Manhunt - Che fine hanno fatto? 59

Uno dei brand più promettenti e violenti di sempre targato Rockstar Games, sparito misteriosamente nel nulla

RUBRICA di Massimo Reina   —   07/05/2013

Che fine hanno fatto... è una rubrica a cadenza regolare che cerca di riportare alla luce quei franchise che per un motivo o per un altro sono caduti un po' nel dimenticatoio, raccontandone la storia, con la speranza di rivederli prima o poi sui nostri schermi.

Di titoli classificati come violenti e additati spesso ingiustamente dai media come la causa di tutti i mali del mondo è piena la storia dei videogiochi. Pochi però hanno avuto la palma di gioco più brutale di sempre come Manhunt, un action avventuroso con elementi stealth realizzato nel 2003 da Rockstar Games, quelli di Red Dead Redemption e Grand Theft Auto, per PlayStation 2, e l'anno dopo per PC e Xbox. In particolare il capostipite di quella che non può propriamente definirsi una serie visto che è per ora composta solo da due titoli, venne accompagnato con il solito corollario di polemiche e di interrogazioni parlamentari.

Ambientato in un apocalittica e immaginaria città chiamata Carcer City, il titolo narrava le vicissitudini di un detenuto di nome James Earl Cash che, creduto morto dal mondo intero dopo una esecuzione tramite iniezione letale (in realtà la siringa conteneva del semplice sedativo), si ritrovava intrappolato sul set di uno snuff movie. Questi ultimi, per chi non lo sapesse, sono dei video amatoriali realizzati su commissione o gratuitamente da gente palesemente fuori di testa, in cui vengono mostrate torture e violenze vere nei confronti di vittime innocenti, che solitamente purtroppo culminano con la morte della stessa. Nel videogioco si immaginava che i medici incaricati dal Governo di giustiziare Cash fossero stati corrotti da un ricco ex-regista hollywoodiano, tale Lionel Starkweather, che si dilettava nella realizzazione di pellicole illegali o violenti show in diretta, che poi vendeva a un pubblico di appassionati di genere.

Caccia all’uomo

Nei panni dell'ex detenuto, quindi, il videogiocatore si trovava catapultato all'interno di un mondo violento, in un estremo, sadico reality show ripreso costantemente dalle telecamere, in cui l'unico obiettivo diventava quello di sopravvivere ad ogni costo a una selvaggia caccia all'uomo di cui egli stesso era la vittima designata. Il suo percorso era ostacolato principalmente da gang locali composte da gente pericolosa con tendenze psicotiche, che spesso nascondevano i loro volti dietro a maschere dal design piuttosto lugubre. Ma non mancavano soldati, poliziotti e qualche pericoloso serial killer come il terrificante Piggsy. Il gameplay era strutturato in maniera tale da consentire all'utente un doppio approccio agli scenari, e anche se alla lunga il tutto diventava abbastanza ripetitivo, c'era la possibilità di scegliere per esempio se agire in maniera silenziosa, nascondendosi nell'ombra in attesa di prendere alle spalle il nemico e di sfruttare quindi l'elemento sorpresa per ucciderlo, oppure a viso aperto.

Manhunt metteva a disposizione dei videogiocatori decine di armi per permettergli di massacrare i nemici: da quelle più tradizionali, definiamole così, come coltelli, asce o sbarre di ferro acuminate, oppure pistole, fucili a canne mozze e mitragliatrici, fino a quelle più insolite e per certi versi spaventose come martelloni, ganci da macellaio o sacchetti di plastica che servivano per soffocare i malcapitati. Questi terribili oggetti venivano sublimati in particolare durante le cosiddette esecuzioni, delle "mosse" speciali molto cruente che servivano per eliminare in maniera spettacolare un avversario, ma anche per incrementare notevolmente il punteggio finale del livello. Il titolo prevedeva infatti un sistema di conteggio che attribuiva dei punti per ogni nemico ucciso e per il modo usato per lo scopo. Questi poi erano utilizzati per sbloccare livelli bonus e altri extra del gioco. Da evidenziare il fatto che era l'utente stesso a seconda del tempo che impiegava nella pressione del tasto apposito, a determinare il grado di violenza che Cash usava per uccidere. Un tocco al pulsante e il protagonista eliminava un nemico con un colpo rapido. Una pressione media e il fuggitivo eseguiva un omicidio più elaborato, una più intensa e ne faceva uno violentissimo.

Manhunter 2

Pur con tutti i suoi difetti e nonostante le censure, le polemiche e la mancata o ritardata pubblicazione su alcuni mercati internazionali, il videogioco di Rockstar Games fece registrare un discreto successo, perlomeno in termini di valutazioni positive ottenute dai principali giornali e network che si occupano di videogame. Al punto da convincere la software house americana a svilupparne un sequel. Manhunt 2 ebbe una gestazione piuttosto lunga e travagliata: venne infatti rilasciato il 29 ottobre 2007 su PlayStation 2 e PC nel nord America (in edizione censurata), ma la sua distribuzione fu bloccata in Paesi europei quali l'Inghilterra, l'Irlanda e l'Italia, dopo che il governo si era

schierato apertamente contro la diffusione di un videogioco che, secondo le parole dell'allora ministro delle comunicazioni Paolo Gentiloni, "incoraggia alla violenza e all'omicidio." Il 31 ottobre 2008, comunque, il videogioco venne regolarmente distribuito in tutta Europa, Italia compresa. Per quanto riguarda il titolo, esso manteneva le caratteristiche principali del suo predecessore, ma introduceva qualche elemento inedito, a partire dall'ambientazione. Il sequel spostava il proprio obiettivo in un ospedale psichiatrico, il Dixmor Insane Asylum, nel quale i dottori attuavano ogni sorta di violenza e sopruso sui pazienti.

Una notte un blackout causava però l'apertura di tutte le celle, con la conseguente evasione e relativa vendetta dei detenuti. Fra questi Daniel Lamb, uno scienziato che aveva perso la memoria ed era stato rinchiuso nell'edificio come un matto, e Leo Kasper, il co-protagonista. Costui faceva da mentore al primo (dopo si scopriva perché...), spingendolo a evadere e a scegliere i modi più sadici e violenti per ammazzare i nemici. Se trama e atmosfera erano rese con grande efficacia, dall'altra parte una grafica solo discreta, un level design banale (gli scenari erano troppo lineari e piccoli) e un'intelligenza artificiale scarsa dei nemici, finivano per minare alla base un'esperienza ludica certamente meno divertente rispetto a quella del primo episodio. Anche in Manhunt 2 si potevano comunque eliminare in maniera brutale i nemici, colpendoli alle parti intime con una gancio da macellaio, infilzandoli alla testa, decapitandoli e quant'altro. Ma le sequenze non davano più punti, ed erano state censurate: quando si effettuavano le esecuzioni l'immagine veniva avvolta da tanti e tali filtri che restava solo l'audio a fare immaginare agli utenti quanto stava accadendo in quel momento. Rispetto al primo Manhunt c'erano poi le esecuzioni ambientali, totalmente scriptate e fatte sfruttando particolari caratteristiche del livello, come per esempio un muro o una differenza d'altezza tra il protagonista e l'avversario. Mentre per il resto il gioco non offriva niente di nuovo.

Manhunt 3?

Anche Manhunt 2 ricevette delle valutazioni tutto sommato positive da parte della stampa specializzata, ma i problemi soprattutto legali con i quali si era dovuta confrontare la software house convinsero probabilmente Rockstar Games a fermarsi un attimo a riflettere su cosa fare con questo marchio, e a far calare il silenzio su di esso. Un silenzio apparentemente definitivo, che in realtà non precludeva alla "morte" del brand. Nel 2010 infatti, venne fuori una notizia secondo la quale il team di sviluppo aveva in mente di realizzare un ulteriore capitolo della serie, in esclusiva su PlayStation 3 e con pieno supporto a PlayStation Move.

A essa si accompagnarono poi svariati rumor, uno dei quali accennava addirittura a una ambientazione post apocalittica alla Mad Max e di una modalità multigiocatore online dove massacrarsi in squadre. Un'altra voce diceva invece che si sarebbe trattato di una sorta di prequel del primo capitolo, con protagonista uno dei nemici del gioco, quel pazzo armato di motosega e con una testa di maiale a mascherargli il volto chiamato Piggsy. Elementi questi mai confermati da Rockstar Games (anche il vice presidente del gruppo, Jeronimo Barrera, fece capire in un'intervista che almeno l'idea del multiplayer via rete gli piaceva), che invece confermò la news relativa al progetto del terzo episodio della serie per PlayStation 3. Ma con una precisazione: esso era stato interrotto in fase embrionale, senza però spiegare al pubblico il motivo di tale stop. In tal senso è facile ipotizzare che la compagnia newyorkese abbia preferito rivolgere i propri sforzi su altri franchise di maggior successo come GTA e Red Dead, anche per una questione economica. Non solo le due serie citate possono contare su una base di fan nettamente superiore a quella di Manhunt, per cui potenzialmente possono garantire un certo guadagno, ma visti i precedenti, chissà quanti Stati avrebbero bandito un eventuale Manhunt 3, quante associazioni per la tutela dei più giovani avrebbero protestato o fatto delle denuncie e quanti problemi di natura legale avrebbe dovuto affrontare Rockstar Games. In tutti i casi subendo dei gravi danni a livello economico. Poi chissà che un giorno queste "paure" non vengano superate e che alla fine il team di sviluppo non regali agli appassionati un nuovo, terrificante gioco ambientato in questo universo disturbante.