Def Jam: Icon - Recensione  1

Messi da parte beats e rime, stavolta le star dell'hip-hop si sfidano a suon di calci e pugni...

Nata da un’idea che può essere alternativamente giudicata come geniale o completamente assurda, la giovane serie di Def Jam ha riscosso un notevole successo negli USA con i suoi primi due capitoli: d’altronde l’accoppiata di beat’em up e hip-hop non poteva certamente lasciare indifferente un pubblico che fagocita letteralmente ogni prodotto appartenente alle due categorie. Ora, il picchiaduro EA approda sulla nuova generazione di console con un corposo restyling tecnico e ludico, mantenendo un unico legame con i precedenti: ovvero, musicisti di colore che se le danno di santa ragione...

Iconoclasta

Sviluppato da EA Chicago, Def Jam: Icon si differenzia dai due prequel primariamente riguardo al setting e allo storyline, che gli stessi produttori del gioco hanno dichiarato di aver voluto rendere più verosimili e realistici. Lasciamo giudicare a chi legge se fosse più credibile lo scenario offerto dai precedenti titoli, con rapper che facevano wrestling nei bassifondi, o quello presentato da Icon, che vede l’utente impersonare un “tuttofare” di un’etichetta discografica impegnato in sparatorie, confronti con poliziotti corrotti, intrighi politici e relazioni cordiali con artisti hip-hop e ragazze siliconate. Il fatto è che, mentre nei prequel il setting era tutto sommato compatibile con l’azione ludica offerta dai prodotti, in Icon lo stridore tra gli incontri di lotta e una trama così stereotipata e sopra le righe è fin troppo evidente. Ma sempre di beat’em up si tratta, quindi non vale la pena di mettere in croce la produzione EA per le incongruenze del proprio scenario; piuttosto, è necessario farlo per sottolineare le varie deficienze della struttura di gioco, che si dimostra prima di tutto orfana di un’appropriata modalità tutorial.

Il punto di forza di Icon è rappresentato dalla musica di sottofondo, che influisce dinamicamente sull’incontro

Iconoclasta

Una mancanza grave considerando sia il background del team di sviluppo (responsabile della serie Fight Night), sia il gameplay e il sistema di controllo di Icon, tutt’altro che intuitivi. I comandi annoverano attacchi alti e bassi a due gradi di potenza riservati ai quattro tasti del pad, mentre lo stick destro gestisce prese, colpi speciali e i cosiddetti directional attacks, ovvero mosse capaci di infierire notevoli danni e fare andare momentaneamente al tappeto gli avversari. Un macchinoso sistema di blocchi e counter si inserisce invece in un contesto in stile “sasso carta e forbici”, con un tipo di attacco che ne neutralizza un altro e via discorrendo. Peculiarità e punto di forza di Icon è però rappresentato dalla musica di sottofondo, che va scelta all’inizio di ogni round e che influisce dinamicamente sull’incontro: in sostanza, ogni lottatore può variare il beat di accompagnamento con una particolare mossa (eseguita dai personaggi su schermo come una sorta di scratching su un disco immaginario), garantendosi così la possibilità di infliggere danni doppi in presenza della propria canzone. Un’azione che provoca non solo lo spettacolare volo del nemico da una parte all’altra dell’arena, ma anche l’altrettanto galvanizzante reazione visiva dell’enviroment, che si distrugge e si modifica a ritmo di musica. Una feature, questa, che salva il gameplay di Icon dal baratro della mediocrità, visto che il sistema di combattimento di base non brilla certo per profondità e reattività. Insomma, anche se tecnicamente tutt’altro che ineccepibili, non si può negare alle risse del prodotto EA un notevole valore coreografico e un discreto fattore divertimento.

Hip-hop is dead

Def Jam: Icon si divide sostanzialmente in due sezioni principali, un versus mode per uno o due utenti nel quale è possibile impersonare artisti del calibro di Big Boi, The Game, Ghostface Killah, Redman, Sean Paul, Ludacris e compagnia bella, e la cosiddetta Build Your Own Label. In questa curiosa modalità carriera si è chiamati anzitutto a costruire il proprio alter-ego sfruttando un editor non troppo completo, per poi lanciarsi nella poco credibile storia a cui abbiamo accennato in apertura, in un alternarsi di cutscenes dai dialoghi ovviamente scurrili, timide fasi manageriali e combattimenti giustificati alla meno peggio. Capiterà quindi di fare a pugni per difendere un proprio protetto da un fan molesto, o per lanciare un avvertimento ad un’etichetta avversaria, eccetera eccetera: nel mezzo, ci si potrà arricchire producendo i dischi dei diversi artisti e spendere il proprio denaro per acquistare abiti e “bling bling” degni di un vero gangsta. Evidentemente diluita a più non posso, la modalità Build Your Own Label si dimostra comunque sufficientemente coinvolgente ed interessante, anche se vessata da caricamenti molto frequenti e non propriamente fulminei. Le vere note dolenti arrivano comunque quando si gioca ad Icon in due, in particolar modo online:

Dove il titolo EA Chicago è praticamente inattaccabile è sul terreno della realizzazione tecnica

Hip-hop is dead

nel corso di queste sessioni, il mancato bilanciamento del sistema di combattimento viene impietosamente messo in mostra, sia per le dinamiche “sasso carta e forbici” che abbiamo descritto in precedenza, sia per le evidenti disparità in termini di efficacia tra uno stile di lotta e l’altro. Se già negli scontri con la CPU la tattica non fa parte di Icon, nei versus una condotta di gioco anche minimamente cerebrale può rivelarsi addirittura controproducente, con beneficio di un più casuale button smashing. Dove invece il titolo EA Chicago è praticamente inattaccabile è sul terreno della realizzazione tecnica, davvero di ottima fattura. Anzitutto, i modelli poligonali dei vari personaggi sono curati sin nei più piccoli particolari, risultando estremamente fedeli alle controparti reali, così come sono verosimili i movimenti di capelli e vestiti; un po’ meno esaltanti invece le animazioni, leggermente troppo “lente” e a volte visibilmente slegate tra loro. Un ruolo importante nell’impatto visivo di Icon viene rivestito comunque dai fondali, che non solo vengono influenzati in maniera dinamica dal procedere della musica, ma che intervengono attivamente negli scontri, offrendo pompe di benzina che esplodono al contatto, automobili che investono i lottatori, ballerine di lap dance che scalciano come cavalli e così via, con un risultato finale decisamente d’effetto. Meno riuscito invece il compito svolto dalla telecamera, che con i suoi movimenti e zoom inconsulti vorrebbe dare pathos all’azione ma che invece finisce solo per rendere alcune fasi fin troppo confuse. Poco sorprendentemente, infine, va segnalata la ricchezza del comparto sonoro, dotato di numerose tracce che faranno la felicità di ogni appassionato di hip-hop e di campionamenti vocali degli stessi artisti protagonisti dei combattimenti.

Commento

Chiariamo subito una cosa: Def Jam: Icon è un prodotto che gioca quasi tutte le sue carte sulla presenza di personalità di spicco della scena hip-hop e dei loro brani musicali, e che quindi finisce inevitabilmente per attirare i fan del genere ed allontanare tutti gli altri a prescindere dalle sue qualità ludiche. Che, per inciso, non sono certo indimenticabili: Icon è un picchiaduro imperfetto, inserito in un contesto che sfocia involontariamente nel ridicolo, ma ciò nonostante il prodotto EA si dimostra comunque estremamente spettacolare e infine godibile. Un comparto tecnico di buon impatto fornisce poi la definitiva ancora di salvezza ad un titolo che ha la principale colpa di essere molto fumo e poco arrosto.

Pro

  • Ottima veste grafica
  • Colonna sonora molto ricca
  • Spettacolare e piuttosto originale
Contro
  • Sistema di combattimento imperfetto
  • Penuria di modalità e opzioni
  • Setting e storyline molto discutibili