Grand Theft Auto V (GTA 5)Continua la campagna mediatica contro i videogiochi: Ilaria Capua a Geo&Geo 

Prosegue la campagna mediatica contro i videogiochi (per tutta la storia leggete qui, qui e qui). Questa volta è la stessa Ilaria Capua, la politica che ha scritto una lettera a Matteo Renzi per sollecitarlo verso l'avallo di una campagna di sensibilizzazione contro i videogiochi violenti, a intervenire nella puntata odierna di Geo&Geo, trasmissione di Rai 3 condotta da Sveva Sagramola.

Di fatto è stata ribadita la solita tesi, di cui abbiamo parlato più volte, ossia che i videogiochi violenti farebbero male ai minori. In questo caso il discorso è stato illustrato da uno scienziato, Luigi Galimberti, che ha preteso di dimostrare il nesso tra videogiochi e comportamenti violenti con delle brevi slide. Non sono mancati i soliti riferimenti a Grand Theft Auto V e alle donne del gioco vittime di violenza. Addirittura la Capua ha paragonato i videogiochi violenti a dei melanomi, ossia a delle vere e proprie malattie da cui ci si può e deve curare.

Noi, di nostro, abbiamo poco da aggiungere a quanto detto in passato, anche perché, a differenza della Capua e di Galimberti, non ci azzardiamo a discutere di argomenti che non conosciamo. Ci fa però piacere rispondere citando alcuni passi tratti dal saggio "Un Terribile Amore per la Guerra" (Adelphi, 2005) di James Hillman che, pur facendo riferimento alla società americana, calzano a pennello anche per la nostra:

"A un esame accurato, l'accusa che la violenza mediatica provochi o incoraggi il comportamento aggressivo non regge. Jonathan Freedman dell'Università di Toronto, che ha studiato il problema per vent'anni, ne dimostra l'inconsistenza. Né gli esperimenti in laboratorio né le ricerche sul campo confermano l'esistenza di un nesso causale tra violenza nei media e aggressività individuale. Non solo, è possibile rovesciare la correlazione: sono le persone aggressive a scegliere programmi e videogiochi violenti. Ciò nonostante, tali accuse si ripetono, sono diventate lo slogan preferito del perbenismo moralistico. Dobbiamo dunque domandarci il perché del persistere di questa credenza; a che cosa serve?"

"È possibile che a promuovere la violenza siano la povertà, condizioni abitative indecenti e il sovraffollamento? E l'ingiustizia istituzionale; la carenza dei servizi territoriali per l'infanzia; la corruzione delle istituzioni e delle multinazionali; l'oppressione razziale; il culto del successo e il suo correlativo, la paura del fallimento; l'appiattimento della scuola; i tagli alle attività artistiche; la mancata riforma carceraria e l'assenza di programmi di riabilitazione; il basso livello economico e di prestigio di chi opera nel sociale; la diffusione delle armi da fuoco: in altri termini, le carenze della società? Ma questi sono problemi complessi a cui è difficile rimediare, in confronto alla semplicistica soluzione di censurare quel che passa sullo schermo. Censura e proibizionismo solleticano la propensione moralistica e legalitaria degli americani; la complessità, con le sue sottigliezze e la sua problematicità, piace molto meno."