Diario del CapitanoDiario del capitano 

Diario del capitano

Giapponesi, gente strana. Non me ne vogliano gli amici giapponesi che parlano italiano e leggono queste mie righe, in quanto vanno lette con animo leggero e sorriso bonario. Fatta questa dovuta premessa, passiamo al racconto.
Mi è successo un fatto curioso sul volo per Amsterdam lo scorso venerdì.
Sul mio stesso aereo ha viaggiato una di quelle belle comitive che si vedono di tanto in tanto in giro per Roma, o Milano, di folti gruppi di orientali in visita guidata, in perfetto ordine. Era stato loro assegnato in pratica quasi metà velivolo, la metà in fondo. Fin qui nulla di strano.
Sono passato in mezzo alle loro file un paio di volte, non dovevano essere troppo riposati, dato che, stravolti dalla stanchezza si erano addormentati uno sopra l'altro.
Atterrati all'areoporto olandese (decisamente grande) ho cominciato a sgambettare per arrivare alla zona treni. Mentre ero su uno di quei nastri trasportatori che agevolano, e non di poco, la traversata di quei corridoi lunghi anche alcune centinaia di metri, ho cominciato a sentire delle voci in un'idioma incomprensibile. Erano i miei compagni di volo giapponesi che, in stato di agitazione a causa del ritardo del nostro volo, rischiavano di perdere la coincidenza (queste informazioni le ho solo immaginate, non capite dalla loro stessa bocca, semmai vi fosse venuto il dubbio che io parli japanese). La loro agitazione però non è stata la classica "agitazione occidentale" di visi sfigurati dalla preoccupazione. Ho fissa in testa l'immagine di uno di loro, seduto sul retro di quei mezzi elettrici tipo caddy car con in braccio la classica borsa da macchina fotografica e lo sguardo sorridente, che osservava i compagni che correvano affannati dietro il mezzo cercando di raggiungere l'uscita giusta in tempo. Tentate di immaginare non meno di venti persone di ogni età, borsetta da telecamera/macchina fotografica in spalla (tutti indistintamente) che corrono, busto in avanti, in quella corsa-non corsa che si adotta quando avete fretta ma non volete correre a perdifiato, che in parte ridendo e in parte urlando, inseguigano la caddy car sparata lungo il grande corridoio dell'areoporto. Non riesce facile rendere l'idea di questa scena surreale a parole. In quel momento non ho potuto fare a meno di ripensare ai sacrifici autoimposti di quelle scene della Gialappas su "Mai dire Banzai". E' stato più forte di me.
La domanda successiva che mi pongo è: "Ma l'hanno preso quell'aereo?" Chissà. Mi è rimasta la curiosità. Me li immagino ancora correndo, caddy car in testa, per i corridoi dell'areoporto di Amsterdam.

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