Essere la causa di un terremoto e ignorarlo. Quando le prime copie di Grand Theft Auto III iniziarono a fare capolino sugli scaffali dei negozi nordamericani, il 22 ottobre 2001, l'industria videoludica non sapeva ancora di trovarsi sull'orlo di un precipizio culturale e creativo senza precedenti.
Un'espressione, questa, che utilizziamo senza il timore di esagerare perché oltre ad aver rappresentato il debutto commerciale del nuovo episodio di una serie fino ad allora apprezzata e dai buoni numeri, quel giorno ha ufficialmente innescato un cataclisma che in qualche modo è stato capace di ridefinire per sempre le coordinate ludiche e commerciali del videogioco come lo intendiamo oggi.
Quel giorno di tantissimi anni fa GTA III ha infatti assestato una spallata decisiva al concetto di game design, e lo ha fatto con un'avventura audace, scomoda e spericolata, che proprio oggi compie un quarto di secolo. Ma, in fondo, che differenza fa l'età per chi è immortale?
La strada per la rivoluzione
Tra sfide tecnologiche, rischi finanziari e intuizioni geniali di design, la gestazione di GTA III è stata un autentico percorso a ostacoli, riassumibile nel concetto di "scommessa tecnica", che a molti osservatori dell'epoca appariva folle considerando la seppur notevole potenza delle console domestiche di sesta generazione.
Prima dell'avvento dell'avventura del taciturno Claude, la serie ideata, tra gli altri, da David Jones e Mike Dailly era più che altro un esperimento ludico certamente attraente ma limitato alle due dimensioni, basato su una telecamera fissa a volo d'uccello e su meccaniche di gameplay senz'altro divertenti ma tutto sommato circoscritte.
Facile immaginare, dunque, come il passaggio alla terza dimensione non fosse una transizione naturale o priva di rischi, quanto piuttosto il frutto di una scelta visionaria e al contempo radicale: prendere l'anarchia pura e spensierata dei capitoli precedenti e proiettarla all'interno di un ecosistema poligonale che dimostrasse di essere davvero vivo e stratificato come mai prima di allora nella saga.
Ma tra il dire e il fare c'è sempre di mezzo il proverbiale mare, con l'ingegno degli sviluppatori di DMA Design che viene inevitabilmente messo a dura prova dalla migrazione verso il motore grafico RenderWare, dalla necessità di gestire in tempo reale un'enorme mole di dati e di flussi di traffico veicolare, e dall'intelligenza artificiale dei passanti; tutti fattori che costringono il team a lottare quotidianamente contro i paletti architetturali della neoarrivata PlayStation 2.
Eppure la console di casa Sony non è la prima scelta come porto in cui sbarcare: all'alba dei lavori di sviluppo, infatti, il team aveva iniziato a muoversi dapprima su Dreamcast per poi offrire il titolo a Microsoft come esclusiva Xbox, ricevendo però un due di picche dalla casa di Redmond. Risultato: GTA III trova rifugio su PS2, sebbene all'E3 del 2001 il gioco riscuota un interesse che definire tiepido è un eufemismo.
La decisione di rimanere sotto l'ala di Sony è quindi obbligata, ma si rivela vincente e, nonostante le difficoltà tecniche apparentemente insormontabili, è la decisione di adottare una telecamera flessibile posizionata alle spalle del protagonista e quella di strutturare una mappa interamente esplorabile a piedi o a bordo di qualsiasi veicolo a dimostrarsi le chiavi di volta di un successo planetario; un successo che deve fare i conti persino con l'11 settembre, evento che fa slittare l'uscita del gioco.
In un'intervista concessa a Edge da Dan Houser nel 2011, il co-fondatore di Rockstar ha infatti raccontato come, all'indomani del drammatico attentato terroristico alle Torri Gemelle del 2001, DMA e Rockstar, appunto, si trovarono a dover apportare delle modifiche, più che altro cosmetiche, per "allontanare" Liberty City da New York.
Ed è così che viene cambiato il colore delle auto della polizia per differenziarle da quelle che pattugliano la Grande Mela, viene corretta la traiettoria di un aereo che passa vicino a dei grattacieli e una missione contenente riferimenti espliciti al terrorismo finisce per essere rimossa dalla versione finale.
Un'opera più forte anche del destino avverso, quella pubblicata da Rockstar, insomma, carica di una forza così dirompente da fare incetta di giudizi positivi e critiche entusiastiche al momento del suo approdo sul mercato. Un larghissimo consenso condiviso anche dal pubblico, che sancisce un trionfo commerciale clamoroso che, a oggi, supera i 14 milioni di copie piazzate in tutto il mondo. Il tutto, senza dire una sola parola per bocca del suo protagonista.
La spietata Liberty City
Come accennato, la struttura narrativa di Grand Theft Auto III si articola attraverso il silenzio del suo enigmatico protagonista, Claude, un criminale che viene brutalmente tradito dalla propria compagna e complice, Catalina, durante una rapina in banca consumata tra le vie di Liberty City. Abbandonato al proprio destino, Claude sfrutta un burrascoso trasferimento di detenuti destinati a un carcere di massima sicurezza per riconquistare la libertà, grazie a un provvidenziale e caotico attacco sferrato dal Cartello colombiano, che assalta il convoglio per liberare un altro prigioniero.
Da quel momento, la trama si evolve in un'intricata discesa negli inferi nel sottobosco criminale di Liberty City, un affresco sarcastico e cinico fatto di tradimenti incrociati, vendette personali e scalate al potere mafioso che vede Claude agire come un implacabile sicario al servizio delle famiglie malavitose più potenti della città, dai Leone, guidati da Salvatore, alla Yakuza giapponese gestita da Asuka e Kenji Kasen, fino ad arrivare alla bramata resa dei conti con Catalina.
La sceneggiatura firmata da Dan Houser, Paul Kurowski e James Worrall dà sfoggio di tutto il suo feroce carico di satira irresistibile nei confronti del consumismo sfrenato della società americana, del sistema giudiziario corrotto, della polizia inefficiente e dei media sensazionalistici; una scrittura che conferisce all'esperienza una profondità adulta e cinematografica vista raramente prima di allora su una piattaforma casalinga, impreziosita da un cast di doppiatori hollywoodiani di primissimo piano tra cui spiccano Michael Madsen, Robert Loggia, Kyle MacLachlan e Joe Pantoliano.
Ad ogni modo, nonostante la trama complessa e avvincente, la vera rivoluzione avviene sotto il profilo delle meccaniche di gioco, con Grand Theft Auto III che rappresenta di fatto una frattura insanabile rispetto a tutto ciò che lo aveva preceduto nella storia dei titoli d'azione.
Nei precedenti episodi bidimensionali, l'esperienza era confinata a una visuale zenitale fissa che permetteva sì al giocatore di rubare automobili, investire passanti e scatenare il caos, ma la percezione dello spazio, della balistica e della fisica applicata ai veicoli risultava inevitabilmente limitata; ebbene, il terzo capitolo della saga di Rockstar ha il merito di immergere il giocatore in un vero e proprio simulatore di vita criminale urbana, in cui ogni singola azione produce reazioni a catena nell'ambiente circostante.
Per la prima volta, l'utente ha la facoltà di esplorare liberamente una metropoli in 3D divisa in tre distinte e dettagliate macro-aree geografiche - Portland, Staunton Island e Shoreside Vale - e di potersi impossessare di decine di veicoli differenti, dalle utilitarie malmesse ai potenti camion della spazzatura, passando per auto sportive, ambulanze, autopompe e persino veicoli militari corazzati.
Questa immensa libertà di movimento e di scelta è inoltre accompagnata da un elemento destinato a diventare un marchio di fabbrica inconfondibile della serie: una colonna sonora suddivisa in stazioni radiofoniche tematiche autonome, che trasmettono brani musicali di svariati generi e spot pubblicitari esilaranti che si fanno beffe della cultura pop occidentale.
E poi la gestione delle armi da fuoco in terza persona, la reattività dei comandi di guida, la complessa intelligenza artificiale dei pedoni e della polizia, la struttura aperta delle missioni incentrata sulla libertà decisionale sono tutti addendi che polverizzano gli standard dell'epoca, inaugurando un nuovo paradigma che ispirerà ogni successiva produzione videoludica a mondo aperto.
La dinastia del crimine
Come tutti ormai sappiamo, l'enorme successo globale riscosso da Grand Theft Auto III costituisce tutt'altro che un episodio isolato nella storia della serie, quanto piuttosto il primo mattone di una dinastia commerciale e culturale destinata a dominare il mercato dei videogiochi per oltre venticinque anni, e che ha finito per trasformarsi addirittura in un fenomeno di costume.
La formula di gioco inaugurata nell'ottobre del 2001 viene infatti immediatamente arricchita e stilisticamente nobilitata appena dodici mesi più tardi con l'uscita di Grand Theft Auto: Vice City, un capolavoro assoluto di atmosfera che, sfruttando le basi del predecessore, catapulta il pubblico nelle atmosfere sgargianti, kitsch e illuminate dai neon della Miami degli anni '80, omaggiando apertamente cult cinematografici come Scarface e Miami Vice.
Vice City introduce finalmente un protagonista dotato di voce e di una forte personalità, quel Tommy Vercetti interpretato magistralmente da Ray Liotta, e aggiunge al mix ludico l'inedita possibilità di guidare motociclette, pilotare velivoli e acquistare e gestire una vasta rete di proprietà immobiliari commerciali per espandere il proprio impero criminale.
Un pacchetto che sembra impossibile innalzare verso nuove vette ma solo perché non aveva ancora fatto i conti con Grand Theft Auto: San Andreas. Piombato sul mercato nell'autunno del 2004, questo kolossal dilata a dismisura i confini geografici della mappa mettendo sul piatto un intero stato fittizio diviso in tre grandi città ispirate a Los Angeles, San Francisco e Las Vegas, separate da vaste aree rurali e desertiche.
San Andreas imprime una svolta storica al gameplay anche attraverso meccaniche di personalizzazione del protagonista mai viste prima affiancate da elementi di sopravvivenza urbana, come le guerre tra gang rivali per il controllo dei territori cittadini.
Con il successivo avvento dell'alta definizione e l'esordio della settima generazione di console, la serie targata Rockstar va incontro a una fisiologica evoluzione che tuttavia non snatura la sua identità originaria fatta di cinismo, satira graffiante e libertà d'azione, e lo fa con Grand Theft Auto IV, un capitolo che spiazza critica e pubblico soprattutto per una direzione artistica e narrativa più matura, riflessiva e drammatica.
L'avventura cucita addosso a Niko Bellic, un immigrato dell'Europa dell'Est segnato dagli orrori della guerra, è di fatto un'amara parabola esistenziale sul fallimento e sulle illusioni del sogno americano, che tuttavia beneficia di un netto miglioramento sul fronte grafico e su quello dell'intelligenza artificiale generale; il tutto a favore di un realismo da capogiro.
Questa inarrestabile spinta verso il perfezionamento tecnico e la complessità dei sistemi conduce la saga verso la sua massima e ineguagliata (almeno fino all'avvento di GTA VI) espressione nel 2013 con l'uscita di Grand Theft Auto V, un trionfo commerciale senza precedenti nella storia del medium che ha frantumato ogni record.
Il titolo si fa forte dell'innovativa meccanica del triplo protagonista giocabile - Michael De Santa, Franklin Clinton e Trevor Philips - le cui vite si intrecciano in una Los Santos tentacolare e insidiosa, supportata da un comparto multigiocatore persistente e in continua evoluzione come GTA Online.
Attraverso questa straordinaria catena di capolavori, il marchio GTA ha dunque dimostrato una longevità e soprattutto una capacità di rinnovamento unica, che tuttavia è partita da quel seme silenzioso, guardato con diffidenza sulle prime, ma poi capace di dimostrare a tutti chi avesse ragione da vendere.
Un big bang silenzioso
A distanza di un quarto di secolo, riflettere sull'importanza culturale e ludica di Grand Theft Auto III significa anche cogliere un po' il momento in cui le avventure hanno abbandonato la propria infanzia tecnica per imboccare un percorso di crescita continua dal quale è stato impossibile tornare indietro.
Prima dell'ottobre del 2001, infatti, il concetto di "mondo aperto" nei confini di un videogioco d'azione rappresentava un territorio pressoché inesplorato nel suo potenziale, confinato a esperimenti pionieristici che tuttavia mai erano riusciti a catturare l'immaginario collettivo con la stessa forza dirompente dell'odissea di Claude.
Ma pensandoci bene la qualità dell'opera di DMA Design e Rockstar non risiedeva tanto nella somma delle singole componenti innovative messe in campo, quanto nell'incredibile capacità di fondere in una miscela fluida e coesa la libertà di esplorazione, la messa in scena cinematografica di stampo gangster e la satira sociale tra le più sferzanti mai viste.
Insomma, ogni sandbox sbarcato sul mercato nel corso degli ultimi venticinque anni - dagli emuli dichiarati come la celebre saga di Saints Row, passando per i tentativi polizieschi di True Crime e le derive tecnologiche di Watch Dogs - deve qualcosa del proprio DNA concettuale a quel coraggioso e rivoluzionario esperimento che risponde al nome di GTA III.
Un salto nel buio che ha rimescolato le carte in tavola nel panorama videoludico e che ha provato in modo evidente come il giocatore potesse essere più di un mero fruitore di un prodotto che lo costringe a muoversi lungo binari prestabiliti per scatenare il caos: può esserne l'artefice.