Lost Planet: Extreme ConditionLost Planet: Extreme Condition - Recensione 

Passato il Natale e l'ondata di giochi natalizi, ecco Capcom con Lost Planet: Extreme Condition. Tra bufere e nevi perenni, un soldato è alla ricerca di una verità agghiacciante... è proprio il caso di dirlo!

Il gameplay è quello di un action shooter, in cui il protagonista può saltare, sparare a 360°, ruotando il busto in tutte le direzioni, ed usare un rampino per agganciarsi a mura e casse

E.D.N. III

L’elemento più importante è l’energia termica che viene rilasciata dagli oggetti distrutti e dagli Akrid morenti, che ricarica i punti ferita, sino a quando non si esaurisce, rendendoci, finalmente, mortali. Lost Planet non è certo difficile, tanto che a livello normale è possibile attraversare tutti gli 11 livelli in meno di 8 ore, che sono davvero poche, se si considera che giocare a livello difficile non aggiunge nulla all’esperienza, se non un obiettivo ed un po’ di frustrazione, data dall’animazione che fa volare a terra il giocatore dopo ogni assalto. Ci vogliono diversi secondi per rimettersi in carreggiata, secondi nei quali si continua ad essere vulnerabili agli attacchi avversari, spesso in una catena di danni che portano alla morte senza che si possa fare alcunché per rimediare. Sarebbe stata d'aiuto un'eventuale modalità cooperativa come in Gears of War o Rainbow Six Vegas, ad esempio, ma non ce n'è traccia. Ogni stage è diviso in una serie di checkpoint, anche piuttosto distanti l’uno dall’altro, ma Capcom ha adottato una scelta non molto felice per gestirne la progressione, dato che, di fatto, non è necessario soffermarsi ad uccidere nessuno dei nemici che si incontrano per strada, ma basta giungere al punto in cui si esce dalla mappa per attivare la successiva cut scene e mettersi in salvo. L’esempio più lampante, è quello di quegli immensi bruchi, che avrete sicuramente visto in questi mesi e che abitano un’immensa distesa di neve. E’ possibile attraversare tutta la pianura senza neanche girarsi a guardarli, e senza perdere un grammo d’energia. Sarebbe bastato l’incentivo di power up od oggetti bonus da recuperare dai cadaveri di questi colossi, per trasformare quel sottile fastidio che provoca il loro frapporsi al nostro cammino, in vera e propria rabbia devastatrice. Peccato perché troppe volte, quando si è in difficoltà, prevale l’istinto di darsi alla fuga per arrivare (quasi) illesi alla fase successiva.

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Gennaio è un mese insolito per far uscire sul mercato un prodotto d’alto profilo come Lost Planet: Extreme Condition, ma tra l’ambientazione affascinante e la stanchezza delle release list, alla fine, si tratta di una bella sorpresa e con un ottimo tempismo. L’avventura di Capcom con Xbox 360 è iniziata cautamente, con l’annuncio di quel Dead Rising che nei mesi è diventato progetto sempre più corposo, fino ad aver riscosso, in tutto il mondo, un successo al di sopra di ogni aspettativa. Lo stesso sembra accadere con questo nuovo lavoro, partorito dalla mente di Kenji Inafune, già responsabile di Onimusha, con notizie di vendite milionarie nel giro di pochi giorni tra USA ed Europa. Alla fine degli undici livelli, che ospitano le avventure di Wayne e dei pirati delle nevi, è evidente il perché di tanti consensi. Resta il rammarico per alcune scelte di game design che potevano fare di Lost Planet il diretto discendente di alcuni classici della grande storia Capcom.

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Boss, VS e comandi.

Due degli elementi distintivi di Lost Planet sono, sicuramente, le VS e i boss di fine livello. Le prime sono dei mech dei quali Wayne può prendere il controllo e che gli permettono di affrontare più facilmente le situazioni più intricate. Ce ne sono diversi tipi, ognuno con caratteristiche e poteri peculiari e sono tutti realizzati con un occhio attento a proporzioni, dinamiche di movimento ed interazione con l’ambiente (ricco di elementi interattivi e deperibili). La sensazione che si prova a guidarli è davvero impagabile, soprattutto al cospetto dei Boss che scandiscono la fine di ogni stage, davvero perfetti, e che mettono, finalmente, alla prova il giocatore chiedendogli di leggere ogni ambientazione alla ricerca della giusta tattica o sequenza d’attacco con una grande soddisfazione ogni volta che si riesce ad avere la meglio. Anche la grande creatività che ha dato vita alle VS, però, viene minata da una scelta legata, questa volta, ai comandi. Ogni mech può montare due armi diverse, una a destra ed una a sinistra. La cosa interessante è che si possono cambiare queste armi, sia mentre si indossa la VS, raccogliendole da terra, sia quando si è a piedi, avvicinandosi, e smontandole manualmente e portandosele appresso. Il problema è che il pulsante per togliere le armi è lo stesso che si deve premere per salire sul mech e non è raro che nei momenti più concitati ci si trovi a bordo di una VS disarmati perché per errore si è precedentemente premuto il pulsante stando sul fianco, piuttosto che dai lati da dove si sale. E’ una questione di millimetri e nella concitazione di un combattimento, soprattutto a livello di difficoltà più alto o nelle partite online, può causare qualche intoppo indesiderato ed inopportuno.

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16 Contro!

Per essere un gioco console d’origine nipponica, grande attenzione è stata dedicata al multiplayer online, a partire dalla demo distribuita su Market Place con un buon successo di pubblico. Le mappe, otto per ora, sono davvero vaste e permettono di utilizzare a fondo i mech e il rampino, che nel single player resta un po’ adombrato soprattutto nelle aree più ristrette di gioco. Le quattro modalità sono piuttosto canoniche, dato che vanno dal Deathmatch in singolo e a squadre, alla cattura ed al mantenimento di alcune postazioni sulla mappa, fino a quella denominata Il Fuggitivo, che è sostanzialmente un Uno contro Tutti.

I limiti che minano la campagna in single player si fanno sentire anche in rete, soprattutto quello dei tempi morti dopo un danno subito, con in più un bilanciamento un po’ anomalo di certe armi

16 Contro!

I limiti che minano la campagna in single player si fanno sentire anche in rete, soprattutto quello dei tempi morti dopo un danno subito, con in più un bilanciamento un po’ anomalo di certe armi e con scene di combattimento in cui un soldato riesce a resistere per troppo tempo ai piedi di un VS enorme che gli vomita addosso quintali di munizioni. LP non setta, quindi, nessun nuovo standard in termini di gioco in rete, ma introduce una varietà ed una personalità inedite, insieme ad alcune trovate, come il ciclo giorno/notte su alcune mappe (accentuato dall’assenza di visori notturni), le aree subacquee, del tutto assenti nella campagna singola e ben realizzate, e la casualità di alcuni fattori climatici come le bufere di neve, che investono improvvisamente il campo di gioco limitando di molto la visibilità ed aumentando l’incertezza delle situazioni in maniera esponenziale. Da notare, tra l’altro, che i server sono pieni di giocatori da tutto il mondo, abbastanza da riempire in pochissimo tempo lobby da 16 con pochissima attesa.

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Ghiacciai Nextgen.

Lost Planet, per mettere in campo quella che è tra le migliori prove di 360 dopo Gears of War, utilizza un’evidente evoluzione del motore di Dead Rising, riconoscibile grazie all’ottima qualità delle texture che coprono personaggi, Akrid e fondali. I coder, però, hanno aggiunto un bel numero d’effetti luce che rendono davvero una splendida atmosfera, soprattutto nelle belle cut scene che segnano l’evolversi della storia, grazie anche a delle ottime animazioni.

Gli Akrid, vale la pena ripeterlo, sono davvero impressionanti, soprattutto quando ci si trova al cospetto di 4 o 5 delle loro specie più massicce, tutte su schermo

Ghiacciai Nextgen.

Gli Akrid, vale la pena ripeterlo, sono davvero impressionanti, soprattutto quando ci si trova al cospetto di 4 o 5 delle loro specie più massicce, tutte su schermo, mentre il motore si limita a singhiozzare ogni tanto e nei momenti più concitati. Capcom ha fatto davvero un ottimo lavoro e si conferma tra le case nipponiche più in salute e pronte ad affrontare questa next generation come si deve e, soprattutto, con la voglia di non limitarsi a proporre solo seguiti di brand affermati. Senza dimenticare il comparto audio che, se pur standar a livello di effetti sonori, propone alcune tracce audio di sicuro impatto, oltre ad un buon doppiaggio in inglese. Ricordando che, almeno, i sotto titoli sono tutti in Italiano.

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Obiettivi 360

I 1000 punti di Lost Planet sono divisi in 35 obiettivi, alcuni dei quali piuttosto corposi come gratificazione. Finire la campagna conferisce 175 punti, più un centinaio che possono essere accumulati sconfiggendo due mostri particolari. Il resto viene dato dal ritrovamento delle medagliette sparse nei livelli, dal raggiungimento di alcuni obiettivi nelle partite in rete e dal finire il gioco al livello di difficoltà più impegnativo. Per ottenere un punteggio consistente, quindi, serve un po’ di tempo e di perseveranza.

Commento

Lost Planet: Extreme Conditions è una strizzata d’occhio ai giocatori più smaliziati che sospireranno nel ricordare i bei tempi della Capcom di capolavori come Bionic Commando. I più giovani, invece, non potranno che raccogliere diligentemente la mascella da terra, dopo gli scontri con i primi, giganteschi boss, con la telecamera che ruota impazzita per cercare di cogliere ogni dettaglio di questa chicca visiva. Tutti, probabilmente, rimarranno con la sensazione d’essere arrivati ad un passo dal paradiso dei giochi memorabili con un titolo a cui manca qualsiasi modalità cooperativa, e che inciampa in alcune meccaniche di gioco fondamentali per un action shooter di questo livello. Il multiplayer, spettacolare, ma un po’ troppo caotico, è divertente, e serve a dare corpo ad un gioco che a livello normale può essere portato a termine in meno di 8 ore. Lost Planet, all’apparenza, ha tutto quel che serve per diventare un classico, con il pad in mano un po’ di questa magia si perde, ma è comunque un buon titolo con cui iniziare il 2007 ed il primo episodio di una saga dal grande potenziale.

Pro: Ambientazione affascinante Grafica mozzafiato I Boss di fine livello Contro: Troppo corto Alcune scelte discutibili Nessuna modalità cooperativa

E.D.N. III

Wayne è un soldato dell’esercito a guardia dei colonizzatori di E.D.N. III, pianeta coperto da nevi eterne ed abitato da una razza aliena, gli Akrid, mostruosamente aggressiva. Suo padre muore nello scontro con una delle creature più imponenti che si sono mai viste in un videogioco e tutto Lost Planet si articola intorno alla lotta per la sopravvivenza del protagonista, e di alcuni amici, nel tentativo di capire quali siano il passato ed il futuro del pianeta e le trame della NEVEC, una multinazionale che vuole sciogliere le nevi per rendere il clima abitabile. Le ambientazioni di LP sono davvero curate, il design dei nemici, tutti, è davvero dettagliato e si fregia di alcuni particolari che ricordano le meraviglie di Gears of War. Il gameplay è quello di un action shooter, in cui il protagonista può saltare, sparare a 360°, ruotando il busto in tutte le direzioni, ed usare un rampino per agganciarsi a mura e casse per risalire pareti verticali o più semplicemente per porsi al riparo dai nemici su schermo. L’utilizzo di questo item, purtroppo, è molto limitato nell’economia di gioco, soprattutto nel single player, e si ha la sensazione che il potenziale ne sia appena scalfito, anche per la scelta di non permettere al giocatore di usarlo durante un salto, ma solo stando ben fermo al suolo.

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