Diario del CapitanoEppur si muove 

Lo sviluppo dei videogiochi in Italia c'è e batte un colpo.

Eppur si muove In questi anni più volte mi sono soffermato sulla triste situazione dello sviluppo di videogiochi in Italia, e altrettanto tristemente ho dato risposte sconsolate a studenti universitari vogliosi di intraprendere la carriera videoludica in Italia (marketing, sviluppo, game design, a tal proposito vi rimando al libro Pagati per giocare che racconta tutte le opportunità lavorative che ruotano intorno al videogioco): abbandonate ogni speranza o voi che entrate. Fino a poco tempo fa chi voleva partecipare allo sviluppo di un videogioco doveva mestamente emigrare verso altri territori più fertili, come la Francia, la Gran Bretagna, l'Irlanda, la Germania e gli Stati Uniti. Perfino la Polonia ha dato in questi anni segnali di un attivismo videoludico più significativo di quello italiano.
I motivi di questo tessuto povero sono essenzialmente due, uno di carattere storico e uno di carattere politico.
Il motivo di carattere storico va ricercato in una famosa notte di inizio anni '90 in cui un'intera generazione di hacker, programmatori, coder, piratacci e smanettoni di origine soprattutto videoludica furono sbattuti in galera o perseguitati alla stregua di criminali o mafiosi. Quella notte viene ricordata con il nome altisonante di Italian Crackdown e segnò un buco sul calendario evolutivo della programmazione underground italiana. In poche ore venne spazzato via quel substrato semiprofessionale dove spesso trae origine la storia di successo di un qualunque sviluppatore di videogiochi. Quella sciagurata operazione di polizia, portata avanti senza criterio, più come caccia alla streghe che altro, ha avuto come effetto che molte delle persone, molte delle quali autentiche promesse, coinvolte nella "retata" non hanno mai più ripreso un computer in mano.
Il motivo di carattere politico ha a che fare con il disinteresse assoluto da parte della classe politica nei confronti di un potenziale bacino di posti di lavoro e di riccheza e l'assoluta mancanza di qualunque sostegno economico specifico a chi volesse intraprendere questa strada. A differenza per esempio della Francia, che per anni ha incentivato sostanziosamente chi volesse aprire una software house. Ed ecco perchè la Francia ospita aziende del calibro di Ubisoft e Atari/Infogrames (e citerei anche Vivendi anche se in seguito alla fusione con Activision ha perso un po' di francesismo), che ancora oggi sono dei campioni a livello internazionale, competendo alla pari con colossi americani e nipponici. In Italia, quello che esiste, è merito solo della caparbietà di alcuni imprenditori che hanno voluto crederci e hanno cercato di farcela con le loro forze.
Recentemente c'è stato un piccolo sussulto di orgoglio tricolore degli sviluppatori italiani. Superando le gelosie e le invidie tipiche del tessuto di microimprese italiane, hanno costituito un "accordo di filiera" all'interno di Confindustria che può riassumersi in un'associazione che tenta di far valere le necessità dei suoi associati nei confronti di altre parti sociali, in primis il governo e la pubblica amministrazione. Non so se questa associazione ce la farà, però ogni segnale che può far pensare ad un'inversione di rotta va colto e amplificato. Ed ecco il documento (pagina 1 - pagina 2) che sancisce la nascita dell'accordo, all'interno del quale potete leggere tutte le imprese coinvolte nell'iniziativa.

Mentre l'Italia muove i primi passi, c'è chi ne ha fatti già cento. Per fare un esempio di ciò che qui è sempre mancato, anche solo a livello embrionale, vorrei porre l'attenzione su qualcosa di esistente, di concreto, non troppo lontano dai confini nazionali ma ad anni luce dalla nostra realtà. Ad Amburgo (Germania) è nata Gamecity, un incubatore di imprese videoludiche. Un centro attrezzato che facilita chi vuole sviluppare videogiochi. Siamo in Europa, ma a me pare di guardare con il telescopio un'altra galassia.
Eppur si muove

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