EditorialiIl senso dei voti 

Torniamo a ragionare sui voti e sulla funzione delle recensioni

Che cos'è una recensione? Per il vocabolario Treccani è un "Esame critico, in forma di articolo più o meno esteso, di un'opera di recente pubblicazione". La definizione è ineccepibile, ma con le prime due parole utilizzate apre una voragine immensa, che ci costringe a cercare risposte per una seconda domanda consequenziale: che cos'è un esame critico? Rallentiamo. Il senso dei voti Un videogioco è un'opera dell'ingegno umano espressa in una certa forma estetica, dalla natura necessariamente ambigua. L'ambiguità è data dalla costruzione stessa dell'oggetto videoludico, che definisce in sé i suoi limiti. Molti tendono a voler semplificare il problema mettendo in campo le categorie dell'oggettività e della soggettività. Per alcuni una recensione dovrebbe ambire a essere quanto più oggettiva possibile, mentre per altri si tratta soltanto di un'opinione soggettiva e come tale va presa. Si tratta di due punti di vista discussi, per certi versi interessanti, ma complessivamente deprimenti, perché nel primo caso si nutre l'illusione della possibilità di tradurre con esattezza un videogioco in parole, partendo da dei dati d'analisi fissi e immutabili; nel secondo caso, invece, si spera di poter stabilire un piano orizzontale su cui porre ogni singolo giudizio, senza distinzioni di sorta. Insomma, da una parte abbiamo il recensore scienziato, che dovrebbe limitarsi a incidere le parti del cadavere elencandole una a una dopo averle estratte, mentre dall'altra abbiamo chi ritiene che ogni vagito abbia la stessa valenza, per il solo fatto di essere stato emesso. Una recensione è più propriamente un tentato discorso, nato da criteri che, per quanto differenti, dovrebbero essere ben definiti all'interno del testo. Ciò che distingue una buona da una cattiva recensione non è solo l'adesione all'oggetto originale, che comunque è il recinto entro cui ci si può e ci si deve muovere, e non è nemmeno il gradimento personale, ma è la capacità di trarre un senso dall'esperienza fatta, arrivando a esprimere un giudizio che si ancori a una serie di riferimenti collettivi, anche quando li mette in discussione.

Torniamo a parlare di voti e recensioni in questo speciale dedicato, partendo da Uncharted 4

Cos’è un voto

Ultimamente ha fatto grande scandalo nell'ambiente videoludico il voto dato da Michael Thomsen sul Washington Post a Uncharted 4: Fine di un Ladro. Il senso dei voti È un sonoro quattro che cozza con la maggioranza dei voti ricevuti dal gioco e che ha fatto letteralmente infuriare i fan, non tanto per il voto in sé, quanto per il fatto che sia stato registrato su Metacritic, facendo scendere da 94 a 93 la media del titolo di Naughty Dog. Alcuni sono rimasti così scossi dal giudizio negativo, da aver aperto una petizione su Change.org per chiedere a Metacritic di rimuovere la recensione di Thomsen, come se l'aggregator potesse arrogarsi il diritto di dare giudizi sul valore dei singoli articoli in base alla rabbia del pubblico. L'intera vicenda e la sterile ondata polemica che ha causato, soprattutto sui social network, ci ha fatto riflettere per l'ennesima volta sulla funzione dei voti all'interno degli articoli. Se, come scrivevamo, le recensione è una specie di discorso da cui far emergere un certo senso, cos'è il voto? Facile definirlo in maniera scolastica come un giudizio sintetico che valuta il merito delle qualità di un singolo prodotto. Ma poniamo una delle domande chiave che a questo punto richiede di essere esplicitata: è lecito affibbiare un quattro a un titolo come Uncharted 4? La risposta potrebbe essere un sonoro sì, dato che oltretutto è stato già fatto e non è crollato il mondo. Cerchiamo però di ragionarci sopra e chiediamoci se quel voto sia giustificato dai criteri interpretativi espressi nella recensione, ossia se il discorso elaborato sul videogioco sia riducibile a quel singolo numero, oltretutto assegnato a posteriori (l'articolo originale non riporta voti numerici), oppure se si sia trattata di una mera forzatura.

Distinzioni

Chi scrive un giorno si trovo con un nipote di otto anni dentro casa che voleva giocare a tutti i costi con qualcosa. Erano le festività natalizie del 2004 e il bambino chiese esplicitamente il videogioco di Shrek 2. A nulla valsero le opposizioni fattegli, ossia che quel gioco era brutto e che se voleva poteva giocare a titoli molto migliori: aveva deciso. Anzi, per lui avevano deciso le circostanze: aveva visto il film animato al cinema e gli era piaciuto moltissimo; oltretutto non faceva altro che parlarne con i suoi coetanei, con i quali si divertiva a ripetere le battute del film. Il senso dei voti La televisione ne parlava ossessivamente, sotto la spinta della campagna marketing organizzata da Dreamworks. Insomma, come sempre la ragione non può nulla contro il marketing e Shrek 2 fu. Il nipote si divertì moltissimo. Se avesse dovuto dare un voto al gioco è probabile che sarebbe stato un dieci. Qualcuno a questo punto noterà che quel divertimento era macchiato da aspettative e pregiudizi contro cui un bambino di otto anni non può combattere. Vero, ma il divertimento ha il piccolo difetto di manifestarsi a prescindere da quelli che si ritengono essere i valori di riferimento di ciò che consideriamo di qualità, per questo non dovrebbe mai essere utilizzato come criterio di giudizio. Il divertimento è un'esperienza individuale e non forzabile, che entra in relazione con una moltitudine di altri fattori. Il mondo dell'intrattenimento cerca da sempre di stimolarlo, dato che è il suo oggetto commerciale, ma è difficile dare delle formule esatte. Una delle caratteristiche del divertimento è che non si sottomette ai giudizi. Un videogioco, un film, un libro o qualsiasi altra opera, possono divertire a prescindere della loro qualità, perché il divertimento è nel fruitore, non in loro. Questa distinzione è chiara nel mondo della critica cinematografica, così come in quello della critica letteraria, dove il giudizio prescinde dal divertimento (che non viene nemmeno considerato come categoria estetica). Nel mondo dei videogiochi, invece, si tende spesso a non fare distinzioni. Da ciò nascono una serie di grossi fraintendimenti che portano molti a cercare nei voti (e nelle recensioni) più una conferma della propria identità in relazione a quanto si sono divertiti con un dato titolo e in relazione al brand della macchina da gioco cui si sono sottomessi, che un modo per estrapolare senso da ciò che si è vissuto. Per questo motivo alcuni si sentono feriti da un voto negativo dato al loro gioco preferito, o anche da un voto positivo dato a un gioco che loro considerano terribile. In sostanza non riescono a scindere loro stessi da quello che è un valore di misurazione, sempre discutibile, anche quando è conforme alla visione generale. Questa eclatante forma di conformismo ha creato delle storture come quella della reazione alla recensione di Uncharted 4 del Washington Post, che ha diritto di esistere non solo in quanto espressione individuale, ma in quanto esplicitazione dell'ambiguità di cui parlavamo a inizio articolo.

Lo sforzo del lettore

A questo punto possiamo scoprirci: a giudizio di chi scrive quello del Washington Post è un articolo discutibilissimo e in gran parte molto superficiale, che sostanzialmente imputa ad Uncharted 4 di essere Uncharted 4. Il problema non è che a Thomsen non sia piaciuto il gioco, ma il suo incentrare la sua critica più su ciò che non c'è, che su ciò che c'è. Insomma, ha mangiato una macedonia di fragole rimpiangendo le ciliegie, senza però dirci il sapore delle fragole. Il nostro giudizio, o quello di milioni di altre persone, non cambia però di una virgola il diritto di quella recensione di esistere e di essere inclusa su Metacritic (cui si dovrebbe iniziare a togliere un po' di forza retorica, invece di renderlo continuamente il centro dell'universo videoludico). Il senso dei voti Diciamo di più: milioni di persone non hanno alcun diritto di chiedere a Metacritic di togliere quell'articolo dalla conta di Uncharted 4 e bene ha fatto l'aggregator a lasciarlo lì. Interpellato, un loro rappresentante ci ha detto che non hanno alcuna intenzione nemmeno di considerare la possibilità della rimozione, perché Metacritic dà il suo pieno supporto ai critici di cui riporta gli articoli. Insomma, quel voto, per quanto lo si possa considerare sbagliato, è stato espresso e ha tutto il diritto di figurare accanto agli altri nel momento in cui la testata che l'ha pubblicato è stata accolta tra quelle aggregabili. Anche perché noi stiamo dando addosso a quell'articolo solo perché è dissonante rispetto a tutti gli altri, ma non possiamo dare per scontato che una recensione con un voto più in linea con la media generale, non sia altrettanto sbagliata. Se un recensore avesse scritto che Uncharted 4 merita 9,5 perché Nathan Drake lo stimola sessualmente, nessuno si sarebbe lamentato. Magari se ne sarebbe riso, ma mai si sarebbero aperte petizioni per chiederne la cancellazione. La verità è che l'unico che può fare qualcosa per situazioni simili è il lettore. Lo sforzo da compiere non è tanto di capire se un voto sia giusto o sbagliato, ma se ciò che è scritto esprime un senso condivisibile rispetto all'oggetto esaminato, ossia se i criteri di giudizio utilizzati sono validi o meno e se c'è rispetto per l'opera di partenza nell'articolo. A quel punto il voto perderebbe il suo peso, le medie non servirebbero più e anche le critiche diventerebbero solo un mezzo di discussione, invece che di scontro. Nessun voto negativo potrebbe toglierci il divertimento o diventare il casus belli di guerre ideologiche di infimo livello. Allo stesso tempo ciò che leggiamo potrebbe mirare a raccontarci la complessità di ciò che desideriamo fruire, invece di doversi limitare a consigliarcene o meno l'acquisto in base a una visione del medium muffa e stantia. Ovviamente si tratta di un'utopia e tutti sappiamo che continueremo a discutere di voti anche negli anni a venire, arrabbiandoci quando non li troveremo rispondenti alle nostre aspettative.

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