Una guerra già persa
Il problema non è che dal primo gennaio del 2028 Sony PlayStation non supporterà più il formato fisico, sono i servizi offerti a non essere all'altezza di questa rivoluzione. È inutile combattere battaglie che non si possono vincere, e quella a difesa del formato fisico è persa in partenza. Il digitale invece ha già vinto, e ciò che sta avvenendo in questi giorni è un processo inevitabile e nel quale siamo già dentro fino al collo. I giochi digitali su PlayStation, dati ufficiali, valgono oramai un 80% delle vendite totali: il pubblico ha chiaramente fatto una scelta. Alcuni giochi single player registrano percentuali leggermente diverse, ma è proprio l'intera filiera distributiva che si sta spegnendo lentamente. E non stiamo ancora calcolando i milioni di vidoegiocatori che attraverso Steam passarono completamente al digitale più di 20 anni fa e oggi se la godono alla finestra ascoltando le tante chiacchiere a vuoto sull'argomento.
Do ut des
Anche con Steam ci furono lamentele, soprattutto quando Valve rese obbligatoria l'installazione del programma per giocare ad Half-Life 2, ma i benefici offerti soppiantarono ben presto le vecchie abitudini e oggi l'ecosistema voluto da Gabe Newell è probabilmente il migliore in circolazione, oltre ad essere il più amichevole per il consumatore.
Come fa un sistema totalmente digitale come Steam essere così amato e la stessa rivoluzione su console così ostracizzata e temuta? Ragionandoci da consumatore, il problema è in larga parte di negozi digitali non all'altezza di questa rivoluzione: Sony può anche decidere di passare totalmente al digitale, ma è necessario che ci sia un do ut des con i suoi utenti, che vengano per esempio implementati sistemi come la possibilità di richiedere con facilità eventuali rimborsi, un "family link" meno capriccioso, la possibilità di regalare codici a terzi. Con le informazioni che abbiamo al riguardo, la rivoluzione imposta da Sony ha contorni quasi minacciosi che non possono non spaventare il pubblico.
Davvero mio
È anche il pubblico che deve incanalare per bene la sua delusione e non disperderla in lotte impari, inutili. Più che combattere l'ineluttabile "Only Digital", dovremmo unirci per chiederne uno migliore e che contempli anche maggiori diritti per i consumatori. L'unico che non può essere salvato è il mercato dell'usato, ma le scontistiche programmate di Steam hanno risolto il problema abbastanza bene, al punto che l'acquisto di un PC era considerato vantaggioso a lungo termine proprio perché si risparmiava sul software e non è necessario pagare per l'online, che non è una cosa strettamente legata all'argomento trattato, ma è comunque da considerare quando si fantastica su un'offerta migliore.
Anche l'idea che un gioco digitale non sia davvero di nostra proprietà è sbagliata: il digitale, infatti, non preclude affatto il possesso di un bene e ci sono store come GOG (quello di CD Projekt) che offrono videogiochi senza DRM che possiamo scaricare e masterizzare, o infilare in una chiavetta, in piena libertà e legalità. Tra l'altro sono versioni sempre aggiornate, quindi molto più utili di quelle che oramai troviamo nei dischi e questo ci porta a un'altra annosa questione: e le nostre collezioni?
Collezioni evanescenti
Prima di tutto è necessario chiederci cosa stiamo davvero collezionando. Sono infatti già diversi anni che il gioco fisico spesso non include tutti i dati necessari per essere avviato. Un conto è Crazy Taxi su Dreamcast, Crystal Castle per Atari 2600 o Parasite Eve su PsOne, che li infili e godi, un altro è la cartuccia di L.A. Noire per Nintendo Switch che al suo interno ha solo un terzo dei file e il resto va scaricato.
È da un bel pezzo che stiamo collezionando confezioni di plastica colorata che oramai non include nemmeno un bel gadget dentro: niente mappe profumate, cartoline, nemmeno uno stramaledetto adesivo. È una collezione farlocca che puoi in larga parte sostituire con delle versioni in cartone come quelle che usa Ikea per arredare le sue stanze da esposizione; è come avere una libreria piena di classici, ma con i fogli completamente bianchi, libri che non è possibile leggere senza affidarsi a tutto ciò che si è cercato di evitare in prima battuta. È profondamente triste, destabilizzante: le collezioni sono sempre foriere di grandi storie e soddisfazioni. Ma un gioco che amiamo può essere celebrato in tanti modi diversi, se non migliori, del far finta di possederlo: una statua, una maglietta, un portachiavi, una colonna sonora. Chi impedisce a Rockstar di mettere a disposizione per il download il pdf della mappa di GTA VI, in modo da farcela stampare delle dimensioni e della qualità che vogliamo?
Nuova era, nuove regole
Visto che stiamo entrando in una nuova era è necessario pretendere nuove regole, anche imposte istituzionalmente laddove necessario. Il digitale non va semplicemente accettato: va migliorato, sfruttandone tutti gli enormi vantaggi senza sacrificare i diritti di chi quei giochi li acquista.
E dovremmo iniziare a ragionare anche sul lungo periodo. Tra cinque, dieci o vent'anni cosa accadrà alle nostre librerie? L'attore Bruce Willis provò perfino a sollevare il tema dell'eredità della musica acquistata su iTunes e, per quanto quella vicenda sia rimasta controversa, la domanda resta più che mai attuale: che fine faranno i videogiochi che abbiamo comprato? Per alcuni potrebbero rappresentare un patrimonio culturale e affettivo da lasciare ai propri figli.
Quella lista di titoli racconta chi siamo stati, i nostri gusti, le nostre passioni, migliaia di ore della nostra vita. Dentro ci sono ricordi, screenshot, trofei, salvataggi e perfino high score che, un giorno, mia figlia potrebbe voler provare a battere. Non possono sparire nel silenzio semplicemente perché qualcuno ha deciso che una licenza vale meno della memoria di chi l'ha utilizzata.
Il problema, insomma, non è il digitale.
Il digitale ha già vinto e continuare a combatterlo significa perdere tempo ed energie. La vera sfida è fare in modo che vincano anche i consumatori. Perché una rivoluzione tecnologica non è davvero una rivoluzione se rende la vita migliore soltanto a chi la vende.
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