità del primo capitolo del reboot, questa volta le scelte di design personali non mancano, ma alla fine Medal of Honor: Warfighter si situa in quella zona poco definita tra Call of Duty e Battlefield. Del primo troviamo la frenesia e la velocità degli scontri a fuoco in mappe di dimensioni medio-grandi, del secondo c'è la grande attenzione per le dinamiche cooperative e il gioco di squadra. L'introduzione più importante è senza dubbio quella del Fire Team, ovvero ogni giocatore è legato ad un'altro, sempre visibile mediante una silhouette verde (che si fa beffa dei muri) e che in caso di uccisione del compagno può riportarlo in vita istantaneamente se uccide chi lo ha freddato. Inoltre è possibile rinascere alle spalle del proprio compagno. Insomma simbiosi continua, tutto nell'ottica di una fruizione che vorrebbe essere un filo tattica e ragionata, senza dimenticare che anche tra perfetti sconosciuti da subito si instaura un rapporto quasi di "cameratesca fiducia" esaltando le diverse tipologie di soldate scelte. In tal senso l'introduzione dei veri operatori speciali senza dubbio funziona, ognuno con la propria uniforme d'ordinanza, armi e abilità speciali peculiari. I veri eroi Ad esempio l'assaltatore americano Seal può sbloccare il lanciagranate e come azione di supporto (ovvero la killstreak) può designare bersagli per il mortaio o anche il più devastante bombardamento a grappolo. Il demolitore russo Speznatz può indossare un elmetto balistico, entrando nella cosiddetta Tank Stance, grazie al quale può incassare più colpi, e utilizzare un lanciagranate automatico e chiamare un piccolo drone armato, mentre l'operatore americano OGA (si legga CIA) può attivare il sensore ad infrarossi per vedere per pochi secondi i nemici dietro coperture o al buio, tanto il mitragliere SAS quanto il cecchino coreano poi possono aprire il treppiedi per rendere più stabile e precisa la mira, mentre lo scout può caricare proiettili potenziati. Insomma le possibilità di offesa non mancano, e soprattutto a livello di personalizzazione siamo su livelli molto alti potendo non solo sostituire le ottiche ma anche andando a lavorare di fino su tutte le componenti dell'arma, come il freno di bocca, il caricatore o il castello, ovvero quella sezione di un'arma da fuoco che contiene tutte le parti operative. Tutte modifiche queste che cambiano sensibilmente il comportamento del "ferro", il tutto reso visivamente da un completo pannello in alto a destra.

In missione nei punti caldi

Parlando di contenuti il numero di mappe non fa certamente gridare al miracolo, solo otto, ma sono caratterizzate da un buon level design, con un alternanza ben ponderata di spazi aperti, defilamenti, sezioni al chiuso e lunghe e sgombre linee di tiro. La valle di Shogore o Sarajevo sono un buon esempio in tal senso, anche se generalmente si può sentire la mancanza di una più spinta personalizzazione visiva dei vari campi di battaglia. I veri eroi Il menù delle varie modalità di gioco è soddisfacente: oltre a quelle classiche senza dubbio quelle più azzeccate e che stuzzicano maggiormente la spinta cooperativa del gioco sono Missione di Combattimento, tre obiettivi da assaltare/difendere con ticket di rientro decrescenti e Hot Spot, dove gli obiettivi sono cinque e che si attivano random durante il lungo match con la mappa che si rivela pian piano. Chi ne conquista almeno tre vince. A concludere il ventaglio delle modalità di gioco peculiari del titolo c'è Home Run, con due squadre che si dividono tra accattanti e difensori in uno spazio davvero angusto. Lo scopo è quello di rubare una bandiera e portarla al proprio punto di partenza. Non c'è respawn, chi muore deve aspettare la fine del turno. Nessuna frenesia, nessun assalto all'arma bianca. Senza respawn il tutto diventa una sorta di rimpiattino tra soldati, tentando di azzeccare il punto di arrivo degli attaccanti per preparare una bella imboscata. Molto tattico insomma, quasi una sorta di partita a scacchi. I veri eroi Purtroppo non tutto va a segno. La probabile chiusura affrettata del progetto che ha piagato la campagna nonostante l'abbondante patch trova riscontro anche nel multiplayer. Parlando di meccaniche il numero di colpi necessari per stendere un avversario sembra davvero randomico. Magari il tutto sarà legato alla balistica "reale" delle armi, ma non è raro colpire più volte un avversario alla testa anche da distanza media e non vederlo morire. Secondariamente il sistema di respawn, è sembrato poco preciso, o meglio sembra non saper realmente discernere il livello di pericolo al momento di "rinascere" vicino al compagno, lasciandoci decisamente allo scoperto. Ma quello che più ha danneggiato il nostro test è stato il continuo respawn sotto o sopra la mappa, o peggio ancora al di fuori delle barriere invisibili, con tanto di conto alla rovescia che ci imponeva di tornare sul campo di battaglia. Speriamo che Danger Close ponga rimedio il più presto possibile visto che spesso siamo stati costretti ad uscire dal circolo vizioso delle false rinascite solo lasciando dalla partita. In definitiva il comparto multiplayer si può dire senza dubbio riuscito, il piglio cooperativo è palese, ma nonostante tutto il suo più grande difetto sta nel porsi esattamente nel mezzo tra i due colossi del settore, portando solo in parte caratteristiche peculiari che possono fare la differenza, senza dimenticare un'offerta di gioco che al momento del lancio non può definirsi molto corposa. Medal of Honor: Warfighter - Videorecensione Medal of Honor: Warfighter - Videorecensione

Trofei PlayStation 3

Medal of Honor: Warfighter premia il giocatore con 51 trofei, suddivisi tra tutte le modalità di gioco. Quelli più ovvi si ottengono portando a compimento la campagna, mentre per portare a casa i trofei d'oro e d'argento dobbiamo effettuare azioni particolari o raggiungere determinati punteggi nel multiplayer.

Guarda tutti i trofei

In difficoltà

A livello visivo Medal of Honor: Warfighter subisce su console, tutti i limiti e i compromessi dell'utilizzo del sin troppo performante Frostbite, scadendo in un basso livello di dettaglio anche negli elementi di primo piano e in un generale guazzabuglio di texture dalla lunga distanza, il tutto forse a causa di una ricca modellazione poligonale degli ambienti e di un continuo ricorso ad effetti di luce e particellari di buona fattura che pesano sul motore. Virtualmente assente poi la distruzione ambientale, che qui si limita ad alcune coperture e poco altro e frame rate granitico, ancorato ai trenta fotogrammi al secondo. Su PC la musica cambia, anche se di poco purtroppo. Non basta settare al massimo le possibilità grafiche, anche qui i limiti di base delle texture sono avvertibili, e pongono senza dubbio Medal of Honor: Warfighter ben al di sotto di Battlefield 3. Ottimo il campionamento del suono delle armi e come al solito emozionante il tema del gioco, ma duole notare che i bug colpiscono anche qui. Spesso e volentieri gli effetti sonori tendono a scomparire, col campo di battaglia che rimbomba di un silenzio assordante, magari durante una salva di mortaio.

Medal of Honor: Warfighter è un prodotto dalla doppia faccia, un'operazione riuscita a metà. Accanto ad una mediocre e breve campagna, ovvero un mix di strane scelte di design, pessima intelligenza artificiale e situazioni trite e ritrite senza mordente che sbugiarda quanto di buono Danger Close aveva realizzato due anni fa, troviamo un buon comparto multiplayer con alcune feature e peculiarità azzeccate, ma che si fatica a definire come irrinunciabile. A ciò si aggiungono numerosi bug e qualità visive non da prima classe, sia su console che su PC, cosa questa incomprensibile visto l'utilizzo del Frostbite. In definitiva il turn over di Electronic Arts non sembra aver dato i frutti sperati, fallendo proprio nel momento più critico della stagione.

Matteo Santicchia

Pro

  • Le sezioni di guida di Criterion
  • Feedback delle armi
  • Personalizzazione nel multiplayer

Contro

  • Numerosi e irrisolti bug
  • Pessima intelligenza artificiale
  • Campagna breve, per nulla originale e senza mordente
  • Graficamente scialbo