Drakengard  3

Square Enix intraprende una strada diversa dal solito e realizza un action-game pieno di buone idee e ricco di spunti interessanti. Una pietra miliare del genere o solo un buon esperimento?

RECENSIONE di Christian Colli   —   03/05/2004

Dragonheart?

La caratteristica principale di Drakengard, e qui riconosciamo il tocco maestro di Square Enix, è una trama eccellente, coinvolgente, appassionante e decisamente matura, ben diversa dalle classiche "fiabe" alle quali ci siamo abituati, dove l'eroe complessato e in crisi d'identità deve trovare la sua strada, coronare il suo sogno d'amore con la protagonista di turno e possibilmente salvare il mondo. La storia di Drakengard è infatti talmente cupa e atipica da rendere il gioco vietato ai minori di 17 anni in America e da accomunare le atmosfere e i personaggi del racconto al noto manga e anime Berserk di Kentaro Miura, in cui il protagonista maledetto Gatsu davvero ha molto da spartire con il nostro eroe, Caim. Ci troviamo in un mondo fantasy-medievaleggiante dove due forze militari si contrastano, l'Unione e l'Impero, quest'ultimo intenzionato a catturare la bella e ingenua principessa Furiae, sorella di Caim e reincarnazione di una potente dea. Per proteggere Furiae, Caim viene ferito a morte e, sanguinante, si trova suo malgrado a faccia a faccia con una delle creature da lui più odiate, un drago, della stessa razza dell'essere che sbranò i suoi genitori quando ancora era un ragazzo. Ma anche il Drago è ferito e morente e allora, per sopravvivere, i due fanno un "patto": come da tradizione, Caim sacrifica una parte di sè, la sua voce, e si lega all'essere ancestrale, acquisendo incredibili poteri. Tuttavia, il loro legame non impedirà all'Impero di rapire la povera Furiae e questo costringerà Caim e il suo caro amico Inuart (innamorato di Furiae) a intraprendere un viaggio per salvare la divina ragazza e il prete Verdelet incaricato di proteggerla. Banale? Già, così può sembrare, ma la trama di Drakengard si dipanerà nel corso di tredici capitoli, trasformandosi in un intreccio di straordinaria potenza, caratterizzato da personaggi davvero incredibili e insoliti, tra i quali un protagonista, Caim appunto, tutt'altro che banale, che non è mosso da sentimenti eroici ma dall'odio verso il suo nemico che prevale sull'amore per Furiae, e un Drago che è totalmente diverso da quello che ci si potrebbe aspettare, una materna creatura con la voce di Gigi Proietti magari, ma che addirittura disprezza quello stesso genere umano al quale appartiene Caim che, in un certo senso, non è altri che il suo salvatore.

Dinasty Dragons?

Come già detto, Drakengard è diviso in tredici capitoli che, a loro volta, sono divisi in vari episodi o, se vogliamo essere più pratici, livelli. La maggior parte degli stage vedrà Caim, appiedato, farsi strada attraverso legioni e legioni di nemici, falciandoli con le sue armi o in sella al Drago, richiamabile in alcuni frangenti attraverso la pressione di un tasto. Altri schemi, invece, andranno affrontati quasi come fossero uno sparatutto, controllando direttamente e solamente il Drago e spazzando via le orde di nemici volanti. Ma aldilà di questa semplice divisione degli stage, lo spirito di Drakengard si riassume in una frenetica pressione dei tasti atta a disintegrare tutto quello che si muove. Del resto, è proprio tramite la sconfitta di un certo numero di nemici che è possibile potenziare le armi di Caim: il nostro anti-eroe, infatti, dispone all'inizio unicamente della spada regalatagli dal padre, ma sarà possibile recuperare nei vari livelli altre armi, tra le quali martelli, asce, lance e coltelli vari; ogni volta che un'arma raggiungerà un nuovo livello (in tutto sono quattro) aumenteranno di conseguenza la sua potenza, il numero di attacchi in grado di concatenare in una combo, la potenza e l'effetto della magia ad essa collegata e perfino la sua forma estetica. Magia? Sì, perchè ogni arma di Caim permetterà al vendicativo guerriero di scagliare un particolare incantesimo all'indirizzo dei nemici, consumando l'energia spirituale apposita (ricaricabile sconfiggendo altri nemici). Il problema del combattimento in Drakengard, quindi, non è tanto nella sua struttura precisa, quanto nella poca varietà. Alla fin fine, Caim dispone per arma di un'unica combo (intervallabile da una sorta di colpo speciale, eseguibile in determinati punti della sequenza, in grado di spazzare via i nemici circostanti in un attimo) e di un'unica magia, cosa che alla lunga trasforma gli stage in una continua ripetizione della stessa azione, combinata alle discrete capacità acrobatiche di Caim e all'intervento del Drago che, comunque, impedisce di utilizzare le armi per potenziarle e rappresenta di conseguenza una risorsa straordinaria, potenziabile ed evolvibile a sua volta. Del resto, comunque, Drakengard è un action-game puro, un po' picchiaduro a scorrimento, che implica di per sè una struttura dell'azione ripetitiva ma non per questo noiosa o non divertente. Ci sono comunque delle varianti che rendono Drakengard un po' meno monotono: oltre agli stage in sella al Drago, è possibile selezionare all'inizio di ogni livello uno dei bizzarri compagni di Caim per poi utilizzarlo per un breve periodo di tempo, premendo un pulsante e controllandolo al posto di Caim. Il vero problema, a questo punto, non si riscontra tanto nella varietà della meccanica quanto in ciò che ne implica l'esistenza, e cioè i nemici, afflitti da un IA decisamente discutibile che gestisce le loro azioni in un pattern prefissato, consistente nell'attaccare Caim una volta entrato nel loro raggio visivo senza alcuna strategia, basilarmente solo per opporre una trasparente resistenza consistente in attacchi alla cieca e poco altro. Draghi, guerrieri, nemici stupidi e stregoneria, quindi... ma la PlayStation 2 è all'altezza di questo turbolento e mix di idee?

Drag-on PlayStation?

Il maggior problema di Drakengard risiede nella sua realizzazione tecnica. Globalmente ci troviamo di fronte a un prodotto massiccio: decine di nemici in azione contemporaneamente, magie, esplosioni, ampie aree di combattimento, creature enormi e altro ancora. Il problema è che la realizzazione di tutto questo è poco più che sufficiente: i modelli poligonali in genere non presentano chissà quale livello di dettaglio e le animazioni sono gradevoli e curate ma non eccezionali, non all'altezza dell'idea complessiva insomma. Inoltre, nelle situazioni più concitate (e sono parecchie) si avvertono vistosi cali del frame-rate. Un altro difetto piuttosto evidente, benchè mascherato come una precisa scelta stilistica e d'atmosfera, è un effetto di fogging decisamente fastidioso, che impedisce al giocatore di pianificare i suoi spostamenti con precisione senza ricorrere alle curatissime mappe. Il resto è opinabile, non ci troviamo di fronte alla solita caratterizzazione estetica manga-style: tutto ha un sapore più realistico, più gotico e meno fantasy, perfino la maggior parte dei nemici presenta un aspetto rivoluzionario per il nome che porta (ad esempio, i canonici Gargoyle sono delle torrette spara-missili parallelepipeidali con un paio di ali che consentono di volare) e ricorda il già citato Berserk per la bizzarria visionaria di ambienti e personaggi. Ad accompagnare l'aspetto tecnico piuttosto contraddittorio abbiamo una colonna sonora d'impatto, ben realizzata, adatta alle varie situazioni di gioco ma purtroppo abusata durante l'intera avventura, risultando alla fin fine ripetitiva. Nulla da dire sul doppiaggio, davvero eccezionale.

E' difficile essere critici con Drakengard. E' un tipo di gioco che si ama o si odia: i fan dei picchiaduro a scorrimento e degli action-game nudi e crudi lo adoreranno, restando estremamente soddisfatti dalla violenta e infinita dose di combattimenti e nemici da martoriare; gli altri troveranno una meccanica di gioco ripetitiva per quanto caratteristica accompagnata da una trama meravigliosamente drammatica e complessa, degna di una Square Enix in ottima forma narrativamente parlando. E' però indiscutibile la mediocrità della realizzazione tecnica, che non eccelle in nessun campo pur mostrando una notevole dose di potenzialità. Per quanto mix di idee già viste e giochi già provati, Drakengard rappresenta comunque un buon esperimento, un ottimo primo passo e, potenzialmente, il primo episodio di una saga che può solo migliorare. Consigliato agli amanti del genere e delle storie ben raccontate.

Se escludiamo Kingdom Hearts, invero più JRPG/Adventure che action-game, ci accorgiamo con facilità che Square Enix non entra nel campo del secondo genere citato da quel The Bouncer che accompagnò il lancio di PlayStation2 più di due anni fa. E già The Bouncer era un titolo mediocre, una squisita demo grafica caratterizzata da un impianto ludico piatto e per nulla originale. Eppure, Square Enix un tempo aveva saputo soffiare un forte vento d'innovazione sul mercato videoludico, con titoli del calibro di Brave Fencer Musashi e Threads of Fate, ai tempi di PSOne, piccoli gioielli del videogioco d'azione giapponese. In un certo senso, non è neanche tanto sorprendente questo Drakengard, che strizza l'occhio a Panzer Dragoon proprio nel periodo in cui Panzer Dragoon Orta arricchisce la ludoteca XBox. Ma Drakengard, originariamente intitolato Drag-on Dragoon in Giappone, non è solo un'imitazione di Panzer Dragoon... effettivamente ha un retrogusto anche di Dinasty Warriors, la celebre serie di action-game targati Koei ambientati nella Cina medievale. Ma allora, di fronte a cosa ci troviamo? Un clone? Un titolo poco ispirato che pesca di qua e di là nel tentativo di mixare più idee in un calderone che finge di essere nuovo? Forse. Ma può questo essere realmente un difetto?