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In Rule of Rose non c’era nessuna bambina da seppellire viva

È la fine del 2006 e una vera e propria ondata di isteria istituzionale si riversa su un bersaglio ben preciso: un videogioco giapponese che si intitola Rule of Rose.

SPECIALE di Fabio Di Felice   —   12/08/2026
Jennifer la protagonista di Rule of Rose
Rule of Rose
Rule of Rose
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Bruxelles, siamo alla fine del 2006. Sono giorni freddi, ma infuocati da una discussione che anima da tempo la Commissione europea. Avete presente quella vecchia metafora della palla di neve che, rotola, rotola, alla fine si trasforma in una valanga impossibile da fermare? Ecco, questa storia è proprio la stessa identica cosa: c'è di mezzo un videogioco che non voleva nessuno, un mucchio di inesattezze e una vicenda che si carica sempre di più, sempre di più, come un perverso gioco del telefono in cui ognuno la spara più grossa del precedente. Questo è forse l'apice della vicenda: sulla scrivania di Franco Frattini, Commissario europeo per la Giustizia, la Libertà e la Sicurezza, c'è una lettera. Se la busta fosse rovente come le parole che contiene, quella lettera prenderebbe fuoco. È firmata da Viviane Reding, Commissaria per la Società dell'Informazione e i Media.

Il videogioco che non voleva nessuno si intitola Rule of Rose, è un titolo giapponese. Vorremmo dire insolito, ma sarebbe poco corretto: questa è l'epoca d'oro dei survival horror. Il genere non sarà mai più così florido e coraggioso, così controverso. Forse la "colpa" è proprio di questo caso. Uno dei più noti e furiosi casi di panico morale che abbiano mai riguardato i videogiochi. Rule of Rose, però, è solo un videogioco sfortunato... o fortunato, dipende dai punti di vista. D'altronde, due decenni dopo siamo qui a parlarne, e non è che fosse un titolo indimenticabile. Affascinante, oscuro, coraggioso, sì, ma pieno di difetti. Nessuno dei quali, però, ha a che fare con la bagarre di cui si trovò protagonista. Nessuno dei quali è riportato all'interno di quella lettera.

Jennifer è la protagonista di Rule of Rose
Jennifer è la protagonista di Rule of Rose

Perché tutto quello che leggerete in questa storia, dai battibecchi alle frecciatine, dal contenuto di quella lettera al tentativo di far passare una risoluzione al Parlamento europeo per bandire il videogioco, ecco, proprio tutto si regge su premesse quasi completamente inesatte. Per capire bene come questa assurda storia sia arrivata all'organo più importante della Comunità europea e abbia portato alla cancellazione dell'uscita del videogioco in alcuni Paesi, trasformando Rule of Rose in un titolo di culto, dobbiamo fare un passo indietro. Voltarci e contemplare lo splendore dell'epoca d'oro degli horror. Proprio in questo periodo Sony Computer Entertainment va da una piccola azienda giapponese chiamata Punchline per chiederle di realizzare un horror su cui mettere la firma.

Un errore di comunicazione?

Non sapremo mai le parole esatte con cui Sony ha chiesto a Punchline questo famoso survival horror da firmare e pubblicare. Verrebbe da chiedersi a che punto della catena risieda l'errore di comunicazione. Quello che sappiamo è che il grande successo di Resident Evil 4 aveva garantito nuova linfa vitale al genere. L'horror era in ascesa da molto tempo, tant'è che quella di PlayStation 2 è stata la generazione in cui abbiamo visto serie come Silent Hill raggiungere la maturità, altre come Fatal Frame nascere e piccoli gioielli perduti come Haunting Ground e Kuon trovare spazio. Resident Evil 4, che inizialmente non era nemmeno previsto per PlayStation 2 (e proprio questo cambio di rotta di Capcom fu la miccia che avrebbe portato Mikami a lasciare l'azienda), aveva superato le vendite della versione GameCube dopo appena qualche mese. Sony si era fregata le mani, era andata da Punchline e aveva chiesto un horror.

Yoshiro Kimura, la mente dietro al progetto, era stato chiaro sin da subito: non ci sarebbero stati zombie. Il gioco sarebbe stato un horror psicologico sul modello di Silent Hill. La cosa veramente stramba era il portfolio di Punchline: un solo videogioco, Chulip. Un titolo nel quale interpretavi un ragazzino di dodici anni che si allenava per risultare irresistibile alla bambina di cui era innamorato, baciando tutti gli abitanti della città in cui viveva. Se Sony si era rivolta a loro, era perché voleva un horror poco convenzionale, no? Bene, Kimura decise che avrebbe raccontato una storia ambientata in Inghilterra, negli anni '30, a bordo di un enorme zeppelin ispirato all'R101, un dirigibile britannico che gli ricordava la tragica vicenda dell'Hindenburg tedesco. Con il tempo l'idea iniziale affrontò diversi cambiamenti, ma, nelle diverse vite di Rule of Rose, un tema rimase sempre al centro: la crudeltà degli adulti e, soprattutto, dei bambini.

L'azienda cominciò a studiare il comportamento dei bambini, perlopiù americani ed europei, dal momento che il gioco sarebbe stato ambientato in Occidente. Grazie a un'agenzia di casting giapponese, riuscì a riunire negli studi dei bimbi piccoli per interrogarli a proposito di paure, speranze ed emozioni. Lo scopo era assai originale: disegnare i villain del videogioco come una serie di ragazzine, di bulle molto giovani. La protagonista, Jennifer, sarebbe stata un'adulta che avrebbe rivissuto i drammi della sua infanzia, passata in un orfanotrofio alla mercé di un gruppo: gli Aristocratici del Pastello Rosso. Ragazzine che la tormentavano, sottoponendola a prove che Jennifer doveva superare in una spirale di bullismo e violenze psicologiche ispirata alle favole crude dei Fratelli Grimm.

Il rapporto tra Jennifer e Brown era centrale nel videogioco
Il rapporto tra Jennifer e Brown era centrale nel videogioco

Le premesse sono affascinanti e sappiate che Rule of Rose non le mandava di certo a dire: era un momento di grande coraggio per il medium. Uno di quelli in cui la hybris ti convince di poter affrontare qualsiasi argomento, se trattato nella maniera giusta. Quindi in Rule of Rose c'erano sì il bullismo, ma anche rapporti di sudditanza tra minori, episodi di violenza, parentesi di suggerito amore saffico e perfino alcune scene di violenza sugli animali, perché Jennifer avrebbe avuto con sé un cane, Brown. Punchline affrontò con intelligenza la questione: se le meccaniche di gameplay erano piuttosto rozze e per niente indimenticabili, le persone avrebbero ricordato Rule of Rose per l'atmosfera e per le tematiche. Per il coraggio. Sony non era granché d'accordo.

La pietra dello scandalo

In Giappone l'azienda non stette troppo a perdersi in sofismi: Rule of Rose arrivò sugli scaffali con la firma di Sony il 19 gennaio 2006. Le divisioni americana ed europea di Sony, però, alzarono un ditino su alcune delle intuizioni e delle tematiche del videogioco. Avevano chiesto un horror, sì, ma si aspettavano qualcosa di più blando, di più inoffensivo. Non volevano di certo far scoppiare uno scandalo, non volevano finire per alimentare una polemica che, in quegli anni, era come stuzzicare un nido di vespe. I primi anni Duemila sono probabilmente quelli in cui la lotta contro i videogiochi violenti raggiunse il suo apice.

Jennifer era costretta a rivivere alcuni traumi della sua infanzia
Jennifer era costretta a rivivere alcuni traumi della sua infanzia

Nel 2004 Manhunt fu accusato di aver ispirato l'assassino di Stefan Pakeerah, un ragazzo di 14 anni nel Regno Unito. Nel 2005 sotto i riflettori era finito GTA San Andreas per l'affaire Hot Coffee: un modder aveva scoperto che nel disco di gioco era rimasto un minigioco sessuale incompleto e ne aveva sbloccato l'accesso attraverso una mod. Hillary Clinton in persona aveva indossato la cappa della crociata contro il videogioco di Rockstar e aveva richiesto, tramite un disegno di legge, la creazione del Family Entertainment Protection Act, prevedendo un mandato federale sull'attribuzione dell'ESRB ai videogiochi. Jack Thompson, l'avvocato che aveva votato la sua intera esistenza alla lotta contro Rockstar, aveva i capelli dritti per l'uscita di Bully.

Sony avrebbe voluto un horror che, per definizione, non sarebbe potuto esistere: blando. A chi poteva far paura un videogioco blando? Kimura provò a insistere sul punto, ma non c'era verso. Sony non voleva mettere il suo blasone su Rule of Rose né in Europa né negli Stati Uniti. Che fine avrebbe fatto quel videogioco? Non era ben chiaro, ma forse quello è stato il primo fiocco di neve, il preludio della valanga che sarebbe arrivata di lì a qualche mese.

In quel periodo Bully era in cima alla lista dei videogiochi considerati controversi
In quel periodo Bully era in cima alla lista dei videogiochi considerati controversi

Nell'estate del 2006, Atlus decise di prendersi l'onere di pubblicare il videogioco negli Stati Uniti. A settembre Rule of Rose era sugli scaffali e, incredibilmente, senza causare particolari scandali. È probabile che tutti i riflettori fossero puntati sull'imminente uscita di Bully, che sarebbe arrivato a ottobre dello stesso anno. Un bersaglio facile: aveva la controversia scritta nel titolo. Ma ciò è ancora più assurdo se si considera quello che stava per succedere dall'altra parte dell'Atlantico, dove lo stesso identico videogioco stava per diventare un caso di Stato. In Europa è 505 Games a comprare le licenze di distribuzione. Tutto sembra andare per il verso giusto, fino a quando l'idillio non si incrina. Non è del tutto chiaro quale sia stato il primo innesco, ma il candidato più probabile è un articolo pubblicato dal settimanale italiano Panorama.

Vince chi seppellisce la bambina

Novembre 2006, il titolo sulla copertina di Panorama era già tutto un programma: "Vince chi seppellisce la bambina", a firma di Guido Castellano. Dietro ci sono due delle protagoniste del videogioco: Meg e Diana. L'articolo forse è anche peggio e descrive il videogioco con toni sensazionalistici. Arriva a sostenere che nel videogioco si seppellisce viva una bambina e che i videogiocatori sarebbero sottoposti a violenze che non avrebbero mai pensato di vedere. Ne abbiamo parlato anche in questo speciale, qualche anno fa, qui su Multiplayer.it, perché, oltre a essere pieno di imprecisioni, secondo la ricostruzione di Damiano Gerli, l'articolo non sarebbe nemmeno del tutto originale, bensì ripreso da una recensione scritta online dall'allora diciassettenne Chris Darril, il futuro creatore di Remothered e di Bye Sweet Carole.

Un ritaglio della copertina
Un ritaglio della copertina

La palla di neve, ormai, è lanciatissima. La storia esce dall'Italia e i tabloid britannici la rilanciano ribadendo le accuse di violenza sui minori e i contenuti diseducativi del videogioco. A muoversi, però, non è solo la stampa generalista, ma anche la politica: il Parlamento italiano comincia a discutere una serie di provvedimenti da prendere contro Rule of Rose e, più in generale, contro i videogiochi violenti. Canis Canem Edit (il modo in cui viene ribattezzato Bully da noi) viene definito il videogioco che insegna a diventare dei super bulli. In Polonia, l'allora viceministro dell'Istruzione Mirosław Orzechowski presenta un esposto alla procura per bloccare l'arrivo di Rule of Rose.

Ci avviciniamo al momento in cui abbiamo iniziato la storia, perché è a questo punto che Franco Frattini contatta i ministri dell'Interno e della Giustizia di tutta Europa. Le parole che usa, come riporta Game Developer, riprendono accuse già circolate sulla stampa. Si parla di crudeltà, di oscenità e di brutalità, chiedendosi come sia possibile che questo videogioco sia arrivato sugli scaffali europei. Anche Francia e Regno Unito cominciano a discuterne apertamente: c'è chi invoca la censura, chi esige che la distribuzione del videogioco venga bloccata.

Anziché cancellarlo dalla storia, tutta questa vicenda ha reso Rule of Rose un cult
Anziché cancellarlo dalla storia, tutta questa vicenda ha reso Rule of Rose un cult

Il 7 marzo del 2007 un gruppo di eurodeputati deposita formalmente al Parlamento europeo una mozione di risoluzione, protocollata come B6-0023/2007, intitolata testualmente: "sul divieto di vendita e distribuzione in Europa del videogioco Rule of Rose e sulla creazione di un Osservatorio europeo per l'infanzia e i minori". Nel testo si legge che il gioco conterrebbe "immagini perverse, violente e sadiche, dannose per la dignità umana". Si tratta di un documento ufficiale, tuttora consultabile sul sito del Parlamento europeo. La mozione non venne mai votata in plenaria, ma il solo fatto che sia stata depositata, con la copertura mediatica che si portava dietro, è decisamente significativo.

Fanno più paura gli adulti o i bambini?

Eccoci di nuovo qui: la lettera sulla scrivania di Frattini. È firmata da Viviane Reding, quella che sarà vicepresidente della Commissione e commissaria europea per la Giustizia, i Diritti fondamentali e la Cittadinanza. All'epoca è invece la commissaria per la Società dell'Informazione e i Media, ovvero proprio la responsabile di questioni come i videogiochi in Europa. Secondo quanto riportato da The Register, Reding scrive che è assai spiacevole che i suoi uffici non siano stati consultati preventivamente prima che il richiamo di Frattini coinvolgesse i ministri dell'Interno di tutta Europa. Soprattutto gli conferma che esiste invero un organo, il PEGI, istituito proprio per evitare che si arrivi alla censura. Un meccanismo che renda più consapevoli gli adulti e che indichi la presenza di materiale che potrebbe risultare non adatto ai più piccoli. Ma anche una valvola di sicurezza per bilanciare le misure che servono a proteggere i minori e, al contempo, a garantire la libertà d'espressione sancita dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea.

Rule of Rose conteneva delle tematiche coraggiose anche per l'epoca
Rule of Rose conteneva delle tematiche coraggiose anche per l'epoca

A sottolineare le inesattezze ci penserà anche il Video Standards Council, ovvero l'ente che aveva assegnato a Rule of Rose il rating PEGI 16+. Le dichiarazioni del segretario generale Laurie Hall ribadiranno che nel videogioco non vi è traccia di molte delle affermazioni circolate in quei mesi: nessuna pratica sadomasochistica con minori protagonisti e nessuna bambina sepolta viva. Aggiungeranno inoltre che il videogioco appartiene a una categoria, quella degli horror, e che, così come nei film dello stesso genere, la presenza di scene considerate forti significa che il pubblico di riferimento è quello degli adulti, non quello dei bambini. A questo serve il rating riportato sulla copertina.

Nonostante queste due stoccate, l'epilogo è comunque desolante in alcuni Paesi ed è l'inevitabile conseguenza di mesi e mesi di panico morale e di dichiarazioni infondate. 505 Games decide di ritirare la distribuzione del videogioco dal Regno Unito e dalla maggior parte del resto d'Europa lo stesso giorno dell'uscita. Tant'è che - e questo è un aneddoto che ancora si continua a raccontare - le copie review erano già state spedite ai giornalisti di settore quando arriva l'annuncio. Fanno eccezione la Francia e l'Italia, dove il videogioco esce regolarmente, con il PEGI 16+ che gli era stato assegnato prima che iniziasse la controversia.

L'idea di avere come protagonisti una ragazza e un cane era già presente in Haunting Ground di Capcom
L'idea di avere come protagonisti una ragazza e un cane era già presente in Haunting Ground di Capcom

Contemplando il passaggio della valanga, se ne vedono le rovine, ma anche lo splendore di ciò che il tempo ci ha lasciato: un videogioco di culto diventato tale proprio perché è riuscito a resistere davanti a tutti gli scandali. Eppure le considerazioni sono amare. A distanza di anni, nessuno dei protagonisti di questa storia ha mai corretto il racconto che contribuì a creare. Il paradosso finale è che tutto questo, invece di affondare Rule of Rose, lo ha reso immortale. Un horror psicologico di nicchia, uscito con tirature modeste e forse destinato a passare quasi inosservato, è diventato importante proprio per lo scandalo che avrebbe dovuto cancellarlo dalla faccia della terra.

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