Vita, morte e miracoli... di Battlefield 84

La storia di Battlefield, una serie che ha sempre fatto le cose in grande

RUBRICA di Mattia Armani —   16/10/2013

Indice

Molti non sanno che DICE è quella Digital Illusions che, tra il 1992 e il 1995, conquistò gli amanti dei flipper digitali con Pinball Dreams, Pinball Fantasies e Pinball Illusions. Un successo ottenuto anche grazie ad abilità tecnologiche che, tra alti e bassi, hanno accompagnato DICE dalla nascita alla consacrazione. La febbre del pinball si concluse, per il team svedese, nel 1996 con True Pinball, evoluzione tecnologica dell'offerta precedente, per Playstation e Saturn.

Ma con l'esplosione dei giochi tridimensionali, avvenuta proprio in quel periodo, c'era la necessità di guardare ad altri generi e quali erano i più sfruttare le ancora limitate capacità tecnologiche dei primi motori tridimensionali? La risposta è semplice ed è sparatutto in prima persona e racing. DICE scelse per primi questi ultimi producendo una lunga serie di giochi di guida di qualità variabile alternati con qualche tie-in, come Shrek, sviluppato senza troppa convinzione. Poi, con RalliSport Challenge, uno dei porta bandiera della prima Xbox, il livello qualitativo DICE è tornato su livelli molto alti e nel medesimo anno è uscito anche il primo Battlefield. Dal 2002 a oggi, DICE, che nel frattempo è stata acquistata da Electronic Arts, si è occupata quasi esclusivamente di esperienze in prima persona, escludendo un paio di collaborazioni legate a Need for Speed, e la maggiorparte di queste è rappresentata da titoli del franchise Battlefield. C'è la serie principale, il cui quarto capitolo è in dirittura d'arrivo, e c'è la serie satellite, Bad Company, che ha fatto da trampolino di lancio per il motore Frostbite e per l'introduzione nella serie di una corposa componente single player. Un'offerta massiccia resa possibile dal successo del primo Battlefield, uno sparatutto diverso popolato da navi pilotabili dai giocatori, da sottomarini, bombardieri e da giocatori consapevoli di avere per le mani qualcosa di diverso, qualcosa in grado di plasmare il futuro.

La storia di Battlefield, dalle origini travagliate al successo mondiale

La genesi

Battlefield 1942, primogenito della serie e tappa fondamentale per DICE, ha posto le basi per una delle serie più prolifiche del genere sparatutto. E tutto questo grazie a una formula lanciata da un titolo praticamente sconosciuto. Il gioco che ha ispirato DICE non è stato Halo, altro grande pioniere degli sparatutto ad ampio respiro, ma Codename: Eagle, ambizioso sparatutto realizzato in modo approssimativo che si è scontrato, frontalmente, con il lancio massiccio di Medal of Honor: Allied Assault. Ma la disfatta di di Codename: Eagle non ha condizionato DICE, convinta che la formula del titolo, in mani sapienti, avrebbe potuto dire la propria. La software house ha cosi acquistato il team di sviluppo dello sfortunato sparatutto, in blocco con la tecnologia da loro creata, e ha dato vita al primo Battlefield, un titolo già dotato del supporto per 64 giocatori, all'epoca non certo comune, e di mappe tanto ampie da consentire ai giocatori di smarrirsi. Ma le peculiarità di Battlefield 1942 vanno ben oltre alla mera dimensione dell'area di gioco. DICE ha infatti mescolato l'ampiezza delle mappe con la relativamente fresca formula delle classi consentendo non solo l'utilizzo e la riparazione dei mezzi, bombardieri e sommergibili inclusi, ma anche una cooperazione su larga scala.

Inoltre, Battlefield 1942 può vantare un altro primato con la consacrazione della modalità conquista, una versione più ampia del classico King of the Hill in cui il controllo di una base viene concesso ai giocatori capaci di mantenerne il possesso per un determinato lasso di tempo. Una volta conquistata una base, questa si trasforma in un punto di spawn della squadra che la detiene, alterando gli equilibri strategici della mappa. Un'impostazione unica, nel caso del primo capitolo permeata da un respiro storico e da un'ampiezza che si sono smarriti negli anni, che ancora oggi fa di Battlefield uno dei pochi titoli tra a potersi permettere di puntare su una formula diversa dal team deathmatch. Curiosamente, nonostante gli evidenti pregi, Battlefield 1942, mostrato al mondo durante l'E3 del 2002, è inizialmente passato inosservato, probabilmente anche a causa di una veste incapace di impressionare se osservata senza tenere conto della complessità del titolo. Ma DICE non si è arresa e Lars Gustavsson, designer della serie ancora oggi, ha rifinito, aggiunto e bilanciato il titolo fino a ottenere un qualcosa di decisamente più convincente. Un duro lavoro premiato dall'intervento di Electronic Arts che, senza saperlo, ha ipotecato, ben undici anni fa, l'usufrutto del Frostbite Engine, uno dei motori più avanzati del momento e spina dorsale dell'offerta next-gen del publisher. A dimostrazione della fiducia riposta in Battlefield 1942, EA ha presentato in grande stile con una LAN da 64 giocatori imbastita a bordo della portaerei in pensione USS Hornet. E il successo del titolo è stato coronato con ben due espansioni ovvero Road to Rome, ambientato nel nostro paese, e Secret Weapons of WWII, bizzarro mix di presunte invenzioni naziste più o meno plausibili. Un bel salto per un titolo che ha rischiato di essere snobbato e che si è imposto solo grazie a un azzardo di un publisher non sempre propenso a rischiare.

L'evoluzione

Battlefield Vietnam, titolo contraddistinto da una vegetazione strepitosa ed esaltato da una colonna sonora memorabile, ha reso evidenti i problemi di bilanciamento che abbiamo poc'anzi nominato. Montagne, fiumi, giungle impenetrabili e templi arroccati hanno reso praticamente inutili i veicoli di terra, per quanto una squadra organizzata potesse trasportarli per via aerea, concedendo un enorme vantaggio ai velivoli. Laa possibilità di guidare uno scooter sul Mê Kông, con i Jefferson Airplanes a tutto spiano nelle orecchie, è rimasto un momento indelebile nella vita di molti giocatori ma è stato subito chiaro che il titolo non avrebbe avuto il successo di Battlefield 1942. Nel frattempo, proprio durante la lavorazione di Vietnam, i ragazzi di DICE hanno iniziato a pensare agli ambienti distruttibili. Questi non sono stati implementati nel titolo ma, come ben sappiamo, sono diventati un elemento fondamentale degli ultimi capitoli della serie.

L'anno successivo EA ha deciso di acquisire DICE, ammaliata dalle potenzialità del tesa. L'acquisizione è iniziata nel 2004, poco prima della pubblicazione dell'escursione vietnamita, e ha visto EA prendere il controllo nel 2005, nelle fasi finali dello sviluppo di Battlefield 2. EA, che ha inglobato interamente DICE nel 2007, si è da subito imposta, spingendo gli sviluppatori verso ambientazioni più moderne ed è così che ci siamo trovati per le un conflitto ambientato nel futuro prossimo e combattuto da America e Cina e Medio Oriente. Una scommessa, quella del publisher di modernizzare la serie, che ha premiato Battlefield 2, sequel apprezzato dai fan nonostante i due mesi di ritardo e nonostante i numerosi problemi causati dall'implementazione di un nuovo motore grafico. Il merito del successo non è stato tanto delle nuove mappe, numerose ma non tutte caratterizzate dalla medesima qualità, quanto del ritrovato bilanciamento, dell'ambientazione peculiare e della modalità Commander che ha potenziato il gioco cooperativo consentendo a due giocatori, uno per fazione, di designare bersagli e lanciare attacchi di artiglieria. Inoltre Battlefield 2 ha introdotto un sistema di promozione dei soldati e persino la modalità cooperativa, implementata con la patch 1.30, accolta positivamente benché non fosse esaltata, al pari del single player, dai deludenti bot di una serie esplicitamente votata al multiplayer. Il successo di Battelfield 2 è stata indubbiamente quella conferma che ha permesso alla serie di compiere un ulteriore salto in avanti, anche in termini di pianificazione del futuro. EA ha lasciato ben due espansioni, ovvero Armored Fury e Euro Force, svelando, attraverso degli easter egg, l'esistenza di un Battlefield 1942. Inoltre, parallelamente, è uscito Battlefield 2: Modern Combat che, pur essendo una versione impoverita di Battlefield 2, ha avuto una certa importanza in quanto debutto su console della serie.

La svolta

Nel 2006, sfornando un titolo all'anno per tre anni consecutivi, DICE è tornata in campo con Battlefield 2142, capitolo futuristico incentrato sullo scontro tra americani e russi. Inizialmente DICE aveva sviluppato un titolo di stampo marcatamente fantascientifico con tanto di laser e ambientazione aliena Ma durante la fasi finali dello sviluppo il team ha preferito riportare il titolo sulla terra, mescolando mech e mezzi futuristici con presunte evoluzioni di armi reali. Come risultato è uscito un titolo a metà tra due mondi, in contrasto con se stesso, con poche mappe e senza novità di spicco nonostante l'ambientazione fantascientifica. Per molti comunque memorabile, soprattutto per l'ambientazione atipica, l'esperimento ha goduto anche di un'espansione chiamata Northern Strike anche in questo caso incapace di dare al titolo quel carico di novità che ci sarebbe aspettati da un capitolo futuristico di Battlefield. Forse anche per questo, ovvero per compiere un effettivo passo in avanti in termini di gameplay e non solo di ambientazione, DICE ha impiegato due anni per sviluppare il Battlefield successivo evitando, tra l'altro, di scontrarsi, nel 2007 con un Call of Duty: Modern Warfare in gran forma, almeno in termini di vendite. E nel 2008, invece di pubblicare un capitolo classico, DICE se n'è uscita, a sorpresa, con il primo Battlefield dotato di una campagna single player che pur non essendo è stata probabilmente la prima, nella storia della serie, degna di questo nome.

Stiamo ovviamente parlando di Battlefield: Bad Company, primo titolo, pubblicato solo su console, di una serie spin-off che ha ammaliato molti fan del brand DICE. Uno dei meriti del titolo risiede, indubbiamente, nell'empatia suscitata dai quattro protagonisti, componente che si è rivelata fondamentale vista la trama non certo da oscar, ma Bad Company si è imposto anche grazie all'implementazione della distruttibilità delle strutture, feature vincolata al nuovo motore grafico Frostbite. Il passo successivo avverrà, come ben sanno tutti i fan della serie, con Bad Company 2 ma prima c'è stato spazio per un ulteriore esperimento, un Battlefield vecchio stile, ma basato sul Frostbite di Bad Company e sviluppato appositamente per Xbox LIVE e PlayStation Network. Parliamo di Battlefield 1943 che nonostante la modestia, evidenziata dalle sole tre mappe e tre classi, si è imposto tra i titoli digital delivery di maggior successo e ha inaugurato la modalità Air Superiority, una guerra esclusivamente aerea tornata a movimentare i cieli di Battlefield 3 con l'espansione End Game. Ma torniamo alla nostra linea temporale sulla quale incontriamo Battlefield: Bad Company 2 che, a differenza del primo capitolo, è arrivato anche su PC. Con il secondo titolo della serie spin-off la trama è nettamente cresciuta in termini di qualità e la Bad Company è diventata un cult per i fan di Battlefield. Due fattori che, combinati con un aumento della distruttibilità, hanno consentito al titolo di vendere più di 6 milioni e convinto EA e DICE che ulteriori investimenti avrebbero potuto incrementare ulteriormente le vendite. Grazie al successo del titolo è rispuntato persino Battlefield: Vietnam nella forma di un'espansione tardiva ma decisamente apprezzata grazie a quel bilanciamento che era mancato nel caso del titolo stand alone del 2004.

Battlefield oggi

Nel 2009, parallamente al lancio di Battlefield 1943, Battlefield ha compiuto, grazie al lavoro di Easy Studios, la prima incursione nell'emergente universo del free to play. Il titolo incaricato di portare il brand lungo la nuova frontiera è stato Battlefield Heroes, spin-off dai tratti cartoon in terza persona che, pur privo di molte delle caratteristiche della serie principale, ha raccolto una discreta utenza. Non stupisce dunque che EA, a distanza di un anno, abbia deciso di percorrere la stessa strada con due Battlefield di stampo classico, prima in oriente, con Battlefield Online, e poi in occidente, con Battlefield: Play 4 Free. Nel primo caso si tratta di un remake di Battlefield 2 basato sul motore di Battlefield 2142 mentre nel secondo caso, ovvero quello che interessa a noi occidentali, la base è quella di Battlefield 2 arricchita, però, con elementi presi da Bad Company 2. In entrambi i casi l'utenza ha risposto piuttosto bene benché entrambi i titoli siano stati frenati da un look non certo esaltante. Un elemento che si è rivelato decisamente migliore nel caso Battlefield 3, primo Battlefield a spingere non solo sul fronte della tecnologia ma anche sul versante della mera resa estetica. La nuova versione del Frostbite si è presentata con un titolo dotato di grafica spaccamascella e distruttibilità sempre maggiore, due fattori che, combinati con una campagna pubblicitaria imponente, hanno attirato 16 milioni di giocatori. Purtroppo solo 2.5 milioni di questi hanno avuto la possibilità di disputare partite da 64 giocatori e di godere effettivamente delle potenzialità estetiche del Frostbite Engine e questo a causa dell'inadeguatezza delle console di vecchia generazione. Diversa, ovviamente, la questione Battlefield 4 le cui versioni, grazie alla potenza delle console di nuova generazione, saranno decisamente più vicine a quella per PC.

Ovviamente, un computer di fascia estrema avrà comunque un certo margine di superiorità ma questa volta la versione console del titolo girerà a 60 frame per secondo e consentirà a 64 giocatori di giocare nel medesimo server. Dal punto di vista del gameplay, un cambiamento importante riguarda il sistema di disabilitazione dei veicoli, prima legato alla percentuale di danno subita e ora combinato con un sistema di colpi critici che rende le cose meno prevedibili. Con Battlefield 4, inoltre, viene nuovamente potenziato l'ambito navale, non particolarmente esaltato nel terzo capitolo, e i combattenti possono mettere la testa sotto il pelo dell'acqua, sottraendosi alla vista dei cecchini e al fuoco nemico. Tra le novità più importanti troviamo la tanto attesa modalità spettatore, funzionale anche all'introduzione di arbitri nelle partite competitive, e il gran ritorno della modalità Comandante che consentirà a due giocatori di aiutare la propria squadra, anche sfruttando un dispositivo mobile, designando obiettivi e attacchi. Quello che si profila non è certo un quadro rivoluzionario ma un potenziamento, massiccio, di Battlefield 3, con l'aggiunta di grossi eventi dinamici fondamentali per movimentare le cose in quelle mappe che, per necessità tecnologiche, vedono il tasso di distruttibilità limitato. In futuro è probabile che questo tipo di eventi diventi completamente dinamico, senza più script a frenare la fantasia dei giocatori, ma speriamo che non sia l'unica novità così come speriamo che il single player di Battlefield 4 non sia lineare e poco ispirato come quello del terzo capitolo. DICE ha promesso missioni ad ampio respiro, finalmente caratterizzate da elementi distruttibili e dall'uso libero di veicoli, ma se le cose non dovessero andare per il verso sperato anche questa volta, per avere una campagna all'altezza, ci toccherà probabilmente aspettare un nuovo Bad Company, sequel chiesto a gran voce dall'utenza e menzionato da DICE in più di un occasione.