Escape from Paradise City - Recensione  2

Gli autori di Gangland ci riprovano e adesso vogliono farci fuggire da una città paradisiaca. Ne varrà la pena?

Vita di strada

Seppure ci si senta un minimo superficiali a scriverlo, già la dubbia qualità del menù iniziale che dà il benvenuto nel mondo di Paradise City riesce a dare un'anteprima della qualità media – piuttosto bassa - del titolo. Una volta selezionata la tipologia di gioco e il livello di difficoltà saremo velocemente catapultati in uno dei molteplici quartieri di Paradise City.
La trama che fa da sfondo al gioco è semplice e quantomai schematica: la NSA (National Security Agency) ha bisogno di tre talpe in grado di infiltrarsi nei bassifondi della città e, quindi, poter manipolare l'esito delle sanguinose battaglie fra le gang che la infestano. In cambio ognuno di questi personaggi potrà ricevere l'indulto e abbandonare quella che, piuttosto ironicamente, viene chiamata Paradiso Città (Un viaggio a senso solo, senza ritorno se non in volo). Pur riproponendo le stesse meccaniche di gioco, l'utilizzo di ognuno di questi tre personaggi durante il gioco farà da spunto alla riproposizione di tre diversi stili di gioco – o almeno dovrebbe, secondo le intenzioni degli sviluppatori.
Utilizzando Nicholas “Nick” Porter, avremo a che fare con armi automatiche e fucili, un vero e proprio demolitore che, in virtù del suo passato di ladro di banche, è in grado di destreggiarsi alla perfezione anche nelle sparatorie da strada. Angel Vargas, invece, cresciuta nei bassifondi della città e abituata a guadagnarsi da vivere soprattuto con i combattimenti illegali da strada, ci metterà davanti una specialista delle armi bianche e, quando serve, dei cazzotti. Finisce questa rapida carrellata l'ex poliziotto Boris Chekov, poco utile quando bisogna sporcarsi le mani ma in grado di difendersi con un buon utilizzo delle pistole e grazie all'aiuto dei suoi scagnozzi.
I tre personaggi non saranno utilizzabili contemporaneamente ma, passando di livello in livello, rappresenteranno i protagonisti delle diverse missioni e il mezzo principale con cui raggiungere gli obiettivi proposti.
Fatta eccezione per il personaggio utilizzato, il livello di esperienza di partenza dello stesso e il grado di difficoltà, il giocatore sarà quindi portato, lungo uno svolgimento di trama davvero povero e piuttosto mal raccontato, a scalare i gradini del potere della malavita locale tramite una serie di missioni che all'atto pratico non fanno nulla per sembrare differenti da quelle precedenti.

'mbutu

Come accennato in precedenza, il gameplay di Paradise City prevede l'inclusione senza soluzione di continuità di elementi propri dei titoli d'azione, degli RTS e dei titoli manageriali.
La sezione manageriale, minata fin dall'inizio da un sistema di menù macchinoso e mal integrato con il resto dell'interfaccia in tempo reale, propone un sistema che potenzialmente, pur nella sua semplicità, sarebbe in grado di offrire una certa profondità. A conti fatti, una volta preso il controllo di un quartiere le scelte a disposizione rimangono quasi sempre obbligate.
Riassumendo, il giocatore deve prendere il controllo di uno o più quartieri della città sconfiggendo il boss locale. Una volta conquistata una delle zone in questione, a seconda delle sue caratteristiche, si entrerà in possesso di alcune abilità speciali (possibilità di spostarci velocemente utilizzando autovetture, rinforzi medici e così via), punti di interesse (come bar dove comprare oggetti e armi aggiuntive) e, soprattuto di denaro proveniente dalle attività illecite. Il denaro potrà poi essere speso nel reclutamento di un certo numero di combattenti (al massimo sei per quartiere) o per l'aggiornamento dell'equipaggiamento in mano a essi. La tipologia di unità assoldabili è piuttosto esigua anche se differenziata: esistono uomini armati di mitragliatrice buoni come carne da macello, piuttosto che scout in grado di individuare gli attacchi delle gang avversarie o unità di supporto che possono guarire i propri compagni e via dicendo.
Questi combattenti potranno quindi essere utilizzati per proteggere il territorio o alternativamente per attaccare una zona vicina. Tutto qui. Non aspettatevi di poterli comandare per, magari, attuare una qualche sorta di tattica di guerriglia urbana. Tutto quello che potete fare è mandarli allo sbaraglio mentre voi utilizzate il personaggio principale accompagnato da un massimo di due guardie del corpo aggiuntive.
Il controllo del personaggio principale può avvenire in due modalità, quella di default di tipo “RTS” - seleziona, punta, clicca – e quella alternativa alla GTA che ci permette di comandare direttamente il protagonista con una visuale alle sue spalle. Per questioni pratiche e anche di immersione la seconda modalità risulterebbe la migliore, se non fosse per il fatto che il sistema di controllo risulta complicato, poco immediato e per nulla intuitivo anche dopo diverse ore di gioco. La gestione della telecamera, unita al controllo del movimento danno infatti vita a una sorta di tortura cinese dove la direzione presa dal carattere su schermo non corrisponde mai a quella voluta dal giocatore. Utilizzando invece la visuale in 3D isometrica, dovremo far fronte all'imprecisione del sistema di puntamento che mostra il fianco specialmente durante l'evolversi dei combattimenti più affollati e concitati.
Gli scontri a fuoco rappresentano il cuore del gioco ma – purtroppo – la loro implementazione non ci è apparsa all'altezza delle aspettative. Confusionari, monotoni e con gli NPC avversari che a parte la caratteristica di scappare quando stanno per morire, non presentano certo script di IA degni di nota, gli scontri riproposti dal gioco non riescono minimamente a riproporre il feeling di titoli come Freedom Force. Alla fine tutto si riduce a cliccare su un nemico e, quando possibile, selezionare il tipo di colpo e attivare le eventuali skill aggiuntive, piuttosto che richiamare aiuto esterno attendendo che il target selezionato muoia prima di noi. Le discriminanti tra la vita e la morte sono la superiorità numerica e la disponibilità di power up. Non certo il posizionamento dei combattenti, piuttosto che lo sfruttamento del territorio e delle coperture o la sincronia delle azioni di gioco.
Conclude la veloce carrellata la possibilità di potenziare i protagonisti con un sistema di ispirazione RPG. Conquistando quartieri e concludendo missioni aggiuntive non direttamente legate al conseguimento dell'obiettivo principale, si guadagnano punti esperienza spendibili per migliorare le capacità fisiche e mentali e per acquisire skill speciali. Anche in questo caso, le scelte a disposizione sembrano sempre essere guidate verso un imbuto che impoverisce questo aspetto rendendolo accessorio e praticamente inutile.

Shaders per tutti!

Inaspettatamente, la componente tecnica riveste forse la parte migliore di tutto il titolo. Se escludiamo una sezione sonora sotto tono, la veste grafica di Paradise City è in grado di offrire un impatto visivo adeguato anche con sistemi non certo potenti. Anzi.
Lo stile grafico poi, piuttosto fumettoso e vivace, appare riuscito pur mettendoci di fronte a scenari monotoni e ripetitivi. Da plaudere il tentativo di differenziare i tre personaggi giocabili tanto con un set di animazioni personalizzato quanto con un ventaglio di frasi “a tema”, ma si tratta proprio di poca cosa.
Le strade delle città poi, brulicano di personaggi e automezzi, mentre il ciclo tra giorno e notte illumina dinamicamente lo scenario che farà da sfondo alle nostre scorribande.

la componente tecnica riveste forse la parte migliore di tutto il titolo

Shaders per tutti!

Anche sul fronte del multiplayer, il titolo riesce a rialzare un minimo le proprie sorti. Se non altro per il fatto di poter giocare tanto in LAN quanto tramite un vetusto 56 Kbit utilizzando l'oramai onnipresente servizio di GameSpy. Fino a un massimo di 8 giocatori potranno scontrarsi per il controllo della città. In questo frangente, pochezza della componente strategica e monotonia degli scontri si fanno meno sentire, in virtù della componente umana e della tipologia di gioco abbastanza peculiare.
Halifax ci ha comunicato che, contrariamente a quanto scritto precedentemente, il gioco è interamente tradotto in italiano.

PC - Requisiti di Sistema

A parte le richieste sul processore, anche sistemi di diversi anni fa riusciranno a far girare Escape from Paradise City con una fluidità accettabile.
Requisiti Minimi

  • Windows 95 con DirectX 9
  • Scheda grafica con 64 MB
  • Processore 2 GHz
  • 512 MB di RAM
  • Spazio su disco 1.5 GB
  • Lettore DVD

Commento

Difficile trovare elementi davvero positivi in questo Escape from Paradise City. E ce ne dispiace molto, perché l'idea di base – seppure già presentata a suo tempo con Gangland - era da subito sembrata fresca e interessante. Purtroppo, scelte di design discutibili e un'interfaccia di gioco a volte insufficiente minano sensibilmente il risultato complessivo.
Ci riesce altrettanto difficile consigliare il titolo a qualsivoglia tipologia di giocatori perché, vista la totale assenza di punti di forza, rischierebbero di rimanere delusi tanto gli appassionati di strategia, quanto quelli di titoli d'azione, tanto quelli di manageriali.
Allo stesso tempo però bisogna riconoscere che il titolo è pur sempre venduto a prezzo budget e quindi se siete alla ricerca di qualcosa di diverso o avete amato alla follia Gangland... qualche euro potete anche spenderlo.

Pro

  • Requisiti di sistema popolari
  • Tenta di (ri)proporre qualcosa di nuovo
  • Modalità multiplayer interessante
Contro
  • Meccaniche di gioco poco stimolanti e monotone
  • Interfaccia di gioco migliorabile

Escape from Paradise City è disponibile per PC.

Nonostante sia stato sviluppato da una software house misconosciuta e le informazioni antecedenti la pubblicazione non abbiano certo fatto ululare le folle, Escape from Paradise City (d'ora in poi più semplicemente... Paradise City) era un titolo atteso - almeno da chi sta scrivendo - con una certa curiosità, con l'ingenua speranza di trovarsi tra le mani il proverbiale titolo che nessuno si aspetta ma che a conti fatti riesce, nonostante la mancanza di publisher altisonanti e budget miliardari, a presentare un'esperienza di gioco solida e ben strutturata.
Dopo un esordio piuttosto positivo con Gangland, per il loro secondo capitolo gli sviluppatori di Sirius Games hanno infatti nuovamente cercato di fondere nello stesso contenitore almeno tre generi solitamente eterogenei tra loro. La ricetta seguita dai designer prevede infatti una solida base ispirata ai titoli strategici, con l'aggiunta di meccaniche più proprie degli RTS, un'ampia spolverata di elementi RPG e, infine, un certo retrogusto di titoli d'azione free-roaming alla GTA. Ma come anche il più sprovveduto dei cuochi sa, quando i singoli ingredienti risultano essere di prim'ordine, se l'amalgama non riesce, il piatto che ne risulta rischia di non essere all'altezza: ecco, questo è il caso di Paradise City. Immaginatevi cosa può succedere poi, quando anche gli ingredienti non sono proprio di qualità eccelsa...