PhantarukRelitti spaziali 

Phantaruk racconta bene una vecchia storia dell'orrore ambientata nel futuro. Basterà?

Phantaruk racconta una storia che abbiamo già sentito, ossia quella di un'astronave di ricerca trasformata in una tomba alla deriva nello spazio dalla troppa ambizione degli esseri umani. In questo caso l'astronave si chiama Purity-02 e l'ambizione era quella di creare i soliti esseri superiori. Relitti spaziali Il risultato è stato il massacro dell'intero equipaggio causato un po' dalla tossina emessa da un parassita alieno, un po' da una creatura leggendaria chiamata Phantaruk, che come avrete capito dà anche il nome al gioco. Scoprire cos'è successo spetta al giocatore. In termini di gameplay il tutto si traduce nel classico horror in prima persona stile Amnesia, in cui bisogna avanzare strisciando nell'ombra per evitare di farsi scoprire. Più avanti nella recensione parleremo di una meccanica importante che tenta di differenziare il gameplay di Pantharuk dalla concorrenza, ma per ora accontentatevi di sapere che il protagonista dispone di una torcia elettrica, le cui batterie vanno sostituite di tanto in tanto, e che la narrazione viene condotta per messaggi registrati, cui si accede tramite un trasmettitore, e per testi scritti che si trovano in giro per la nave. Phantaruk in termini di gioco è il classico avversario immortale, che può essere solo eluso. Nel caso ci veda bisogna correre al riparo in qualche nascondiglio, sperando che non ci trovi. È una creatura molto lenta, che ciondola per la nave andando a caccia dei sopravvissuti (noi). Relitti spaziali Per sfuggirgli bisogna rimanere fuori dalla sua visuale, cercando magari di starsene in silenzio in zone buie. Un'icona a forma di occhio ci aiuta a capire il nostro livello di visibilità: quando siamo completamente celati sparisce, mentre quando siamo in piena luce è bella visibile. Purtroppo il sistema di illuminazione non ci aiuta a capire quali sono le zone buie e quali quelle illuminate e a volte ci si ritrova visibili e inermi in un punto che si credeva buio (magari dietro a una cassa), mentre in altri casi l'occhio sparisce senza che ci sia una variazione sensibile dell'illuminazione. Niente di drammatico, perché presto ci si fa l'abitudine e perché comunque si tende a individuare a priori dei nascondigli da sfruttare in caso di fuga dal mostro, ma questo aspetto poteva essere curato maggiormente, visto anche anche che graficamente il lavoro fatto sul gioco non è male: non ci troviamo di fronte a un capolavoro, ma come titolo indipendente da pochi euro Phantaruk se la cava più che bene. Certo, fa molto uso di oggetti stock, ma è inevitabile visto il livello produttivo messo in campo. Comunque ci sono diversi passaggi suggestivi e interessanti, che fanno intravedere grosse capacità nel team, evidentemente sotto sfruttate (sarebbe bello vederli al lavoro con più risorse).

Abbiamo recensito l'horror Phantaruk, senza grossa eccitazione. Scoprite perché

Overdose

La meccanica più importante di Phantaruk, che è anche quella che lo caratterizza, è la necessità di iniettarsi un antidoto anti-tossine di tanto in tanto per non finire come il resto dell'equipaggio: morti. In termini di gioco questo si traduce nella necessità di andare in cerca di siringhe da iniettarsi quando un contatore inizia a segnalare il superamento del livello di guardia dell'avvelenamento del protagonista. Relitti spaziali Avere una simile spada di Damocle pendente sulla testa per l'intera avventura cambia enormemente il modo in cui si sviluppa il gameplay rispetto ai canoni del genere, sia a livello di ritmo, sia a livello emotivo. Normalmente in un survival horror alla Amnesia si tende a progredire molto lentamente, per paura che dietro a ogni angolo ci sia qualche pericolo. Succede lo stesso anche in Phantaruk, almeno finché non ci si rende conto di non avere troppo tempo e, soprattutto, che di siringhe sparse per la nave non ce ne sono moltissime. La situazione che si crea è paradossale, perché l'orrore, che imporrebbe lentezza, ci chiede invece di correre appena possibile. In realtà tra la somministrazione di una dose di antidoto e l'altra passa abbastanza tempo da darci modo di esplorare l'area in cui ci troviamo, ma rimane comunque impossibile non tenerne conto e non sentire l'ansia crescere. La meccanica del timer comporta anche un grosso rischio: quello di arrivare al checkpoint successivo senza una siringa di riserva, rendendo impossibile, o molto difficile, il proseguimento del gioco. In questi casi correre a cercarne una diventa imperativo, ma a volte la frustrazione può imporre il riavvio dell'intera avventura. Per risolvere il problema e goderci il gioco con maggiore lentezza abbiamo adottato una tattica scorretta: in caso di consumo eccessivo di tempo nell'esplorazione di un'area, ci lasciavamo morire per ricominciare dall'ultimo checkpoint, procedendo quindi a ritmo più sostenuto. Il problema è così sentito che il team di sviluppo ha già ritoccato più volte il numero di siringhe rintracciabili nelle mappe. Nell'ultima versione (la 1.4.1 al momento di scrivere la recensione), la situazione è molto migliorata, ma la meccanica rimane interessante quanto fallata nella sua essenza.

Fuga rapida

Nonostante quanto scritto sopra Phantaruk è un titolo molto facile che si finisce nel giro di due/tre ore, a seconda di quanto si riesce a procedere speditamente. La Purity-02 non è gigantesca e svela presto la maggior parte dei suoi segreti. Relitti spaziali Oltre a Phantaruk c'è un'altra minaccia in giro, più complicata da superare, ma non frequentissima e, soprattutto, poco problematica una volta che si è compreso come si comporta. Non scendiamo nei dettagli perché si tratta di uno dei colpi di scena del gioco e per spiegarla dovremmo svelarvi un pezzo di trama. Diciamo che è una variante inattesa. Fatto sta che la fine arriva presto e le motivazioni per tornare una seconda volta sulla Purity-02 sono davvero poche. Magari si possono voler esplorare a fondo gli ambienti che si sono superati di corsa, per cercare qualche messaggio o oggetto nascosto, ma non c'è niente di forte che spinga a giocare ancora. Insomma, dettagli a parte, basta un singolo giro per scoprire quanto Phantaruk ha da offrire, sia a livello narrativo, sia a livello di gameplay. Un po' poco, se consideriamo anche che non ci troviamo certo di fronte a una pietra miliare della narrazione videoludica, nonostante la buona scrittura e il buon doppiaggio (solo in inglese). Qualche appassionato di horror lo apprezzerà, ma gli altri...

Requisiti di Sistema PC

  • Configurazione di Prova
  • Processore Intel Core i7-4770
  • 16 GB di RAM
  • Scheda video NVIDIA GeForce GTX 960
  • Sistema operativo Windows 10
  • Requisiti Minimi
  • Sistema operativo Windows XP, VISTA, 7 SP1+, 8, 10
  • Processore con supporto per istruzioni SSE2
  • Scheda video con supporto DirectX 9 e Shader 3.0
  • 2 GB RAM
  • 6 GB di spazio su Hard disk
  • Requisiti Consigliati
  • 4 GB RAM
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5.0

Redazione

5.2

Lettori (3)

Phantaruk è un titolo pieno di problemi che pecca maggiormente proprio nella meccanica che più lo differenzia dai concorrenti. Per il resto è un titolo estremamente derivativo, che tenta di copiare la formula Amnesia, declinandola verso una fantascienza alla Alien: Isolation, senza aggiungere nulla di suo. Evitando di scomodare i classici, c'è di molto meglio anche tra i titoli minori, come i misconosciuti Lethe e Obscuritas. Peccato, perché alcune cose buone ci sono, come la scrittura, il doppiaggio e l'atmosfera, ma non bastano a farlo spiccare e a renderlo memorabile.

Simone Tagliaferri

Pro

  • L'atmosfera c'è
  • Storia canonica, ma ben scritta

Contro

  • La meccanica dell'antidoto rovina l'esplorazione
  • Troppa approssimazione nelle meccaniche stealth
  • Si finisce presto

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