Cold FearCold Fear 

Gli zombie, questa volta, sono in mezzo al mare…

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La tempesta (im)perfetta

Ambientato su una baleniera russa flagellata da una violenta tempesta, Cold Fear mette l’utente nei panni di Tom Hansen, agente speciale della guardia costiera incaricato di compiere un sopralluogo sulla misteriosa imbarcazione. Proprio le peculiari caratteristiche di un simile scenario rendono i primi momenti di gioco decisamente drammatici e spettacolari: il turbolento moto ondoso del mare agisce realisticamente sullo scafo della baleniera, generando oscillazioni di varia entità i cui effetti sono ben visibili. Gli oggetti presenti sul ponte si muovono dunque realisticamente, sospinti da ondate spesso tanto alte da raggiungere coi propri flutti la superficie dell’imbarcazione. Lo stesso protagonista fatica a mantenere un equilibrio stabile, rendendo la semplice deambulazione un costante pericolo: a seguito di forti sollecitazioni, infatti, Tom può cadere e scivolare verso il bordo della nave, con l’utente che deve avere buon gioco nel premere velocemente un tasto per fare in modo che si aggrappi a qualche sostegno. Aggiungete al tutto un impatto grafico notevole ed una colonna sonora evocativa al punto giusto, e basta poco per capire come Cold Fear si presenti assai bene nelle sue fasi iniziali. Ma le prime note negative non tardano ad arrivare, cominciando con una trattazione a dir poco approssimativa del già debole storyline che fa da sfondo all’avventura. Il plot non è dei più originali, avendo come soggetto il classico pasticcio genetico che ha trasformato i membri dell’equipaggio in mostri assetati di sangue: ma ciò che più stupisce (in negativo) è come la storia venga effettivamente trattata, ovvero in maniera pessima. Manca in particolare un background all’intera vicenda, con il nostro Tom che pare continuamente agire senza un motivo preciso: proseguendo nel gioco, poi, la situazione peggiora con personaggi privi di spessore, cut-scenes di dubbia qualità (assolutamente da dimenticare il doppiaggio in italiano) ed una trama debole che si snoda per grossa parte attraverso documenti raccolti sul campo che il giocatore non è in alcuna maniera invitato a leggere. Una mancanza di coinvolgimento, quella riscontrabile in Cold Fear, che si manifesta apertamente anche nel gameplay del titolo Darkworks, definito “action-horror” dagli stessi sviluppatori ma che fallisce nel concretizzare bene entrambe le definizioni.

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Dalla Francia con orrore

L’incontro con i primi nemici in Cold Fear, oltre a svelare il look generico e poco ispirato degli stessi, apre le danze alla struttura di gioco vera e propria, basata per l’appunto su un approccio marcatamente action. Elemento cardine di questo gameplay è la presenza di una visuale apposita per il combattimento, diversa da quella standard (un ibrido tra terza persona e telecamere fisse) e del tutto simile a quanto visto nell’eccelso Resident Evil 4: alla pressione di un tasto, il punto di vista si sposta all’altezza delle spalle del protagonista, che può così facilmente fare fuoco sui nemici servendosi del mirino laser in dotazione. In questa situazione, il sistema di controllo diviene simile a quello sfruttato dagli fps, con i due stick analogici deputati al controllo della visuale e del movimento: inoltre, l’accensione automatica di una torcia rende l’utilizzo di questa telecamera chiamata OTS (over the shoulders, appunto) utile nell’ispezione delle varie stanze, specialmente quelle più buie. Per quanto comoda e ben studiata, la visuale OTS non basta a rendere appassionanti i combattimenti di Cold Fear, sui quali pesa in particolare la scarsa pericolosità dei nemici e la mancanza di un’adeguata struttura di danno a zone sul corpo degli stessi. Viene fugata quindi ogni parvenza di tattica nello sparare ai vari mostri di turno: l’unico punto utile sul quale posare il proprio mirino è la testa (o qualcosa che la ricordi vagamente), dato che un colpo assestato altrove è sostanzialmente una pallottola sprecata. Un noioso tiro al bersaglio che nelle idee degli sviluppatori doveva essere ravvivato dai movimenti oscillatori della nave, capaci di impedire all’utente di prendere bene la mira; in realtà questo accade innanzitutto solo all’esterno dell’imbarcazione, e in secondo luogo non pregiudica se non in maniera minimale la precisione di tiro (è peraltro possibile stringere un sostegno con un braccio per stabilizzarsi, ma oltre che inutile si rivela macchinoso e spesso controproducente). Insomma, Cold Fear come titolo action non convince. Anzi, alcune scelte operate come sostegno ad una simile impostazione ludica –l’assenza di un inventario, la quantità di medikit sparsi per lo scenario, la possibilità di salvare solo in certi momenti decretati dal gioco- non fanno altro che appiattire ulteriormente un gameplay già di per sé poco accattivante.

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Missing in action

Se per quanto riguarda il fattore action Cold Fear faccia fatica ad imporsi come un titolo valido, altrettanto si può dire dal punto di vista dell’horror. Condizionato da uno storyline banale e mal gestito, da un set di nemici ben poco “mostruosi” e da ambientazioni che lasciano poco spazio all’angoscia, il titolo Darkworks difficilmente riesce a spaventare l’utente, nonostante ci provi con alcuni colpi di scena tutto sommato inefficaci e prevedibili. Oltretutto, Cold Fear narcotizza letteralmente il giocatore nelle sue fasi di esplorazione dello scenario, presentando una quantità sorprendente di stanze contestualmente vuote, che paiono quasi inserite per diluire l’esperienza ludica. Gli elementari enigmi di cui è composto il gioco, poi, costringono spesso l’utente a tediose fasi di backtracking, rese ancor più antipatiche dalla totale assenza di una qualsiasi mappa: le indicazioni affisse sulle pareti non aiutano molto, costringendo in certe occasioni a girare letteralmente a casaccio. E considerando i caricamenti che accompagnano l’apertura di quasi ogni singola porta, non si può certo dire che andare a spasso in Cold Fear sia un’attività piacevole. Poco accattivante nella fase action e assolutamente privo di sostanza in quella esplorativa, il titolo Darkworks è, purtroppo, un gioco del tutto mediocre. E questo è un peccato anche considerando il buon lavoro svolto dagli sviluppatori dal punto di vista grafico: la già citata spettacolarità dell’ambientazione esterna è il picco di una realizzazione cosmetica comunque più che discreta, che ha nella cura dello scenario il proprio punto di forza. Escludendo il look davvero banale dei nemici ed alcune animazioni piuttosto legnose del protagonista, Cold Fear è un prodotto visivamente più che valido, impreziosito da alcuni effetti davvero notevoli. Poco da dire invece sul fronte sonoro: come detto, il doppiaggio in italiano è di scarsa qualità, mentre gli effetti si attestano sulla media, con un accompagnamento musicale sostanzialmente monocorde, basato su pochi motivi pur qualitativamente apprezzabili.

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Commento

Cold Fear è un titolo che poteva essere ottimo, ma che ha invece sprecato una buona parte delle proprie potenzialità: evidentemente orientatisi ad un approccio action, gli sviluppatori di Darkworks hanno mancato il bersaglio, offrendo un gameplay purtroppo ben lontano dall’essere frenetico e coinvolgente. Una fase esplorativa un po' piatta e la banale storyline non aiutano di certo Cold Fear ad elevarsi tra i migliori esponenti del genere, nonostante l’apprezzabile qualità grafica del prodotto e qualche buona trovata.

Pro: Discreta realizzazione grafica Alcune trovate originali Contro: Gameplay piatto Storyline poco incisiva Diverse ingenuità e lacune strutturali

Sviluppato da Darkworks, già autori di Alone in The Dark 4, Cold Fear ha avuto buon gioco nel destare un discreto interesse nelle fasi antecedenti alla sua uscita sul mercato: forte di un setting non propriamente originale ma comunque interessante, di una struttura di gioco action-oriented e di una realizzazione tecnica apparentemente notevole, la produzione francese ha sempre conferito l’idea di poter essere un survival horror in grado di far sentire la propria voce nel suo particolare settore. E invece, una volta testato a fondo il gioco, si ha la netta impressione che la paura non sia l’unica cosa “fredda” presente in Cold Fear

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