Che fine ha fatto... Condemned: Criminal Origins 7

Un thriller psicologico dall'ambientazione cupa e opprimente sviluppato da Monolith Productions: ma dov'è finito, oggi, Condemned: Criminal Origins?

RUBRICA di Massimo Reina   —   04/10/2018

Indice

Che fine hanno fatto... è una rubrica a cadenza regolare che cerca di riportare alla luce quei franchise che per un motivo o per un altro sono caduti un po' nel dimenticatoio, raccontandone la storia, con la speranza di rivederli prima o poi sui nostri schermi.

Di survival un po' atipici i videogiocatori ne hanno visti davvero tanti negli ultimi anni. Spesso reinterpretati con una commistione di generi a fare da contorno a un nocciolo centrale basato comunque sugli elementi tipici del sopracitato genere. Come Condemned: Criminal Origins, gioco sviluppato da Monolith Productions, autori dei "recenti" e ottimi La Terra di Mezzo: L'Ombra di Mordor e La Terra di Mezzo: L'ombra della guerra, per PC e Xbox 360 sotto etichetta SEGA nel 2005. Per certe caratteristiche peculiari, il titolo era riconducibile al genere survival, con in più un buon mix di elementi di azione, ma con spruzzate di thriller horror psicologico nella trama. Il che, assieme a un'atmosfera piuttosto indovinata, all'ambientazione cupa e senza apparente speranza, riuscì ad attirare l'interesse di parte della critica e del pubblico.

Caccia al serial killer!

L'agente dell'FBI Ethan Thomas era impegnato a indagare su una serie di terribili omicidi seriali compiuti da un misterioso quanto inafferrabile serial killer. Purtroppo per lui le cose non vanno come normalmente dovrebbero, e nel giro di poco tempo è lui a trovarsi braccato e fuggitivo, quasi indifeso. Le uniche armi a disposizione di Thomas, infatti, erano una pistola non sempre carica, l'attrezzatura della scientifica con cui rivelare e raccogliere indizi e campioni, un telefonino con cui tenersi in contatto col laboratorio ed uno storditore elettrico. Per il resto l'agente doveva arrangiarsi alla meno peggio in caso di attacchi. L'aspetto più innovativo di Condemned era proprio il sistema di combattimento, basato soprattutto sul corpo a corpo e su armi improvvisate: il protagonista infatti, poteva utilizzare delle armi da fuoco, ma visto che i proiettili finivano presto e scarseggiavano, doveva spesso ricorrere all'improvvisazione e dunque a procurarsi sul posto gli oggetti adatti coi quali difendersi.

Di conseguenza poteva strappare tubi dai muri, assi chiodate dal pavimento, sportelli metallici dagli armadietti, cassetti, pale, piedi di porco, asce e così via. Le ambientazioni erano fatiscenti e cupe e a dare man forte al profondo senso di disagio e follia incombente ci pensavano le improvvise allucinazioni a cui andava incontro il l'agente, anche se queste non sempre erano tali. Il gioco si svolgeva in ambienti chiusi e bui nei quali, il più delle volte, l'unica fonte di luce era la torcia elettrica dell'agente Thomas. Gli stretti corridoi e i tetri passaggi non miglioravano la situazione e certe volte la claustrofobia diventava tanto palpabile da far mancare l'aria. Edifici fatiscenti ed abbandonati, metropolitane dopo l'orario di chiusura o spettrali biblioteche di notte, attraverso queste tappe si snodava l'inquietante percorso del giocatore che, lungo la via, incontrava nemici sempre più agguerriti e pericolosi da combattere in ogni modo per sopravvivere.

Paura e delirio

Per eliminare del tutto i nemici, a volte si poteva perfino ricorrere a un colpo di grazia scegliendone un tra i quattro disponibili: un gesto cattivo quanto violento. L'indagine dell'agente Thomas si trasformava infatti presto in un vero e proprio incubo, una specie di discesa all'inferno durante la quale, progressivamente, la popolazione cittadina si trasformava in un pericoloso esercito di assassini squilibrati contro i quali non poteva esserci spazio per la pietà. A rendere particolarmente intrigante l'esperienza c'erano poi un comparto visivo di ottima fattura, con un buon level design ed effetti sonori e brani di sottofondo ad hoc. Eppure, nonostante le buone premesse per un buon thriller, il gioco non convinse del tutto critica e pubblico a causa di una certa ripetitività di fondo.

A furia di ambientazioni buie e claustrofobiche, di raccogliere indizi sempre allo stesso modo e di una progressione piuttosto lineare, Condemned: Criminal Origins dopo un po' per parecchi diventava noioso. A conti fatti l'incedere nell'avventura era un procedere in avanti, al buio, seguendo una strada senza alternative, e la storia stessa si sviluppava principalmente attraverso scarni rapporti di polizia durante le fasi di caricamento finendo così per "spezzare" quel realismo e quell'immedesimazione che il gioco invece cercava di proporre durante le situazioni giocate. Nella nostra recensione scrivemmo addirittura che a causa di ciò, "che finisca al terzo livello o al nono o al tredicesimo, non fa niente, è tutto uguale". Il gioco però piacque comunque, al punto da convincere il publisher a far realizzare un seguito.

Un anno dopo

Nel 2008 ecco quindi arrivare nei negozi Condemned 2: Bloodshot per Xbox 360, PC e PlayStation 3, un vero e proprio seguito dell'originale anche se abbandonava in parte l'atmosfera cupa che pervadeva il primo episodio in favore dell'elemento più avventuroso e proponeva locazioni più variegate. La storia, ambientata undici mesi dopo gli eventi del gioco precedente, vedeva protagonista inizialmente Rosa, ex collega di Ethan Thomas, impegnata proprio nella sua ricerca in una città sempre più in preda a delitti e gesti di violenza e follia. Per quanto riguarda la giocabilità, la formula dell'originale rimaneva invariata, migliorata sotto certi punti di vista e impreziosita da alcune nuove caratteristiche come un nuovo sistema di combattimento più interattivo, la possibilità di catturare e trasportare un nemico per poi torturarlo e funzionalità online.

In Condemned 2: Bloodshot venne arricchita anche l'intelligenza artificiale che animava gli avversari, in grado di ripararsi, andare a cercare oggetti da scagliare e persino di saltare di sotto da balconi e parapetti in cerca di un rifugio. Insomma, il gioco migliorava il precedente capitolo quasi sotto ogni profilo, partendo dai combattimenti corpo a corpo, fino ad arrivare alle indagini, il cui unico difetto era forse nel numero, un po' poche. Il titolo venne accolto positivamente dalla stampa e dal pubblico, quest'ultimo non abbastanza per assicurare alla produzione un certo numero di vendite. Le vendite furono al di sotto delle aspettative e questo fece congelare ogni possibile discorso su un eventuale Condemned 3.

Un vero peccato, perché di elementi interessanti ce n'erano parecchi. Abbastanza, a nostro parere, per ritentare ai giorni nostri di riproporre un nuovo episodio, ovviamente rivisto e corretto di certe mancanze, e adattato alle potenzialità dei nuovi hardware attuali nonché ai gusti dei giocatori di oggi. E perché no, magari con funzioni 3D da sfruttare con il visore PlayStation VR per una maggiore immedesimazione. I diritti del marchio li detengono il co-fondatore di Monolith e l'ex CEO Jace Hall, che speriamo prima o poi vogliano ritentare questa strada.

#Che fine hanno fatto?

Che fine hanno fatto?