Playing Hard, la recensione 10

Playing Hard è il racconto dello sviluppo di For Honor dal punto di vista del suo direttore creativo, ma purtroppo fallisce nel mettere a fuoco il suo soggetto. Ecco la nostra recensione del documentario disponibile su Netflix.

RECENSIONE di Simone Tagliaferri   —   14/04/2019

Teoricamente Playing Hard, del regista Jean-Simon Chartier, dovrebbe essere un documentario sulla concezione e lo sviluppo del videogioco For Honor di Ubisoft, ma nei fatti è più la mitopoiesi del direttore creativo Jason Vandenberghe, rappresentato sin dalle sequenze d'apertura come una specie di guerriero solitario d'altri tempi che combatte la sua giusta battaglia per un mondo ingrato, pronto a cacciarlo non appena smette di avere bisogno di lui.

A conti fatti ci troviamo di fronte alla classica retorica che mette a confronto arte e produzione, con richiami nemmeno troppo velati alla figura dell'artista tanto cara al pubblico occidentale da L'albatros di Baudelaire in poi. Il film, disponibile su Netflix, fa di tutto per convincerci della statura umana di Vandenberghe e della grandezza delle sue idee in confronto alla piccolezza di quelli che lo circondano: For Honor è il gioco che sognava di giocare da sempre, teorizzato come la rappresentazione archetipica di istinti innati nell'essere umano e come un modo per mettere in scena la visione del mondo del suo autore, figura che giganteggia nelle inquadrature e che viene più volte associata alla natura stessa, grazie a spettacolari panoramiche, realizzate usando dei droni, dei luoghi in cui compie delle lunghe passeggiate solitarie.

A margine di Vandenberghe vengono vagamente raccontati degli altri personaggi, in particolare il producer Stephane Cardin, presentato come l'uomo macchina, colui capace di tenere insieme la visione creativa di Vandenberghe e le richieste di Ubisoft, con il publisher che appare per l'intero documentario come un'entità lontana e cinica, che fa mancare continuamente le risorse chieste per ottenere il gioco perfetto, impaurita dal dover rischiare su di un'idea nuova mai provata prima. La retorica romantico-decadente di Playing Hard fa inevitabilmente presa perché è costruita con un linguaggio efficace e d'impatto. Più che un documentario è una vera e propria parabola che parte dall'enucleazione di una visione, presentata come pura e maestosa sia nelle parole di Vandenberghe, sia nell'eccitazione del team di sviluppo durante i tornei organizzati per testare le varie build di lavorazione del gioco, che con il contatto con il mondo perde però la sua innocenza originaria, lì dove pian piano deve trasformarsi in un prodotto da vendere.

Più il momento topico si avvicina, più l'autore si ritrova ai margini, isolato nel lavoro, distaccato dai festeggiamenti per l'ingresso nella fase gold (quella di invio in stampa del master del gioco) e quasi completamente disinteressato alla vendita stessa di For Honor, che arriva in un momento in cui è pronto a uscire di scena perché non più necessario, pur rimpiangendo l'abbandono di quello che considera come un figlio.

Documentario?

Se Playing Hard non fosse un documentario ma una specie di racconto morale funzionerebbe anche bene, ma così non è. Dopo averlo guardato viene da chiedersi dove sia For Honor e perché siano stati inclusi altri personaggi oltre a Vandenberghe, visto che spariscono nella sua ombra.

For Honor è stato sviluppato in cinque anni, ma di questo lungo periodo non emerge praticamente nulla, come se Chartier fosse completamente disinteressato a raccontarlo. La verità è che nella ricerca spasmodica della mitizzazione di Vandenberghe, Chartier si è praticamente dimenticato di spiegare alcuni passaggi, che risultano confusi. Sembrerà paradossale, ma per l'intera pellicola non viene mai chiarito il motivo del distacco di Vandenberghe dal team di sviluppo. Ci viene raccontato che ha difficoltà a gestire un team e che è sensibile, anche che ha dovuto prendere delle decisioni spiacevoli, ma nei fatti il documentario si dimentica di svelare cosa sia davvero successo. Lo stesso avviene in realtà ogni volta che Chartier deve mettere insieme i pezzi. Ad esempio a un certo punto ci viene mostrato Stephane Cardin bruciato dallo stress delle fasi finali dello sviluppo, senza che questo stress sia stato raccontato con la giusta efficacia. Ci sono degli accenni ai difficili rapporti con i misteriosi e distanti vertici di Ubisoft, ma altre parti del suo lavoro di producer non entrano mai nell'inquadratura. Lo stesso vale per il resto del team di sviluppo, che sta praticamente lì a fare da tappezzeria. Chartier si disinteressa completamente dei complessi meccanismi e delle immani difficoltà che stanno dietro al lavoro di un gruppo composto da centinaia di persone, come se fossero dei dettagli insignificanti, quasi incidentali rispetto a tutto il resto.

Insomma, Chartier ci dice quanto è bella l'idea di Vandenberghe, ma non ci spiega mai le difficoltà di renderla videogioco, limitandosi a una lettura sentimentale e concentrata dell'intero processo basandola su un solo individuo. La sostanza è che dopo aver visto Playing Hard si hanno più domande che risposte e il documentario non ha in realtà documentato un bel niente, commettendo in ultima analisi un peccato che non gli si può davvero perdonare.

Multiplayer.it

4.0

Playing Hard è un'occasione mancata. Attraverso Vandenberghe, Chartier poteva raccontare le difficoltà che si incontrano nello sviluppare un tripla A. Invece si è limitato a realizzare l'ennesimo ritratto d'autore, connotato oltretutto in un modo visto e rivisto, senza aggiungere nulla d'interessante su quella che è la sua opera, For Honor, che rimane sempre sullo sfondo. Probabilmente piacerà a chi crede che i videogiochi siano il frutto di mera ispirazione e che una volta che si ha l'idea tutto il resto venga da sé. Peccato che sia una concezione fondamentalmente sbagliata, che però Playing Hard finisce per rinforzare, invece che dissipare.

PRO

  • Vandenberghe è simpatico

CONTRO

  • Il racconto è confuso
  • Il documentario manca il bersaglio

#Netflix

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